Domani la Camera esaminerà il disegno di legge delega sul nucleare sostenibile, provvedimento con cui il governo punta a riportare l’Italia nella produzione di energia atomica dopo quasi quarant’anni. Il testo apre alla stagione degli Small Modular Reactor e ridefinisce la strategia energetica nazionale tra sicurezza energetica, industria e decarbonizzazione
di Federico Bonviso
La data del 26 maggio rappresenta uno dei passaggi più significativi della strategia energetica del governo. Alla Camera arriva infatti il disegno di legge delega sul nucleare sostenibile elaborato dal ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, testo destinato a ridefinire l’assetto energetico nazionale. Secondo quanto riportato da numerose agenzie nazionali, il provvedimento conferisce all’esecutivo la delega per adottare entro dodici mesi i decreti attuativi necessari a reintrodurre la produzione di energia nucleare sul territorio italiano.

L’obiettivo del governo guidato da Giorgia Meloni è ampliare il mix energetico nazionale riducendo la dipendenza dal gas importato e rafforzando la sicurezza energetica in una fase internazionale segnata dalla volatilità dei mercati e dalle tensioni geopolitiche sulle forniture. Il ddl non riguarda soltanto la produzione elettrica, ma disciplina anche il riprocessamento del combustibile nucleare, la gestione dei rifiuti radioattivi, lo smantellamento degli impianti esistenti e lo sviluppo della ricerca sulla fusione nucleare. Il progetto coinvolgerà numerosi dicasteri, tra cui il Ministero dell’Economia, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, il Ministero della Difesa e il Ministero dell’Università e della Ricerca, confermando il carattere strategico dell’iniziativa.
Il fulcro operativo della riforma è rappresentato dagli Smr, gli Small Modular Reactor, reattori modulari di piccola dimensione che il governo considera più flessibili e compatibili con il sistema industriale italiano rispetto alle centrali tradizionali. Durante l’esame parlamentare è stata inoltre introdotta la possibilità per i Comuni di autocandidarsi a ospitare i nuovi impianti, misura pensata per favorire accordi con i territori e ridurre il rischio di conflitti locali.

Sul piano economico il governo ha previsto una prima dotazione di 60 milioni di euro tra il 2027 e il 2029, oltre a risorse destinate alle campagne informative pubbliche. Si tratta di fondi iniziali destinati soprattutto alla fase normativa e preparatoria, mentre la prospettiva industriale appare molto più ampia. Il ritorno del nucleare potrebbe infatti coinvolgere energia, cantieristica, siderurgia avanzata, componentistica tecnologica e comparto navale, settore nel quale diversi Paesi stanno valutando l’impiego di mini reattori per l’alimentazione di grandi navi commerciali e militari.
Il progetto italiano si inserisce in un quadro internazionale in forte evoluzione. Secondo le stime dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, la capacità nucleare mondiale potrebbe quasi triplicare entro il 2050 nello scenario più espansivo, passando da 377 a 992 gigawatt. Gli Smr potrebbero rappresentare una quota crescente della nuova capacità installata globale, confermando il ritorno dell’atomo tra gli strumenti della transizione energetica.
Resta tuttavia aperto il nodo più delicato: l’Italia non dispone ancora di un deposito nazionale operativo per i rifiuti radioattivi e continua a gestire l’eredità del vecchio programma nucleare chiuso dopo i referendum del 1987 e del 2011. È proprio questo uno dei principali terreni di scontro politico e sociale, insieme ai dubbi sui tempi di realizzazione, sui costi e sulla capacità dello Stato di completare infrastrutture strategiche di lungo periodo.
Sul piano geopolitico il disegno di legge segna comunque una svolta storica. L’Italia prova a riallinearsi ai grandi Paesi europei che stanno reinvestendo nell’energia atomica, dalla Francia alla Polonia, fino ai programmi sviluppati da Stati Uniti e Regno Unito sugli Smr. Gilberto Pichetto Fratin ha definito il provvedimento “un passaggio importante per costruire un futuro energetico più sicuro, sostenibile e indipendente per l’Italia”, dichiarazione riportata da Teleborsae ripresa da diverse testate nazionali.
La sfida, però, inizierà dopo il voto parlamentare. Perché il ritorno del nucleare in Italia non dipenderà soltanto dalla tecnologia o dagli investimenti, ma soprattutto dalla capacità politica di costruire consenso attorno a una scelta destinata a incidere sul futuro energetico del Paese per i prossimi decenni.

