Cina detiene il 65% del debito dei Paesi in via di sviluppo a condizioni molto discutibili

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(di Massimiliano D’Elia) La Cina è la più grande banca del mondo per i paesi in via di sviluppo e detiene il 65% del loro debito, parliamo di nazioni e aree geografiche estese come Africa, Europa orientale, America Latina e Asia. Tanti sono gli studi effettuati da istituti del settore sparsi per il mondo nel tentativo di scoprire il filo conduttore che spinge Pechino ad elargire miliardi di dollari a pioggia a tali paesi che, in seguito alla crisi economica per via della pandemia, difficilmente riusciranno ad onorare i debiti fino all’ultimo centesimo. L’interesse principale è chiaro, quello di avere una leva per poter poi chiedere con maggiore titolo la rilevazione di strutture critiche di queste malcapitate nazioni. La leva utilizzata per i rientri dei debiti è molto discutibile. Un istituto di ricerca americano l’AirData ha analizzato tre anni di contratti cinesi sparsi per il mondo anche se gli stessi dovevano rimanere “insolitamente” segreti e non divulgabili. La scoperta è stata per certi versi destabilizzante perché la Banca Cina agisce in maniera spietata nei confronti dei paesi in via di sviluppo: richiedono ai mutuatari di dare la priorità al rimborso delle banche statali cinesi prima degli altri creditori. Una imposizione vera e propria unilaterale che non si allinea alle indicazioni stabilite tra i paesi facenti parte del G20.

Il set di dati compilato in tre anni da AidData, un istituto di ricerca statunitense presso il College of William & Mary – comprende 100 contratti di prestito cinesi con 24 paesi a basso e medio reddito.

La Cina è il più grande creditore ufficiale del mondo, ma ci mancano le condizioni di base sui termini e le condizioni dei loro prestiti“, hanno scritto nel loro articolo gli autori, tra cui Anna Gelpern, professoressa di diritto presso la Georgetown University negli Stati Uniti.

I ricercatori di AidData, il Center for Global Development (CGD) con sede a Washington, il Kiel Institute tedesco e il Peterson Institute for International Economics hanno confrontato i contratti di prestito cinesi con quelli di altri importanti istituti di credito per produrre la prima valutazione sistematica dei termini legali di tali prestiti. In un rapporto di 77 pagine la loro analisi ha scoperto diverse caratteristiche insolite negli accordi, è emerso che hanno ampliato gli strumenti contrattuali standard per aumentare le possibilità di rimborso. Questi includono clausole di riservatezza che impediscono ai mutuatari di rivelare i termini dei prestiti, accordi poco trasparenti che favoriscono i creditori cinesi rispetto ad altri creditori con la promessa di mantenere il debito fuori dalle ristrutturazioni collettive – soprannominate dagli autori come clausole “no Paris Club”. I contratti danno anche alla Cina un ampio margine di manovra per annullare i prestiti o accelerare il rimborso, conclude il rapporto.

Scott Morris, senior fellow del CGD e coautore del rapporto, ha affermato che i risultati hanno sollevato molti interrogativi sul ruolo della Cina, che come membro del G20 dovrebbe rispettare il quadro comune concordato e progettato per aiutare le nazioni più povere per le quali, soprattutto in seguito alla situazione finanziaria in era COVID-19, deve esistere la possibilità di rivedere gli oneri del debito.

Il quadro stabilito dal G20 prevede piani di rientro dei debiti identici per tutti i creditori, compresi quelli privati. I presiti cinesi, invece, secondo i dati studiati proibiscono ai paesi di ristrutturare tali debiti in maniera paritaria con gli altri creditori che siano statuali o privati.

Questo è un divieto molto eclatante, e sembra essere in contrasto con gli impegni che i cinesi stanno assumendo al G20“, ha detto Morris a Reuters, anche se ha aggiunto che probabilmente la Cina non applica queste clausole “segrete” nei suoi contratti di prestito.

Il ministero degli Esteri cinese non ha risposto a Reuters ad una richiesta di commento sulla vicenda.

Cina detiene il 65% del debito dei Paesi in via di sviluppo a condizioni molto discutibili

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