Dalla cooperazione sulla difesa alla filiera aerospaziale: come la scelta del governo Meloni ridisegna il ruolo industriale dell’Italia nella difesa europea
di Antonio Di Ieva
Il 2 giugno 2026 i droni italiani sfilavano ai Fori Imperiali. Quarantotto giorni prima, Roma aveva firmato un accordo di cooperazione sulla difesa con Kiev e si era ritrovata in una lista di potenziali obiettivi russi. Lo stesso giorno, a Berlino, il summit E5 era aperto. L’Italia era in tutti e tre i posti.
Il 2 giugno 2026, per la prima volta nella storia della Repubblica, i droni sfilavano ai Fori Imperiali. Quarantotto giorni prima, il 15 aprile, mentre il presidente ucraino Volodymyr Zelensky incontrava a Palazzo Chigi la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al Ministero della Difesa il ministro Guido Crosetto, il Ministero della Difesa russo pubblicava sul proprio canale Telegram ufficiale un elenco di aziende europee accusate di produrre componenti per droni destinati a Kiev. Nell’elenco comparivano quattro nomi italiani: CMD Avio, MWFly, Epa Power e Gilardoni. Due date, la stessa storia.
Non sono coincidenze narrative. Sono le coordinate di una scelta che l’Italia ha compiuto deliberatamente, con una logica industriale precisa e una cornice diplomatica riconoscibile: quella NATO e G7 che il governo Meloni ha indicato come riferimento esplicito di ogni decisione in materia di difesa. Capire cosa stia costruendo l’Italia – e perché quella costruzione abbia un valore che va oltre la congiuntura – è la domanda che nessun comunicato ufficiale ha ancora risposto per intero.
Le quattro aziende citate dall’intelligence russa non sono realtà oscure. Operano sul mercato, pubblicano cataloghi tecnici, partecipano a fiere aerospaziali internazionali. CMD Avio, divisione aeronautica del Gruppo CMD, produce motori a pistoni certificati EASA con applicazioni esplicite su piattaforme “tactical UAV”. L’azienda ha smentito la sede veneziana indicata dai russi e ha precisato di non aver mai venduto motori aeronautici alla Difesa ucraina: smentita geografica e commerciale precisa, che non cancella l’evidenza tecnica pubblica. MWFly di Garbagnate Milanese include esplicitamente la voce “drone” tra le applicazioni del proprio catalogo. Epa Power di Cressa produce motori certificati per impiego operativo fino a 16.000 piedi. Gilardoni di Mandello del Lario opera nel settore difesa e sicurezza con mercati che includono Israele, Francia, Spagna e Stati Uniti.
Sul piano istituzionale, la visita di Zelensky a Roma ha prodotto risultati concreti. Come riporta ufficialmente difesa.it, Italia e Ucraina stanno lavorando a un quadro di partenariato strategico su difesa aerea, sistemi senza pilota, munizioni e settore marittimo. Il segretario del Consiglio di sicurezza nazionale ucraino Rustem Umerov e il ministro Crosetto hanno ribadito l’impegno comune a rafforzare la cooperazione bilaterale. Meloni ha dichiarato che “l’Italia è molto interessata a sviluppare una produzione congiunta soprattutto nel settore dei droni, ambito nel quale sappiamo che l’Ucraina è diventata una nazione guida”. La visita era la terza tappa di un tour europeo in meno di 48 ore: il 14 aprile, a Berlino, Zelensky aveva già firmato con il cancelliere Merz il pacchetto difesa bilaterale più ampio mai concluso in Europa, da 4 miliardi di euro, comprensivo di sistemi PATRIOT PAC-2, IRIS-T e un accordo quadro sulla coproduzione di droni.
