D’Artagnan. L’uomo oltre il personaggio – ATTO VI

Un viaggio in otto atti sulle tracce di D’Artagnan. Febbraio 2026, Maastricht: il pavimento di una chiesa cede. Sotto, uno scheletro, un proiettile, una moneta. Forse è lui. Tra storia e mito, la sua vera vita riemerge. Segui la serie.

Dumas, Maquet e la nascita del mito

di Antonio Di Ieva

Alexandre Dumas – figlio di un generale napoleonico, nipote di una schiava di Santo Domingo, uomo enorme in ogni senso possibile del termine – stava cercando materiale per un nuovo romanzo storico quando la sua mano si posò sui tre volumi di Courtilz.

Lesse tutta la notte. Probabilmente non dormì.

Scrisse al suo collaboratore Auguste Maquet – storico rigoroso, ricercatore instancabile, cervello archivistico senza il quale molti dei romanzi di Dumas non avrebbero mai avuto l’impalcatura necessaria per reggere – e gli disse, con quella sua semplicità trionfante: “Ho trovato i nostri personaggi.”

Il sodalizio tra Dumas e Maquet è una delle partnership creative più straordinarie e più controverse della letteratura europea. Maquet costruiva le fondamenta: ricercava negli archivi, tracciava le trame, identificava i personaggi storici, stabiliva la cronologia. Dumas ci costruiva sopra il palazzo: la voce, il ritmo, il dialogo folgorante, l’ironia, la tenerezza, la velocità narrativa che lasciava il lettore senza fiato.

Chi dei due era l’autore? La domanda è mal posta. I tre moschettieri è la creatura di entrambi – come una cattedrale è la creatura di chi ha posato le fondamenta e di chi ha scolpito le guglie.

Maquet, anni dopo, portò Dumas in giudizio reclamando la coautorialità dei romanzi condivisi. Perse. La legge diede ragione a Dumas. La storia, in questo, è stata più equa: oggi nessuno storico della letteratura parla dei romanzi di Dumas senza nominare Maquet.

I tre moschettieri fu pubblicato a puntate su Le Siècle a partire dal marzo 1844. In poche settimane diventò una mania nazionale. I lettori aspettavano ogni fascicolo con l’urgenza con cui oggi si aspetta l’episodio successivo di una serie televisiva – perché in fondo è esattamente quello che era: una serie, costruita per tenere il lettore agganciato, per finire ogni capitolo su un precipizio narrativo che rendeva impossibile smettere.

Il personaggio che Dumas costruì partendo dal materiale di Courtilz e dalle scarne notizie storiche disponibili era tutto ciò che Charles de Batz de Castelmore d’Artagnan era stato – e molto di più. Era più giovane, più bello, più romantico, più fortunato in amore. Aveva amici immortali: Athos, il nobile melanconico; Porthos, il soldatone spaccone e affettuoso; Aramis, il monaco-spadaccino che pregava Dio e incrociava le lame con uguale devozione.

Erano, insieme, qualcosa che il mondo non aveva ancora visto narrato in quel modo: una fratellanza. Non la fratellanza grigia dell’obbligo militare, ma quella calda e scelta, quella che si costruisce nella battaglia e si cimenta nel vino, quella che fa dire “tutti per uno, uno per tutti” e sentirselo vero nel petto.

Il mondo intero capì quella frase. Il mondo intero la sentì propria.

Perché tutti, a un certo punto della vita, hanno avuto bisogno di un Athos, di un Porthos, di un Aramis. Qualcuno che ti stia vicino nel corridoio oscuro. Qualcuno che impugni la spada quando la tua mano trema.

D’Artagnan. L’uomo oltre il personaggio – ATTO VI