Il manifesto di Palantir non è un’idea. È una dichiarazione di potere in un mondo dove la superiorità tecnologica è diventata l’arma più decisiva di tutte
La “repubblica tecnologica” non è una formula americana da importare: è una questione di sopravvivenza strategica che l’Europa non ha ancora deciso se affrontare.
di Antonio Di Ieva
“Le armi si contano in tonnellate. Il potere, sempre più spesso, si misura in terabyte.”
Un mattino di aprile, Palantir ha pubblicato su X un testo in ventidue punti. Non era un comunicato stampa. Era qualcosa di più raro: una dottrina dichiarata. In meno di ventiquattr’ore, oltre trenta milioni di persone lo avevano letto. Nessun capo di Stato aveva firmato. Nessun parlamento aveva votato. Eppure quel testo pretendeva di ridefinire ciò che l’Occidente deve fare per sopravvivere.
Per capire cosa significa, bisogna cominciare non dal manifesto ma dal campo di battaglia. Le guerre contemporanee – dall’Ucraina all’Iran, dai teatri africani al Mar Cinese Meridionale – non si decidono più sul numero di carri armati o sulla potenza di fuoco di una singola piattaforma. Si decidono nella capacità di integrare sensori, dati logistici, sistemi legacy, modelli di intelligenza artificiale e catene di comando in un flusso continuo, in tempo reale, senza interruzioni. È quella che gli analisti chiamano guerra “software-defined”: la supremazia operativa non appartiene più a chi ha il ferro migliore, ma a chi controlla lo stack.
In questo ecosistema, Palantir e Anduril agiscono da archetipi. La prima presiede al nodo dati-decisione: le sue piattaforme – Gotham, Foundry, AIP – sono infrastrutture decisionali che innestano modelli analitici nei flussi di lavoro reali, collegando dati eterogenei a decisioni mission-critical. La seconda incarna il nodo autonomia-controllo: integra sistemi non pilotati nei domini aereo, terrestre e marittimo attraverso la piattaforma Lattice, accelerando il ciclo percezione-prioritizzazione-risposta. Non è una metafora. È l’architettura concreta del conflitto armato nel 2026.

Qui emerge il paradosso che sta al cuore di questa trasformazione. Più la guerra diventa immateriale, più la sua base materiale diventa decisiva. L’AI non opera nel vuoto: vive all’interno di una catena di approvvigionamento computazionale fatta di chip avanzati, data center, cavi sottomarini, standard tecnici, protocolli di interoperabilità. Chi controlla quella catena controlla qualcosa di molto simile alla geografia strategica del Novecento. I numeri danno la misura della partita: nel 2024, secondo lo Stanford HAI AI Index, gli Stati Uniti hanno prodotto 40 modelli fondazionali di intelligenza artificiale. La Cina 15. L’Europa intera tre.
Il cambiamento è anche industriale, e va compreso nella sua struttura profonda. Il vecchio complesso militare-industriale non scompare: cambia centro di gravità. Dario Guarascio, dell’Università di Roma La Sapienza, parla di “complesso militare-digitale”: una nuova interdipendenza in cui Big Tech e Stato si sostengono a vicenda, perché l’infrastruttura digitale è al tempo stesso abilitante per il militare e asset competitivo sui mercati globali. Per decenni il modello DARPA aveva dominato la scena: ricerca pubblica, poi spillover verso il privato. Oggi accade spesso l’inverso: architetture nate nel mercato civile – dal cloud enterprise all’AI generativa – vengono adattate alla difesa con appositi contratti e budget. Il manifesto di Karp, sotto questo profilo, non chiede alla Silicon Valley di fare qualcosa di nuovo. Le chiede di riconoscere quello che fa già.
Ed è qui che la narrazione si complica. Quando l’AI entra nel terreno della sicurezza nazionale, il rischio sistemico aumenta: accelera la catena decisionale e ne cambia l’epistemologia. Cosa “vede” il sistema? Con quali dati, quali bias, quali incentivi industriali incorporati? Ashley Deeks, professoressa di diritto all’Università della Virginia ed ex consigliera giuridica del Consiglio di sicurezza nazionale, ha definito in un recente libro il cortocircuito che si produce sommando l’opacità dell’apparato di sicurezza a quella degli algoritmi. Ne risulta, scrive Deeks, *”una difficoltà crescente nel ricostruire la responsabilità democratica, anche quando – formalmente – la decisione finale resta umana”* (Oxford University Press, 2025).
La “repubblica tecnologica” di Karp è dunque una risposta americana a una domanda globale. Una risposta coerente, argomentata, e assai conveniente per chi la formula. Ma rimane una risposta americana. L’Europa si trova davanti a due scenari, entrambi scomodi: integrazione subordinata, con stack e infrastrutture statunitensi ma con dipendenza tecnologica e giurisdizionale; oppure sovranità operativa selettiva, costruendo capacità europee su infrastrutture e standard autonomi. Nessuno dei due è gratuito. Il primo costa sovranità. Il secondo richiede tempo, risorse e una volontà politica che, sinora, non si è trovata.
Ogni rivoluzione militare della storia – la polvere da sparo, il vapore, il nucleare – ha ridisegnato i confini del potere sovrano. Ha deciso chi poteva ancora fare politica estera in autonomia e chi era costretto a farlo sotto tutela. La guerra dello stack non fa eccezione. La domanda, per l’Europa, non è più se entrare in questa partita. È se potrà ancora scegliere di farlo alle proprie condizioni – o se quella scelta, nel tempo necessario a prenderla, sarà già stata fatta da altri.
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