La logica industriale di questo posizionamento ha numeri precisi. Nei primi quattro mesi del 2026, la produzione ucraina di droni da ricognizione è cresciuta del 441% rispetto all’intero 2025, quella per attacchi a media distanza del 312%, secondo dati del Ministero della Difesa di Kiev. Quel patrimonio tecnologico – costruito sotto pressione operativa reale – non ha equivalenti nei cataloghi delle scuole di guerra occidentali. Per la filiera aerospaziale italiana, l’accesso a quel know-how vale contratti, certificazioni e trasferimenti tecnologici che il mercato civile non genera alla stessa velocità. Leonardo SpA, controllata dal Ministero dell’Economia e dunque dallo Stato italiano, è il nodo sistemico di questa architettura: partner naturale per la coproduzione su larga scala, già attiva con accordi internazionali nel settore difesa. Lo Stato italiano si trova in una posizione inedita: regolatore delle esportazioni militari tramite l’UAMA sotto la supervisione di Tajani, azionista di controllo del principale operatore industriale della difesa, firmatario di un accordo di cooperazione con un paese in conflitto.
Il governo Meloni non ha ambiguità sulla direzione. Crosetto ha firmato, Meloni ha collocato ogni decisione nel quadro NATO e G7, l’Italia ha fornito a Kiev equipaggiamenti militari per oltre tre miliardi di euro dall’inizio del conflitto. La tensione emerge però sul piano finanziario. Il fondo europeo SAFE – Security Action for Europe, 150 miliardi per la difesa comune – ha assegnato all’Italia una quota potenziale di 14,9 miliardi in prestiti agevolati da impiegare nel quinquennio 2026-2030. A fine maggio, mentre Polonia, Lituania, Croazia, Romania e Belgio avevano già firmato gli accordi con la Commissione, l’Italia non aveva ancora sottoscritto l’intesa. Il motivo: i prestiti incidono sul debito pubblico. Crosetto ha scritto due lettere al ministro Giorgetti chiedendo autorizzazione a firmare entro la scadenza. L’intenzione dichiarata è utilizzare tra i 4 e i 5 miliardi – lo stretto necessario per i contratti già maturi – rinunciando alla quota restante.
Il 2 giugno quella postura è diventata immagine. Ai Fori Imperiali hanno sfilato il Rapier X-25 di Sky Eye Systems – sistema mini ad ala fissa già acquisito dall’Aeronautica Militare e consegnato al 32° Stormo di Amendola – il Radon X di Siralab, ala fissa VTOL per ricognizione a lungo raggio, e lo Skynex di Rheinmetall, sistema antidrone e antiaerea a corto raggio la cui prima batteria era stata consegnata all’Esercito italiano il 18 dicembre 2025 a Sabaudia. Crosetto ha scritto per l’occasione: “Abbiamo il dovere di costruire una Difesa credibile, moderna e preparata, per garantire la pace e tutelare i cittadini”. Non è una formula retorica: è la stessa logica che ha guidato la firma del 15 aprile, resa visibile davanti a mezzo milione di romani.
Mosca ha risposto con una valutazione formale: le nazioni europee coinvolte nella produzione di componenti per droni sono “retrovie strategiche dell’Ucraina”. Medvedev ha commentato su X che la lista pubblicata dal Ministero della Difesa russo “va presa alla lettera: è una lista di potenziali obiettivi per le nostre forze armate”. Il 29 maggio un drone russo è caduto su un edificio residenziale a Galati, in Romania – territorio NATO. Il quadro si chiudeva il 2 giugno a Berlino, dove il formato E5 – Germania, Francia, Regno Unito, Italia e Polonia – si riuniva con Umerov e il segretario generale NATO Rutte. Crosetto ha confermato che in una riunione a Palazzo Chigi erano sul tavolo, insieme, il summit E5, la ministeriale difesa, il dossier SAFE e il conflitto in corso. Non dossier separati: un unico scenario.
L’Italia ha scelto di stare dentro l’architettura della difesa europea. Ha firmato accordi di cooperazione, ha mostrato i propri droni nella parata più vista dell’anno, ha una filiera aerospaziale con le competenze per competere. La contraddizione non è nella direzione – è nella velocità: dire sì alla cooperazione sulla difesa e poi frenare sullo strumento finanziario europeo che quella cooperazione dovrebbe finanziare è la misura esatta della distanza tra postura dichiarata e capacità di sostenerla. Il 2 giugno, mentre i droni sfilavano tra il Colosseo e piazza Venezia, a Berlino il summit E5 era già aperto. L’Italia era in entrambi i posti. Non era più una questione di scelta – era una questione di coerenza.
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