Dini a “La Stampa”, bene gli accordi con la Cina ma doveva firmarli  l’Unione Europea

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L’Italia è il primo Paese del G7 che decide di farlo, ma anche il quinto dell’Unione europea. L’ex ministro spiega in una intervista a “La Stampa” che ha ragione Angela Merkel quando – lo ha fatto all’ultimo vertice di Davos – dice che il futuro di tutti noi è attorno ad istituzioni condivise. Questo accordo ora lo firma l’Italia, ma avrebbe dovuto firmarlo l’Europa. Presto o tardi lo farà l’Unione nel suo insieme”. Gli Stati Uniti però appaiono molto irritati da questa decisione. Noi – dice – siamo Occidentali e i nostri valori sono quelli occidentali. Ma non si può negare che questa Amministrazione sta facendo molti errori. Trump chiede all’Europa un contributo maggiore al bilancio della Nato: richiesta legittima.

Ma è un obiettivo che si può ottenere solo gradualmente. Persino la Germania, che ha cospicui avanzi di bilancio, ha resistenza a farlo. Siccome non lo ottengono, attaccano l’Europa e puntano a dividerla. Ma se Washington attacca il suo più importante alleato nel mondo, cosa gli resta? Oggi Trump – aggiunge – minaccia di aumentare i dazi sulle importazioni sulle auto europee dal 10 al 25 per cento: una misura che metterebbe fuori mercato tutta l’industria automobilistica del Continente. “Il progetto di espansionismo cinese è evidente, ma almeno è pacifico. Gli americani ci ricattano con i dazi, i cinesi chiedono cooperazione”. Dunque il governo italiano fa bene a firmare l’accordo con Pechino secondo l’ex ministro. “Fa benissimo a firmare l’accordo, il nostro export verso la Cina è inferiore a Francia, Germania, Inghilterra”.

Tuttavia resta problematico cooperare in maniera così stretta con un Paese in cui l’economia è controllata dallo Stato e il rispetto dei diritti umani è calpestato. È vero, – dice Dini – circa la metà del prodotto interno lordo cinese è fatto da imprese statali o sussidiate. Ed è vero che i loro standard democratici sono molto bassi. Ma anche l’Italia quarant’anni fa controllava quasi la metà del Pil attraverso aziende statali. L’interdipendenza economica serve proprio ad abbattere i muri, ma sono processi lenti. La Cina è il primo mercato interno del mondo, e la sua economia è già integrata con il resto del mondo. Il processo non può essere fermato, semmai va governato.

Washington è preoccupata per i problemi di sicurezza che nascono dall’espansionismo cinese in Europa e sotto questo riguardo il ministro osserva che gli Stati Uniti rischiano di perdere la corsa al dominio tecnologico del mondo. “Io ovviamente preferirei che avessero la meglio loro, ma è inutile negare la realtà. Gli Usa possono e devono riprendere forza, ma non è questa la strada”. Dove – domanda – vengono costruiti gli apparati della americanissima Apple? E quanto costano in più rispetto a quelli di Huawei? Come fanno gli Stati Uniti a ritrovare il proprio ruolo di leadership nel mondo se la soluzione al loro deficit commerciale è aspettarsi che la Cina compri più Made in Usa? “La competizione mondiale non è un problema di barriere”, ha concluso Dini.

fonte Agenzia Nova

 

Dini a “La Stampa”, bene gli accordi con la Cina ma doveva firmarli  l’Unione Europea