Gli USA voltano le spalle alla globalizzazione: cosa bolle in pentola?

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La politica americana, che ha sempre tracciato il futuro delle tendenze comportamentali dei vari paesi del mondo, è a un punto di svolta per il processo di globalizzazzione che ha rappresentato il mantra del periodo trascorso.

Il tutto nasce dalla nuova politica di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, dove per sicurezza si intende la solidità dei parametri di crescità del paese.

Gli USA intendono rilanciare il manifatturiero interno, il made in u.s.a., per questo è stato emanato l’ “executive order” del Presidente che dà istruzione all’Esecutivo di favorire gli acquisti interni di prodotti e servizi fatti in america.

Inoltre, il Presidente ha dato l’ordine, previsto dalla normativa USA (Trade Expansion Act 1962), di aprire una inchiesta per verificare se le importazioni di acciaio dall’estero, impattano la sicurezza nazionale marginalizzando la produzione nazionale, la stessa indagine fu ordinata nel 2001 con esiti non impattanti; un dato statistico noto è che gli USA nel 2015 hanno prodotto il 73% di acciaio necessario alle esigenze domestiche.

La sicurezza nazionale americana è la ragione che ha spinto il Presidente verso le restrizioni alle importazioni, anche se ciò incontrerà ostacoli nei negoziati presso il WTO (World Trade Organization).

Quello che si osserva è l’inversione dei processi decisionali, ovvero prima la decisione nazionale e poi la negoziazione a livello della comunità internazionale sulla decisione già presa e senza ritorno.

La stessa logica comportamentale ha determinato l’uscita dall’intesa di Parigi sui cambiamenti climatici degli USA.

Non solo, nella revisione del trattato di libero commercio in nord America ,il NAFTA, le trattative si sono arenate sulla richiesta USA di innalzare dal 62 all’80 % il contenuto delle parti costituenti le parti di ricambio del settore “automotive” fatto nei tre paesi (Canada, USA, Messico) di cui il 50 % doveva essere solo “made in usa”.

Si può essere d’accordo o meno su queste decisioni ma la storia è fatta di fatti e questi lo sono.

Gli Stati Uniti hanno sempre utilizzato i meccanismi della sicurezza nazionale quando le proprie industrie erano sotto stress competitivo internazionale.

In punta di diritto, anche se il WTO dovesse contrastare la nuova policy USA di imporre tasse aggiuntive sulle importazioni, qualora dette importazioni fossero ritenute impattanti la sicurezza nazionale, in base all’articolo XXI del GATT (General Agreement on Tariffs and Trade) vigente, vi è la clausola di “exemption” , il terreno del confronto internazionale è sempre arduo ma non impossibile.

I paesi che non possiedono la normativa sulla sicurezza nazionale e i relativi documenti al riguardo (come l’Italia), fanno fatica ad affermare le proprie ragioni e quando lo fanno imitano in modo disordinato i paesi organizzati.

La politica americana in questo momento ha due obiettivi importanti: rafforzare l’economia USA e creare più posti di lavoro.

Questa politica, che non è diversa da quella degli altri paesi, e nemmeno differente dal passato, presenta un piccolo paradosso: negli ultimi venti anni era il “free Trade” che conferiva la sicurezza nazionale attraverso il concetto del Global Supply Chain e ciò ha costituito lo spirito del passaggio dal GATT al WTO, ora , invece si vogliono cambiare le basi del regime degli scambi commerciali internazionali.

È un grosso cambiamento che mette in crisi il processo di globalizzazione perseguito finora dagli USA e dagli altri paesi, è un indicatore di inversione dei processi dalla sovranità condivisa verso una sovranità individuale, dalla globalizzazione verso la regionalizzazione, con questo gli stati vorranno riacquisire la sovranità perduta.

Quali impatti potrà avere nell’arena internazionale?

Da cosa sono dettate le inversioni di tendenza?

Nel lungo periodo questa nuova tendenza sicuramente frenerà gli eccessi degli “Animal Spirits” (Robert Shiller) che operano nel mercato, ristabilendo un diverso equilibrio interno e internazionale, attenuando le potenziali crisi alle porte dei paesi, sia sociale sia nel campo economico finanziario.

Gli USA vogliono preservare la “dominance” in tutti i campi nel futuro, soprattutto in quello finanziario, che vale 980 trilioni di dollari.

I due competitori internazionali potenziali sono la Cina e l’Unione Europea.

La Cina ha avviato un processo di trasformazione e di crescita consistente ma non ha grandi alleati e teme le manovre finanziarie americane che potrebbero mettere in crisi il mondo cinese.

Lo Yuan, ha fatto dei passi in avanti negli ultimi 10 anni.

L’ingresso della moneta cinese nell’International Monetary Fund’s Special Drawing Right (SDR), dimostra che, la Cina sta creando le infrastrutture per considerare lo yuan una moneta come riserva internazionale.

Purtuttavia, nel 2017 solo 1,7% dei pagamenti internazionali è stato fatto in yuan.

La Cina incontra problemi connessi al suo sistema politico, essendo ancora una autocrazia così come ancora confermato dall’ultimo congresso, e quindi, sarà difficile per il mercato accettare le interferenze politiche nel sistema monetario.

La moneta di riferimento mondiale, per ora, è il dollaro per gli scambi commerciali: gli USA rafforzando il dollaro rafforzeranno la politica estera.

L’Europa, al momento, non ha le caratteristiche per divenire un attore geopolitico internazionale, si contenta della protezione USA, quella che sia, discute molto del futuro attuandolo molto lentamente attraverso grandi discussioni, senza spirito innovativo e con qualche scossone (brexit).

Sembra che le sue aspirazioni si siano fermate all’EURO che in qualche modo la proietta nel mondo come una cassaforte libanese o svizzera.

L’Euro però è un grande competitore del dollaro nel mercato internazionale.

È la seconda moneta di riferimento: detiene il 32,87% del mercato delle monete, vicina al dollaro che invece detiene il 40,72% del mercato. (dati Gennaio 2017).

Nel 1999 alcuni esperti riportavano che nel 2015 il dollaro sarebbe stato sostituito dall’euro (Alan Greenspan, L’era della turbolenza).

All’epoca si riteneva che il marco tedesco e il franco francese e le altre monete poi confluite nell’euro fossero, singolarmente molto piccole per sfidare il dollaro come moneta di riserva.

È da ritenersi sorprendente come ,con discrezione , la BCE e l’Euro siano divenuti delle forze di carattere internazionale.

La BCE è diventata una forza di rilievo internazionale, indipendente con il compito di mantenere la stabilità dei prezzi in un’area che produce un quinto del PIL mondiale.

L’Europa, nel caso dovesse continuare sulla via delle riforme, potrà solo rafforzare l’Euro e il resto del mondo ne sarebbe felice ad eccezione degli USA che perderebbero la leadership finanziaria internazionale.

Essere la moneta di riferimento, per gli scambi globali, conferisce il privilegio di stampare in modo più libero la moneta che comunque verrà assorbita dal mercato internazionale (exsorbitant privilege lo chiamava il presidente francese Valery Giscard d’Estaing).

Questa è la sfida in atto, il cambiamento di paradigma sulla globalizzazione ha il suo cavallo di Troia al suo interno.

Portare avanti il sovranismo per gli Stati Uniti diventa oggi importante per i fini di politica estera e di dominance.

L’Europa, invece, ha una nuova occasione per riformarsi e continuare sul consolidamento delle sue istituzioni, utilizzando la stessa politica USA di rafforzare l’economia e creare più posti di lavoro.

di Pasquale Preziosa

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