Merz-Trump, scontro aperto sull’Iran

Divergenze strategiche e tensioni economiche: la frattura tra Berlino e Washington aggrava la crisi globale

di Andrea Maria Conti

Nel pieno di una delle crisi più complesse degli ultimi anni, la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran si evolve su più livelli – militare, economico e diplomatico – mentre il sistema internazionale mostra segni crescenti di frammentazione e tensione.

Le dichiarazioni più recenti del ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar sintetizzano la linea strategica di Tel Aviv: «Stiamo dando una possibilità alla via diplomatica, ma se fallisce, riconsidereremo l’opzione militare». Una posizione che riflette un equilibrio instabile tra deterrenza e negoziato, ma che lascia aperta la porta a una nuova escalation diretta contro Teheran. Parallelamente, Israele mantiene alta la pressione su Hezbollah in Libano, dove proseguono raid mirati e operazioni di controinsurrezione nel sud del Paese, confermando la dimensione regionale del conflitto.

Sul fronte iraniano, il linguaggio è altrettanto duro. Fonti di alto livello a Teheran minacciano «una risposta senza precedenti» contro quella che definiscono la “pirateria” americana nello Stretto di Hormuz, snodo vitale per il commercio energetico globale. Il controllo di questo passaggio rappresenta il vero baricentro strategico della crisi: gli Stati Uniti, sotto la guida del presidente Donald Trump, sembrano intenzionati a prolungare il blocco navale per strangolare economicamente l’Iran e costringerlo a concessioni sul nucleare.

Questa strategia di pressione massima è confermata anche dagli incontri alla Casa Bianca tra Trump e i vertici delle principali compagnie petrolifere, tra cui il CEO di Chevron Mike Wirth, segnale che Washington sta già gestendo le ricadute energetiche globali della crisi. Il risultato è immediato: il prezzo del Brent si avvicina ai 115 dollari al barile, mentre l’Europa paga il prezzo più alto in termini di inflazione e dipendenza energetica. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha quantificato in oltre 27 miliardi di euro il costo aggiuntivo per le importazioni energetiche in appena 60 giorni, sottolineando che «le conseguenze potrebbero farsi sentire per mesi o addirittura anni».

In questo contesto, la Germania emerge come uno degli anelli più vulnerabili. L’inflazione salita al 2,9% riflette l’impatto diretto delle tensioni energetiche, mentre sul piano politico interno si intensifica lo scontro tra il cancelliere Friedrich Merz e Donald Trump, evidenziando le crepe sempre più profonde nel fronte occidentale. L’attacco di Trump a Berlino, con accuse di debolezza e scarsa comprensione della minaccia nucleare iraniana, rappresenta un’escalation retorica significativa ma fondata su una lettura distorta della posizione tedesca, storicamente più rigorosa nei confronti di Teheran. Le dichiarazioni della Casa Bianca arrivano infatti in risposta alle critiche di Merz, che ha messo in discussione la strategia americana, denunciando l’assenza di una chiara via d’uscita e i risultati deludenti sul piano negoziale.

Sul piano militare emergono segnali contrastanti sull’efficacia delle operazioni statunitensi e israeliane. Il direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), Rafael Grossi, ha rivelato che gran parte dell’uranio arricchito iraniano – circa 440 chilogrammi al 60% – sarebbe ancora presente nel sito di Isfahan, nonostante i bombardamenti. «Non siamo stati in grado di verificare lo stato delle scorte», ha ammesso, mettendo in dubbio le affermazioni di Washington secondo cui il programma nucleare iraniano sarebbe stato “annientato”. Questo elemento rappresenta un punto critico: la capacità residua di Teheran di sviluppare un’arma nucleare resta concreta e potrebbe accelerare in caso di ulteriore escalation.

Negli Stati Uniti, intanto, il segretario alla Difesa Pete Hegseth si prepara a un’audizione cruciale al Congresso, dove dovrà giustificare una proposta di bilancio militare record da 1.500 miliardi di dollari. Al centro del dibattito non ci sono solo i costi crescenti del conflitto, ma anche le polemiche su un bombardamento che avrebbe colpito una scuola a Minab, causando numerose vittime civili. Le accuse di mancanza di trasparenza da parte di ex funzionari, tra cui Rachel E. VanLandingham, rischiano di minare la legittimità interna dell’operazione.

Sul piano diplomatico, la situazione resta in stallo. Teheran starebbe preparando una nuova proposta negoziale, mediata dal Pakistan, mentre Trump continua a oscillare tra apertura e pressione, convinto che il collasso economico iraniano possa forzare un accordo. Tuttavia, la richiesta iraniana di riaprire rapidamente lo Stretto di Hormuz evidenzia la profondità della crisi interna del Paese.

A complicare ulteriormente il quadro si aggiungono le tensioni nei territori palestinesi, con l’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania sostenuta da figure come Bezalel Smotrich, e le violazioni dei diritti umani denunciate dall’Onu in Iran, dove oltre 4.000 persone sono state arrestate e almeno 21 giustiziate dall’inizio del conflitto, secondo l’Alto Commissario Volker Türk.

Anche attori terzi come l’Italia si preparano a un possibile scenario post-bellico: il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annunciato la disponibilità della Marina italiana a partecipare a missioni internazionali per garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz, segnale che l’Europa si sta attrezzando per gestire le conseguenze di lungo periodo della crisi.

In questo scenario estremamente fluido, il conflitto si configura sempre più come una guerra ibrida e multilivello, in cui la dimensione militare si intreccia con quella economica, energetica e informativa. La strategia americana punta a una vittoria senza invasione diretta, attraverso il progressivo collasso economico dell’Iran, mentre Teheran cerca di resistere sfruttando leve asimmetriche, dalla pressione sullo stretto al sostegno alle milizie regionali.

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