Batterie elettriche e velivolo di sesta generazione, accordi franco-tedeschi a go, go e l’Italia?

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Dal momento che la tecnologia per il “diesel”, nel giro di pochi anni, non sarà più utilizzata dalle case automobilistiche, in Cina stanno nascendo come “funghi” tantissime realtà industriali per la costruzione di batterie elettriche per veicoli. In Europa, pochi stanno pensando al futuro. La buona notizia è arrivata da un progetto franco-tedesco denominato Battery Airbus, con un investimento iniziale di circa 5/6 miliardi di euro.

“Quest’alleanza avrà una importanza strategica per l’Europa. La renderà competitiva nei confronti di Stati Uniti e Cina”. Così a Reuters il ministro francese  dell’economia, Bruno Le Maire, durante una conferenza stampa congiunta con il suo omologo tedesco Peter Altmaier e con Maros Sefcovic, vicepresidente della Commissione europea con delega all’energia. Secondo Le Maire, Francia e Germania avrebbero già chiesto e ottenuto dalla Commissione europea la garanzia di un sussidio statale fino a 1,2 milioni di euro per la creazione del consorzio. Almeno altri quattro miliardi arriveranno da altre 35 società private, tra cui il colosso PSA Group, la sua controllata tedesca Opel e Saft.

Una fabbrica pilota dovrebbe essere aperta nei prossimi mesi in Francia con circa 200 impiegati. Un impianto Opel a Kaiserslautern, nella Germania occidentale, punta e essere convertito invece in una fabbrica di celle per batterie. L’obiettivo per il 2023 è la creazione di due centri produttivi in Francia e in Germania per un totale di 1.500 posti di lavoro. L’obiettivo è proteggere quella occupazione a rischio per il passaggio dai motori a combustione ai veicoli elettrificati. “Il nostro obiettivo non è solo quello di soddisfare la domanda del settore automobilistico in Europa”, ha detto Altmaier. “Vogliamo esportare anche fuori dal Continente, per dimostrare che le batterie con l’etichetta Made in Europe sono una garanzia di qualità”. E ha aggiunto che i consorzi sono fatti da Stati, non da singoli Ministri o dalla Commissione.

Il mercato globale delle celle per batterie elettriche dovrebbe arrivare a valere 45 miliardi di euro entro il 2027. L’obiettivo dell’Unione Europea, secondo il ministro tedesco, dovrebbe essere quello di catturare una fetta di mercato del 30 per cento. Al momento il segmento è dominato dalla giapponese Panasonic, dalle sudcoreane Samsung e Lg e dalla cinese Contemporary Amperex Technology (Catl). L’Ue aveva già lanciato nel 2017 la European Battery Alliance, focalizzata sulla ricerca e lo sviluppo di batterie per auto elettriche, ma ad oggi il maggior programma di investimento è stato avviato dalla sola svedese Northvolt. L’obiettivo dell’Ue sembra dunque ambizioso: secondo una ricerca di Bcg, l’Europa non arriva all’1 per cento della produzione globale di celle agli ioni di litio, a fronte del 60 per cento della Cina, del 17 per cento del Giappone e del 15 per cento della Corea del Sud. La Germania, in particolare, deve trovare un modo per proteggere le sue aziende produttrici in una fase in cui i motori a combustione interna sembrano condannati all’estinzione.

Come se non bastassero questi numeri a mettere pressione all’Europa, l’anno scorso Catl ha annunciato il suo piano per l’apertura di una grande fabbrica nella Germania centrale. La richiesta di sussidi alla Commissione, ha spiegato Le Maire, “dimostra che l’Europa non è destinata a dipendere dalle importazioni da due super potenze quali Stati Uniti e Cina”. Il ministro ha poi aggiunto che il consorzio è aperto ad altri Paesi europei, e che l’Italia, il Belgio, la Polonia, l’Austria e la Finlandia hanno già espresso il loro interesse.

Speriamo che l’Italia partecipi quanto prima a questo consorzio nella fase della nascita per poter coinvolgere industrie italiane  e metterle a sistema in questa rivoluzione nel settore della propulsione dei veicoli che, come noto, costituisce uno dei pilastri dell’economia mondiale.

L’Italia non dovrebbe perdere un’altra possibilità: partecipare quanto prima al programma FACS (franco-tedesco-spagnolo) o Tempest inglese per la costruzione di un velivolo di sesta generazione (pronto fra 20 anni). Programmi che stanno nascendo oggi e che con le eccellenze che esprimiamo nell’industria della difesa non possiamo lasciare nelle mani di pochi altri paesi europei più lungimiranti di noi.

Alessandro Profumo, amministratore delegato di Leonardo, aveva detto, al riguardo, durante una sua intervista su Defence News: “una cosa è partecipare alla ricetta con i propri ingredienti, altra cosa è avere un prodotto già confezionato da altri”.

Leonardo che ha gran parte delle sue industrie in Gran Bretagna avrebbe già dato segnali positivi per la partecipazione al programma “Tempest” senza avere ricevuto, ancora, il sostegno del Governo italiano che, invece, sta ancora discutendo sull’F-35.

 

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