Hormuz sull’orlo della guerra

Tregua fragile, scontri navali e diplomazia paralizzata: il confronto tra Stati Uniti e Iran entra in una fase critica

di Antonio Brassani

La crisi tra Stati Uniti e Iran si sta trasformando in un confronto prolungato a bassa intensità ma ad altissimo rischio sistemico, in cui la dimensione militare si intreccia con quella economica e diplomatica in un equilibrio sempre più instabile. Le ultime ore segnano un punto di svolta: mentre regge formalmente una tregua senza scadenza definita, sul mare si moltiplicano episodi ostili che dimostrano come il conflitto sia tutt’altro che congelato.

L’attacco a un portacontainer al largo dell’Oman, colpito da un’unità dei Pasdaran, rappresenta l’episodio più recente di un’escalation marittima che ha ormai trasformato lo Stretto di Hormuz in un teatro operativo attivo. L’evento si inserisce in un contesto già segnato da numerosi attacchi contro navi commerciali e da una situazione umanitaria critica per circa 20.000 marittimi bloccati nel Golfo Persico, evidenziando una strategia iraniana di pressione asimmetrica sulle rotte energetiche globali. Parallelamente, le forze statunitensi continuano a far rispettare il blocco navale, respingendo diverse imbarcazioni e sequestrando unità iraniane, un’azione che Teheran ha denunciato alle Nazioni Unite come «atto ostile e illegale», rivolgendosi al segretario generale Antonio Guterres.

In questo quadro, la posizione della Casa Bianca guidata da Donald Trump appare sempre più ambivalente. Da un lato, il presidente ha deciso di estendere il cessate il fuoco senza fissare una nuova scadenza, accogliendo le richieste dei mediatori pakistani Asim Munir e Shehbaz Sharif; dall’altro, mantiene una retorica aggressiva e una pressione militare costante. Emblematica la sua dichiarazione secondo cui «se facessimo questo, non potrebbe mai esserci un accordo con l’Iran, a meno che non facessimo saltare in aria il resto del loro Paese», riferita alla possibile riapertura dello Stretto di Hormuz. Una posizione che riflette la tensione tra la volontà di evitare un’escalation e la necessità di preservare la credibilità della deterrenza.

Il fronte iraniano resta tuttavia diviso. All’interno del sistema di potere si confrontano due linee strategiche: quella pragmatica, rappresentata da Mohammad Bagher Ghalibaf e Abbas Araghchi, favorevole al mantenimento del canale negoziale, e quella più rigida guidata dal comandante dei Pasdaran Ahmad Vahidi, che considera il blocco navale un atto di guerra incompatibile con qualsiasi trattativa. Le dichiarazioni ufficiali confermano questa impostazione, con Teheran che esclude negoziati su programma nucleare e missilistico, ponendo condizioni che rendono difficilmente raggiungibile un accordo nel breve periodo.

La paralisi diplomatica è evidente: la delegazione iraniana non si è presentata ai colloqui previsti a Islamabad, mentre il vicepresidente americano JD Vance, insieme agli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner, è rimasto a Washington, simbolo di un negoziato sospeso. Il processo decisionale appare ora concentrato nelle mani della guida suprema Mojtaba Khamenei, la cui posizione potrebbe determinare una riapertura del dialogo o un ulteriore irrigidimento.

Sul piano regionale, il conflitto si inserisce in una dinamica più ampia. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha rivendicato il rafforzamento di Israele e i risultati ottenuti contro l’“asse iraniano”, dichiarando «Israele è più forte che mai e, insieme agli Stati Uniti, stiamo guidando la lotta contro le forze del male». Parallelamente, l’Arabia Saudita, attraverso il principe Khalid bin Salman, mantiene un equilibrio tra sostegno agli sforzi diplomatici e rafforzamento della cooperazione militare con partner occidentali come l’Italia, rappresentata dal ministro Guido Crosetto. Le minacce iraniane di colpire la produzione petrolifera dei Paesi del Golfo in caso di coinvolgimento diretto accrescono il rischio di un’estensione regionale del conflitto.

Le implicazioni economiche sono già evidenti e destinate a intensificarsi. Il blocco dello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il transito di una quota significativa del petrolio mondiale, sta generando tensioni sui mercati energetici, con ripercussioni su inflazione, costi logistici e stabilità finanziaria globale. Anche il settore turistico risente dell’incertezza, con un aumento delle cancellazioni e una contrazione della domanda, soprattutto in Europa. Le nuove sanzioni statunitensi, inserite nell’operazione “Economic Fury”, puntano a indebolire le capacità militari iraniane, ma rischiano al contempo di aggravare la pressione economica e irrigidire ulteriormente il quadro negoziale.

In questo scenario, il confronto assume sempre più i tratti di una guerra ibrida: non uno scontro dichiarato, ma una sequenza di azioni militari limitate, pressioni economiche e manovre diplomatiche che mantengono elevata la tensione senza sfociare, almeno per ora, in una guerra aperta. La difficoltà di raggiungere la pace risiede proprio in questa ambiguità, dove ciascun attore tenta di massimizzare i propri vantaggi evitando i costi di un conflitto diretto.

La situazione resta quindi sospesa su un equilibrio estremamente fragile. Se da un lato esiste ancora uno spazio per un accordo che consenta a entrambe le parti di salvare la faccia, dall’altro il rischio di un’escalation accidentale rimane elevato. Un incidente nello Stretto di Hormuz, un errore di calcolo o una decisione presa sotto pressione potrebbero innescare una reazione a catena difficilmente controllabile. In prospettiva, la crisi potrebbe evolvere verso un confronto indiretto prolungato, con impatti economici globali sempre più rilevanti, oppure degenerare rapidamente in un conflitto aperto. In entrambi i casi, la stabilità internazionale appare oggi più vulnerabile che mai.

Hormuz sull’orlo della guerra