Migranti, riunione informale del Consiglio UE a Tallin, com’è andata per l’Italia?

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La riunione informale del Consiglio Ue dei ministri degli Interni, oggi a Tallinn, al di là delle parole di circostanza, è stata positiva o negativa per l’Italia? C’è un modo obiettivo per giudicarne i risultati: verificare se corrispondono almeno in parte alle aspettative e alle speranze del governo, che era riuscito a porre al centro del dibattito fra i Ventotto l’emergenza sbarchi e la necessità di ridiscutere l’attuale sistema europeo di gestione dei flussi di migranti nel Mediterraneo centrale, che ricade quasi esclusivamente sulle spalle degli italiani. Basta confrontare quello che è uscito da Tallin (dichiarazioni e impegni, non decisioni, che non sono comunque possibili nelle riunioni informali) con le precise richieste che il ministro dell’Interno Marco Minniti aveva presentato in una lettera del 30 giugno scorso al suo collega estone Andres Anvelt, presidente di turno del Consiglio Affati interni dell’Ue, e al commissario europeo responsabile per la Politica migratoria, Dimitris Avramopoulos. Nella lettera, Minniti avanzava sostanzialmente quattro richieste:

1) una discussione sul ruolo delle Ong nelle operazioni di ricerca e salvataggio in mare, e l'”endorsement” (cioè l’avallo, ma nel testo italiano della missiva viene usato il termine inglese, chissà perché) dell’Ue al “Codice di condotta” che il governo italiano sta elaborando;

2) l’avvio, da parte della Commissione e di Frontex (l’agenzia Ue per le frontiere esterne), di “un processo di regionalizzazione” dell’operazione navale europea Triton, “aprendo agli altri Stati membri”, ovvero rimettendo il questione il principio secondo cui tutti i migranti soccorsi in mare devono essere sbarcati in Italia;

3) una revisione “in modo pragmatico e con il sostegno della Commissione” del sistema di ricollocamento dei rifugiati (le “relocation”), che oggi penalizza l’Italia perché si applica solo ai richiedenti asilo di alcune nazionalità (quelle per cui si registra almeno il 75% di accoglimento delle domande), che sono poco presenti fra i migranti sbarcati nella Penisola;

4) un richiamo alla “necessità di rifinanziare il Trust Fund Africa”, a cominciare dalle iniziative con focus sulla Libia, “con i fondi Ue e degli Stati membri”.

Minniti ha avuto dai suoi colleghi europei e dalla Commissione risposte positive sul primo e sull’ultimo punto, e un chiarissimo “no” sulla seconda e la terza richiesta. In più, l’Italia vede molto positivamente anche il sostegno che è venuto dai Ventotto al Piano d’azione della Commissione europea sulla crisi migratoria a sostegno dell’Italia, che è stato presentato martedì scorso. La presidenza estone ha poi riconosciuto, nel suo comunicato al termine della riunione, che “la situazione nel Mediterraneo centrale e la pressione sull’Italia sono fonte di grande preoccupazione per tutti gli Stati membri”. La risposta positiva sul “Codice di condotta” con le linee guida per le Ong è in linea con le aspettative dell’Italia. L’Ue lo attende con impazienza e lo accoglierà con favore, dandogli il proprio avallo, quando il governo si deciderà a presentarlo. Non è chiaro, tuttavia, se il Codice conterrà, così com’è stato annunciato, una clausola che vieti l’attracco ai porti italiani alle navi delle Ong che non dovessero rispettarlo. Perché questo potrebbe comportare il rischio di una violazione delle norme internazionali sul soccorso in mare. I ministri degli Interni dei Ventotto sono anche d’accordo, quanto ha dichiarato la presidenza estone di turno del Consiglio Ue, ad “assicurare contributi aggiuntivi significativi” al Trust Fund per l’Africa e a mantenerlo anche per il 2018 e oltre, e a rafforzare il sostegno alla guardia costiera libica e le azioni in corso nei paesi a Sud della Libia (in particolare in Niger e Mali). Su questo punto, l’Italia può a buon diritto affermare che la sua posizione, inizialmente isolata, è stata fatta proprio dalla Commissione e da tutti gli altri Stati membri. Almeno a parole, dagli altri Stati membri, visto che ad oggi solo Germania, Olanda, Polonia, Belgio, Danimarca e Finlandia si sono impegnate per un contributo significativo al Trust Fund (rispettivamente 51, 15, 11, 10 e 6 milioni di euro) mentre l’Italia ha già stanziato 82 milioni e ne ha sborsati 32. Dagli altri, solo spiccioli. E meno male che la Commissione ha aumentato il proprio contributo da 1,8 a 2,66 miliardi di euro. Il Trust Fund per l’Africa, va ricordato, serve a finanziare tutte le iniziative miranti a ridurre i flussi di migranti, agendo sulle “cause profonde” del fenomeno e cooperando attraverso i “migration compact” con i paesi di origine e di transito.  Quanto al resto, non poteva essere più netto e unanime il “no” alla “regionalizzazione” delle attività di ricerca e salvataggio, che per l’Italia significava la possibilità di sbarcare i migranti soccorsi in mare anche in altri Stati membri, almeno i vicini della costa Nord del Mediterraneo (Francia e Spagna). Gli altri Stati membri temono che l’attracco anche di una sola nave in un loro porto manderebbe automaticamente e immediatamente ai migranti e ai trafficanti una sorta di invito, creerebbe un nuovo “pull factor”, un fattore di attrazione che tutti vogliono assolutamente evitare. Minniti ci proverà ancora, cercando di trovare, se non al livello politico, almeno a livello “tecnico” delle possibilità per ridiscutere il modo in cui vengono condotte le operazioni navali di Frontex. L’11 luglio vedrà Fabrice Leggeri, il direttore di Frontex, nella sua sede di Varsavia. E lo sforzo diplomatico italiano continuerà il giorno dopo alla riunione del Coreper (il comitato degli ambasciatori degli Stati membri presso l’Ue) a Bruxelles. Ma qualunque modifica al mandato delle operazioni navali richiede un voto all’unanimità del Consiglio Esteri dell’Ue. E da qui non si passa. Quanto alla ridefinizione dei criteri da applicare ai richiedenti asilo per poter essere “ricollocati” dall’Italia in altri Stati membri, la Commissione ha fatto capire di non essere pronta a muoversi in quel senso. La riforma del Regolamento di Dublino, ovvero del sistema attuale che scarica sulle spalle del paese di primo arrivo l’onere di gestire le domande dei richiedenti asilo e di accoglierli dopo averglielo concesso, è ancora bloccata in Consiglio, e le stesse “relocation” continuano a non essere attuate da una buona parte dei paesi dell’Est. Non è il momento di rendere abbassare la soglia del 75% dell’accoglimento delle domande per le nazionalità dei “ricollocati”. Ma ciò non toglie che l’Italia possa negoziare con alcuni paesi di buona volontà (in particolare Germania e paesi nordici) degli accordi volontari per ricollocamenti di rifugiati di nazionalità che non rispettano quella condizione.

Foto Sky TG24

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