Sovranità contesa, traffici ridotti e narrativa divergente: il conflitto si gioca tra mare, economia e propaganda
di Andrea Maria Conti
La crisi nello Stretto di Hormuz ha ormai superato la dimensione militare tradizionale, evolvendo in un confronto complesso in cui controllo fisico, leva economica e guerra dell’informazione si sovrappongono fino a rendere difficile distinguere la realtà operativa dalla narrazione strategica.

Nelle ultime ore, l’Iran ha annunciato di aver incassato i primi proventi dai pedaggi imposti alle navi in transito nello stretto, con fondi trasferiti alla Banca centrale. Si tratta di un passaggio rilevante: Teheran non si limita più a minacciare il principale choke point energetico globale, ma lo utilizza come strumento attivo di pressione economica e politica. Il sistema, secondo fonti iraniane, sarebbe già operativo, con un costo di circa un dollaro per barile trasportato, equivalente a circa 2 milioni di dollari per singola petroliera. Tuttavia, il traffico marittimo risulta ridotto fino al 90%, segno evidente di un controllo ancora frammentato e contestato.
Questa versione si scontra con quella del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che ha dichiarato «Abbiamo il controllo totale dello Stretto di Hormuz», aggiungendo che nessuna nave può transitare senza l’autorizzazione della Marina americana e definendo l’area «ben sigillata». Le parole del presidente sono accompagnate da ordini operativi incisivi, tra cui l’autorizzazione ad affondare imbarcazioni sospette di posare mine e l’intensificazione delle operazioni di sminamento. Nonostante ciò, gli sviluppi sul campo restituiscono un quadro più incerto: sequestri di petroliere, attacchi a navi commerciali e iniziative diplomatiche di Paesi terzi per garantire il passaggio sicuro indicano che il controllo effettivo dello stretto resta conteso.
Questa ambiguità rappresenta l’essenza della guerra asimmetrica in corso. Da un lato, gli Stati Uniti impiegano superiorità navale, interdizione marittima e pressione economica globale; dall’altro, l’Iran adotta tattiche ibride, tra cui pedaggi, impiego di motoscafi e droni e minaccia di minamento delle acque. In questo contesto, le dichiarazioni del capo della magistratura iraniana, Mohseni Ejei, secondo cui Teheran è pronta a «scatenare il caos» nello stretto, confermano una strategia orientata alla destabilizzazione più che al controllo convenzionale.

Sul piano interno, l’Iran appare attraversato da tensioni significative. Il presidente Masoud Pezeshkian, coinvolto anche nelle cure della guida suprema Mojtaba Khamenei, gravemente ferito nei raid di febbraio, opera in un contesto di forte instabilità. Le condizioni di Khamenei, descritte come gravi ma compatibili con lucidità operativa, e le limitazioni nei contatti con i vertici militari per timore di attacchi mirati, suggeriscono una catena di comando sotto pressione. Le divisioni interne hanno già compromesso tentativi di dialogo con Washington, evidenziando una fragilità decisionale che incide sulla capacità negoziale del Paese.
Parallelamente, la comunità internazionale intensifica gli sforzi per contenere la crisi. Regno Unito e Francia, attraverso i ministri John Healey e Catherine Vautrin, guidano una coalizione di oltre trenta Paesi per pianificare una missione di pattugliamento a carattere difensivo, finalizzata a garantire la libertà di navigazione. Leader europei come Emmanuel Macron, Keir Starmer, Giorgia Meloni e Friedrich Merz sostengono la necessità di consolidare la tregua e trasformarla in un cessate il fuoco duraturo. Tuttavia, la coesistenza di restrizioni iraniane e blocchi navali statunitensi rende ogni iniziativa estremamente complessa e fragile.
Le ripercussioni economiche sono già profonde. Secondo Fatih Birol, direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, il mondo affronta «la più grande minaccia alla sicurezza energetica della storia», con una perdita stimata di 13 milioni di barili al giorno. Le conseguenze si estendono ben oltre il comparto energetico, colpendo fertilizzanti, filiere alimentari e commercio globale. Le Nazioni Unite stimano che oltre 30 milioni di persone potrebbero ricadere in condizioni di povertà a causa delle interruzioni generate dal conflitto. L’Europa, fortemente esposta sul piano energetico, cerca fonti alternative, mentre gli Stati Uniti si propongono come fornitori, ridefinendo gli equilibri economici transatlantici.
Nel frattempo, altri attori cercano di tutelare i propri interessi. La Corea del Sud negozia con Teheran per garantire la sicurezza delle proprie navi, mentre la Turchia, con Recep Tayyip Erdogan, avverte che il conflitto sta già producendo effetti destabilizzanti anche sull’Europa. L’Italia, secondo l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, partecipa con unità navali per contribuire alla sicurezza della navigazione, confermando la centralità strategica di Hormuz per l’economia nazionale.
Il quadro complessivo resta caratterizzato da una forte incertezza. Gli Stati Uniti rivendicano il controllo dello stretto, mentre l’Iran dimostra di poter esercitare una forma di influenza economica e operativa sul traffico. Nel frattempo, il flusso di navi rimane drasticamente ridotto, segnale tangibile di un equilibrio instabile. In questo scenario, la guerra si combatte tanto sul piano militare quanto su quello della percezione: il controllo della narrativa diventa uno strumento strategico capace di influenzare mercati, alleanze e opinione pubblica globale.
In prospettiva, nessuna delle parti sembra in grado di ottenere un vantaggio decisivo nel breve periodo. È più probabile una prosecuzione del conflitto in forma ibrida, fatta di pressioni economiche, operazioni limitate e diplomazia intermittente. Una stabilizzazione duratura appare possibile solo attraverso un compromesso politico che, allo stato attuale, resta lontano, mentre gli effetti economici continuano a propagarsi ben oltre la regione, incidendo in modo strutturale sull’equilibrio globale.

