Scontro globale tra narrativa e realtà militare mentre il Golfo resta sull’orlo del collasso
Nelle ultime ore, il confronto tra Stati Uniti e Iran si è consolidato come una crisi multilivello che intreccia dimensione militare, pressione economica e guerra dell’informazione, mentre il Medio Oriente resta attraversato da fronti paralleli sempre più instabili, dal Libano alla Striscia di Gaza.
di Antonio Brassani
Il nodo centrale è lo Stretto di Hormuz, passaggio strategico attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale. Il presidente americano Donald Trump ha dichiarato in modo netto «abbiamo il controllo totale dello Stretto di Hormuz», aggiungendo che l’area è «ben sigillata» e che nessuna nave può transitare senza autorizzazione statunitense. Tuttavia, questa versione si scontra con quella iraniana, secondo cui Teheran continuerebbe a esercitare una forma di controllo indiretto sull’area, anche attraverso strumenti di pressione economica e operativa. Ne emerge una situazione opaca, in cui il dominio reale dello stretto resta difficile da verificare e fortemente condizionato dalla dimensione narrativa. In questo senso, il conflitto assume i tratti tipici della guerra asimmetrica: il controllo non è solo territoriale, ma anche percettivo.
Sul piano militare, gli Stati Uniti hanno imposto un blocco navale di fatto e preparano opzioni di intervento diretto nel caso di un crollo della tregua. Il Pentagono starebbe pianificando operazioni mirate contro mine, imbarcazioni veloci e sistemi costieri iraniani, a conferma di un controllo tutt’altro che consolidato. La presenza di numerose unità navali nella regione, rafforzata dall’arrivo della portaerei USS George H.W. Bush, evidenzia una postura di deterrenza attiva che, se da un lato mira a garantire la sicurezza del traffico marittimo, dall’altro aumenta il rischio di escalation.

Sul fronte iraniano, la leadership si presenta compatta. Il presidente Masoud Pezeshkian e la Guida Suprema Mojtaba Khamenei ribadiscono la coesione interna, affermando «siamo tutti iraniani e rivoluzionari» e denunciando una campagna mediatica ostile. Tuttavia, diverse analisi indicano un crescente peso dei Pasdaran nelle decisioni strategiche, segnale di una progressiva militarizzazione del potere politico che rafforza la capacità di resistenza del sistema ma rende più complesso qualsiasi percorso negoziale.
Parallelamente, il conflitto si espande lungo la rete regionale di alleanze iraniane. In Iraq, Washington ha posto una taglia su Hashim Finyan Rahim al Saraji, leader di una milizia filo-iraniana, evidenziando la volontà di colpire le strutture proxy di Teheran. In Libano, la tregua tra Israele e Hezbollah resta estremamente fragile: l’ambasciatore israeliano all’ONU Danny Danon ha riconosciuto che il cessate il fuoco «non è al 100 per cento», mentre sul terreno continuano scontri e operazioni militari. Israele valuta inoltre una presenza stabile nel sud del Libano, ipotesi che trasformerebbe una zona di sicurezza in una presenza militare prolungata.

Sul piano diplomatico, Donald Trump continua a giocare un ruolo centrale, promuovendo una proroga della tregua tra Israele e Libano e puntando a incontri diretti con Benjamin Netanyahu e Joseph Aoun. Tuttavia, il divario tra iniziative diplomatiche e realtà operativa resta evidente: mentre i negoziati avanzano, il conflitto sul terreno prosegue senza una reale de-escalation.
Le conseguenze economiche sono già significative. La limitazione del traffico nello Stretto di Hormuz incide direttamente sui prezzi dell’energia, sulle catene di approvvigionamento e sulla stabilità dei mercati globali. Lo stesso Donald Trump ha ammesso di voler mantenere la pressione sullo stretto per impedire all’Iran di generare ingenti entrate giornaliere, trasformando di fatto il controllo del passaggio marittimo in uno strumento di coercizione economica. Una strategia che, tuttavia, rischia di colpire anche partner e alleati, amplificando l’instabilità finanziaria internazionale.
A livello globale emerge un ulteriore elemento critico: l’usura dello strumento militare statunitense. L’elevato consumo di munizioni impiegate nel conflitto solleva interrogativi sulla capacità di Washington di sostenere contemporaneamente altri scenari strategici, in particolare in Asia. Il rischio è quello di una riduzione della prontezza operativa in caso di crisi parallele, con implicazioni dirette sugli equilibri geopolitici globali.

Nel frattempo, la dimensione umanitaria continua a peggiorare. Le Nazioni Unite segnalano vittime civili a Gaza, mentre Papa Leone XIV ha definito la situazione su Hormuz «caotica», evidenziando la confusione delle trattative e l’impatto sulle popolazioni civili. Le sue parole richiamano l’attenzione su un aspetto spesso oscurato dalla dimensione strategica: il costo umano del conflitto e la difficoltà di mantenere un quadro informativo chiaro e condiviso.
Nel complesso, il conflitto si configura sempre più come una guerra ibrida e asimmetrica, in cui operazioni militari, pressione economica, attori non statali e competizione narrativa si sovrappongono, rendendo difficile distinguere tra controllo reale e percepito.
La situazione resta altamente fluida. Se gli Stati Uniti mantengono una superiorità militare convenzionale, l’Iran conserva capacità di interdizione sufficienti a impedire una soluzione rapida. Il controllo dello Stretto di Hormuz resta quindi il simbolo di questa ambiguità: dichiarato come totale da Washington, ma nei fatti ancora conteso, incerto e al centro di una competizione che si gioca tanto sul piano operativo quanto su quello della percezione globale.

