Cuba vive il momento più delicato dalla fine della Guerra Fredda. Le nuove misure statunitensi puntano a isolare energeticamente l’isola e favorire una transizione politica controllata. Tra crisi economica, negoziati riservati e tensioni geopolitiche, il futuro resta incerto
di Andrea Pinto
C’è una differenza sostanziale tra Cuba che il mondo ha conosciuto negli ultimi sessant’anni e quella che osserviamo oggi. Per decenni Washington ha cercato di piegare l’isola attraverso l’embargo, confidando che il deterioramento economico potesse provocare il collasso del sistema politico nato dalla rivoluzione del 1959. Quel risultato non è mai arrivato. Oggi, però, la strategia sembra essere cambiata radicalmente.
L’obiettivo non appare più la caduta dello Stato cubano, ma la sostituzione della sua leadership.
Gli Stati Uniti sembrano aver compreso che un collasso improvviso dell’isola potrebbe provocare instabilità regionale, una nuova emergenza migratoria verso la Florida e un pericoloso vuoto di potere nel cuore dei Caraibi. Per questo la pressione economica, diplomatica e giudiziaria esercitata nel 2026 assume caratteristiche molto diverse rispetto al passato.
La crisi energetica è diventata il principale terreno di scontro. I blackout che colpiscono quotidianamente città e campagne rappresentano il volto più visibile di una strategia che punta a rendere sempre più difficile l’approvvigionamento di carburante per l’economia cubana. Le nuove misure adottate da Washington non colpiscono soltanto L’Avana, ma intendono scoraggiare qualsiasi Paese terzo dal continuare a commerciare con l’isola nel settore energetico.
L’embargo si è trasformato in una forma di pressione globale che mira a isolare Cuba ben oltre i tradizionali rapporti bilaterali con gli Stati Uniti.
Ma se la pressione economica rappresenta il bastone, la dimensione militare costituisce lo sfondo implicito di tutta la crisi. Ed è proprio qui che emergono elementi spesso trascurati nel dibattito internazionale.
Negli ultimi mesi, secondo quanto riportato dal quotidiano Domani, diversi analisti militari statunitensi hanno richiamato l’attenzione sulla capacità di resistenza dell’isola in caso di escalation. Sebbene le Forze Armate Rivoluzionarie cubane siano oggi molto lontane dalla potenza militare della Guerra Fredda, la loro dottrina continua a ruotare attorno al concetto della “Guerra de Todo el Pueblo”, la strategia sviluppata negli anni Ottanta per trasformare l’intera popolazione in una forza di resistenza contro un eventuale invasore.
Secondo le valutazioni riportate da Domani, l’esercito regolare cubano disporrebbe di circa 50.000 effettivi, numeri modesti rispetto agli oltre 1,3 milioni di militari statunitensi. Tuttavia il dato più significativo riguarda il potenziale bacino di riservisti, miliziani e forze paramilitari che, in caso di conflitto, potrebbe raggiungere cifre prossime al milione di persone.
La vera forza di Cuba non sarebbe dunque nella capacità offensiva convenzionale, ma nella possibilità di trasformare qualsiasi intervento militare in una lunga e costosa campagna di controinsurrezione.
Mark Cancian, senior advisor del Center for Strategic and International Studies (CSIS) ed ex colonnello dei Marines, intervistato da Domani, sostiene che il principale punto di forza cubano risieda proprio nelle forze terrestri addestrate alla guerriglia e alla guerra irregolare. Secondo l’analista, l’isola potrebbe rappresentare per Washington ciò che ogni grande potenza teme maggiormente: una lunga operazione di stabilizzazione caratterizzata da perdite crescenti e da elevati costi politici.
Si tratta di una valutazione che trova conferma anche nelle analisi di Bryan Clark, direttore del Center for Defense Concepts and Technology dell’Hudson Institute. Sempre sulle pagine di Domani, Clark evidenzia come le forze armate cubane siano particolarmente orientate alla difesa territoriale e alla sicurezza interna. Pur risultando vulnerabili a un’offensiva aerea americana, potrebbero opporre una significativa resistenza a sbarchi anfibi o operazioni terrestri.
Naturalmente il divario tecnologico resta enorme. L’aeronautica cubana non è più quella dei tempi della Guerra Fredda. I vecchi Mig-29 ancora operativi rappresentano una capacità residuale che verrebbe rapidamente neutralizzata dalla superiorità aerea statunitense. Gli Stati Uniti dispongono di una forza aerea incomparabilmente superiore, capace di dominare i cieli caraibici in poche ore.
Eppure la guerra in Ucraina ha insegnato che la superiorità tecnologica non elimina automaticamente il fattore deterrenza.
Secondo un’esclusiva citata da Domani, Cuba avrebbe acquisito negli ultimi anni oltre 300 droni d’attacco, molti dei quali provenienti da Iran e Russia. Si tratterebbe di una capacità nuova che modifica almeno in parte gli equilibri strategici regionali.
Per la prima volta dalla fine della Guerra Fredda, l’Avana disporrebbe di sistemi in grado di minacciare direttamente obiettivi statunitensi senza ricorrere a mezzi convenzionali.
Se fossero confermate le valutazioni riportate dagli esperti intervistati da Domani, droni a lungo raggio derivati dalle famiglie Shahed o Geran potrebbero teoricamente raggiungere la base navale americana di Guantanamo e, nei casi più estremi, persino alcune aree del sud degli Stati Uniti. Non si tratterebbe di una minaccia esistenziale per Washington, ma di una capacità sufficiente a introdurre un elemento di rischio politico e militare che fino a pochi anni fa non esisteva.
La stessa base di Guantanamo viene indicata da diversi analisti come uno dei punti più vulnerabili in caso di crisi. Non sorprende quindi che, secondo alcune valutazioni strategiche citate da Domani, un eventuale rafforzamento della struttura militare americana nell’enclave cubana rappresenterebbe probabilmente il primo passo di qualsiasi operazione militare statunitense.
La vera novità del 2026 è che Cuba non punta più a vincere una guerra contro gli Stati Uniti, ma a renderla troppo costosa da combattere.
È il principio della deterrenza asimmetrica: non competere con il nemico sul piano della forza pura, ma aumentare il prezzo politico, economico e umano di qualsiasi intervento. Una strategia che ricorda, per certi aspetti, quelle adottate da altri attori regionali negli ultimi decenni.
Nel frattempo continuano a circolare indiscrezioni su canali di dialogo riservati tra esponenti dell’apparato cubano e interlocutori statunitensi. Se confermate, queste trattative dimostrerebbero che dietro la retorica pubblica dello scontro esiste anche la ricerca di una possibile transizione controllata, capace di evitare il collasso dello Stato.
È qui che si colloca il vero nodo della questione cubana. Non siamo di fronte a una semplice crisi economica né a una tradizionale disputa diplomatica. Ci troviamo davanti a una complessa partita geopolitica nella quale sanzioni, energia, intelligence, tecnologia militare e lotte interne al potere si intrecciano continuamente.
La sfida che attende Cuba non è soltanto quella di sopravvivere alle pressioni esterne, ma di capire se l’identità politica costruita dalla rivoluzione castrista riuscirà a sopravvivere a una trasformazione che appare sempre più inevitabile.
Perché il rischio di una guerra convenzionale resta limitato, ma la guerra ibrida è già iniziata. E probabilmente rappresenta il terreno sul quale si deciderà il destino dell’isola nei prossimi anni.

