Scontro strategico tra Stati Uniti e Iran mentre Russia e attori regionali ridefiniscono gli equilibri
di Antonio Brassani
La crisi nel Golfo Persico entra in una fase sempre più complessa e pericolosa, in cui dimensione militare, pressione economica e manovre diplomatiche si intrecciano in un equilibrio instabile che coinvolge le principali potenze globali.
Il baricentro dello scontro resta lo Stretto di Hormuz, divenuto leva strategica centrale nel confronto tra Donald Trump e la leadership iraniana. Le ultime ore confermano un’escalation a bassa intensità ma ad alto rischio: l’intercettazione della petroliera M/T Stream da parte del cacciatorpediniere USS Rafael Peralta, sotto il comando del Centcom, rappresenta un segnale chiaro della volontà statunitense di mantenere il controllo operativo sul traffico marittimo, impedendo a Teheran di aggirare il blocco navale imposto il 13 aprile. L’Iran ha reagito definendo l’operazione «pirateria e rapina a mano armata in alto mare», rafforzando una narrativa di aggressione funzionale alla propria posizione negoziale.

Sul piano diplomatico, la proposta iraniana di riaprire lo Stretto in cambio della cessazione dei bombardamenti e della revoca del blocco navale è stata accolta con scetticismo dalla Casa Bianca. Marco Rubio ha chiarito la linea americana affermando «non possono normalizzare un sistema in cui gli iraniani decidono chi può usare una via navigabile internazionale». La posizione di Trump resta rigida: nessuna apertura sostanziale senza concessioni sul programma nucleare, vero nodo strategico della crisi. Il rifiuto, seppur non definitivo, indica la volontà di Washington di mantenere alta la pressione militare ed economica evitando, almeno per ora, una guerra aperta.
Parallelamente emergono crepe interne all’amministrazione statunitense. Il vicepresidente JD Vance ha espresso dubbi sulla gestione del conflitto da parte del Pentagono guidato da Pete Hegseth, sollevando interrogativi sul rapido esaurimento delle scorte missilistiche. Questo elemento introduce un fattore critico: la sostenibilità militare americana nel medio periodo. Se tali timori fossero confermati, la capacità degli Stati Uniti di sostenere operazioni prolungate o di rispondere a crisi simultanee — dall’Indo-Pacifico all’Europa orientale — potrebbe risultare significativamente ridotta.

Sul fronte opposto, l’Iran rafforza la propria rete di alleanze. Il presidente russo Vladimir Putin, incontrando il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, ha ribadito il sostegno politico a Teheran, lodandone la resistenza alle pressioni occidentali. I colloqui tra il ministro della Difesa russo Andrei Belousov e il viceministro iraniano Reza Talaei-Nik, insieme ai contatti con la Bielorussia di Viktor Khrenin, delineano un asse Mosca-Teheran-Minsk sempre più coordinato. Pur richiamando formalmente la via diplomatica, la Russia sfrutta la crisi per consolidare la propria influenza e logorare la posizione statunitense.
Nel frattempo, l’Iran utilizza lo Stretto di Hormuz anche come strumento economico. L’apertura di conti dedicati alla riscossione di pedaggi marittimi e le dichiarazioni del vicepresidente Mohammad Reza Aref — «ora ci supplicano per il passaggio» — indicano una strategia di coercizione economica volta a trasformare il controllo geografico in rendita finanziaria. Le implicazioni sui mercati energetici sono immediate: ogni incertezza sul transito nel Golfo si traduce in volatilità dei prezzi del petrolio, aumento dei costi logistici e pressioni inflazionistiche su scala globale.

Il conflitto si riflette anche nei teatri regionali. In Israele, il primo ministro Benjamin Netanyahu rivendica successi contro Hezbollah, pur riconoscendo la persistenza di minacce rilevanti, in particolare droni e razzi. Il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha lanciato un allarme sulla disciplina delle forze armate, segnalando un deterioramento etico che rischia di compromettere la coesione operativa. Sul piano politico, lo scontro tra Hezbollah e il presidente libanese Joseph Aoun evidenzia il rischio di una destabilizzazione interna del Libano.
In Iraq, la nomina di Ali al-Zaidi da parte del presidente Nizar Amedi, favorita anche dalla pressione statunitense che ha escluso il ritorno di Nouri al-Maliki, conferma il tentativo di Washington di contenere l’influenza iraniana nella regione. Resta però elevata la fragilità del sistema politico iracheno, potenziale fattore di instabilità.
Il quadro complessivo è quello di una guerra ibrida, in cui operazioni militari limitate, pressione economica e negoziati incompleti convivono in una tensione costante. La possibilità di una de-escalation resta legata a un compromesso su due nodi centrali: la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz e il programma nucleare iraniano.

