D’Artagnan. L’uomo oltre il personaggio – ATTO I

Lupiac, 1611: nascere nel posto sbagliato con il nome giusto

Un viaggio in otto atti sulle tracce di D’Artagnan. Febbraio 2026, Maastricht: il pavimento di una chiesa cede. Sotto, uno scheletro, un proiettile, una moneta. Forse è lui. Tra storia e mito, la sua vera vita riemerge. Segui la serie.

di Antonio Di Ieva

C’è una collina, nella Guascogna meridionale, tra le contee di Armagnac e Fezensac, dove il vento sa ancora di polvere e di orgoglio antico. Si chiama Lupiac. Non è un posto che si trova facilmente sulle carte geografiche, e non è un posto che la storia avrebbe mai degnato di uno sguardo – se non fosse per ciò che vi nacque, in una data incerta tra il 1611 e il 1615, in un castello che era quasi soltanto un nome.

Il castello di Castelmore: quattro mura, un titolo, pochi soldi, e una quantità sproporzionata di onore.

Il padre si chiamava Bertrand de Batz. La madre si chiamava Françoise de Montesquiou – e qui, già qui, nella scelta di un cognome, si nasconde il primo atto di strategia di una vita intera. Perché Françoise era figlia del signore d’Artagnan, casato di più antica e illustre nobiltà rispetto a quello paterno. E Charles – il quarto figlio, il cadetto, il minore – scelse di portare il nome della madre nel mondo. Non perché rinnegasse il padre. Ma perché aveva capito, già da bambino, una cosa fondamentale: nomen omen, il nome è un destino.

La Guascogna del Seicento era una terra che produceva due cose in abbondanza – vino e soldati. Gli uomini lì, nascevano con la spada nell’anima e la povertà nelle tasche, e avevano imparato da secoli che l’unico modo per trasformare l’una in qualcosa di diverso dall’altra era partire. Andare a Nord. Andare a Parigi. Trovare un padrone che valesse la pena di servire.

Charles aveva tre fratelli maggiori. Guardava come partivano, uno dopo l’altro, verso quella città che immaginava come un labirinto di luci e di intrighi. Guardava la collina di Lupiac farsi sempre più piccola ogni volta che si affacciava al bordo del mondo che conosceva. E aspettava.

Aspettava di essere abbastanza grande. Aspettava di avere il coraggio sufficiente. Il coraggio non gli mancò mai. L’età, invece, fu più lenta.

Intorno al 1630 – aveva vent’anni, forse venticinque, la storia non è precisa nemmeno in questo – Charles de Batz de Castelmore infilò nella bisaccia il poco che aveva, montò a cavallo e prese la strada di Parigi.

Aveva una lettera di presentazione per il signore di Tréville – capitano dei Moschettieri del Re, guascone anche lui, parente lontano della madre. Aveva una spada che probabilmente valeva più di tutto il resto che portava con sé. E aveva qualcosa che non si mette nelle bisacce ma che si porta comunque ovunque: quella particolare forma di insolenza serena che è il privilegio dei giovani che non hanno ancora perso nulla.

La Parigi che trovò era una città in fermento, una città che si costruiva e si disfaceva ogni giorno, che complottava e celebrava e piangeva e tradiva – spesso tutto insieme, spesso la stessa persona nello stesso giorno. Il re era Luigi XIII, fragile e malinconico. Il vero potere era nelle mani di Armand Jean du Plessis, cardinale di Richelieu – l’uomo che avrebbe ispirato più di un villain letterario, e che nella realtà era qualcosa di più complicato di qualsiasi villain: era semplicemente il più intelligente della stanza, in qualsiasi stanza si trovasse.

Il giovane guascone con il nome materno e la spada paterna entrò in quella città come si entra in un’arena: guardandosi intorno, capendo in fretta chi erano i leoni e dove stavano le uscite. Imparò in fretta. Era fatto per imparare in fretta.

D’Artagnan. L’uomo oltre il personaggio – ATTO I