Ministero della Difesa e la maledizione per i suoi ministri

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(di Andrea Pinto) La verità è che il Ministero della #Difesa si “mangia”  ministri e sottosegretari, una specie di “maledizione”. Nella recente storia al dicastero di via XX Settembre si sono susseguiti Ignazio La Russa, Giampaolo Di Paola, Mario Mauro, Roberta Pinotti e tanti sottosegretari.

Quasi tutti, dopo l’ambizioso mandato, hanno terminato la loro carriera politica, ovvero relegati nell’angolo più lontano del loro partito. Sono spariti dalla scena.

La realtà, tuttavia, non è nella “maledizione” voluta far credere per giustificare i fallimenti dei politici al vertice del dicastero. La verità è che il ministero della difesa è uno di quelli che non può essere diretto da un politico normale. Nel caso specifico il suo ruolo istituzionale è quello di riportare l’indirizzo politico nelle anse e meandri del dicastero e farlo digerire a tutti i livelli. Molto difficile. Quello che dovrebbe fare, invece, è l’esatto contrario. Conoscere in fondo  le “reali” esigenze delle forze armate e farle “comprendere” alla politica che solo e soltanto dopo potrà fornire un indirizzo adeguato, credibile, ma soprattutto attuabile.

Sparare a zero su programmi d’arma con il solo intento di recuperare percentuali di gradimento nelle prossime elezioni destabilizza e non poco le forze armate, in termini di capacità.

Come noto il mondo Difesa non è semplice, ma un settore dello Stato molto complesso che si basa su un’organizzazione gerarchico-funzionale. Il motivo della complessità è dovuto all’alto compito assegnatole: la difesa e la sicurezza della Nazione. Difesa e Sicurezza che non si fa con i “fiori”, difesa e sicurezza che si fa, purtroppo con le armi,  partecipando a missioni all’estero, in una cornice di peace keeping e  enforcing a livello globale. Per poter partecipare a queste missioni, con gli altri alleati e partner, devi parlare la stessa “lingua”, ovvero possedere mezzi militari in grado di dialogare tra loro.

Per fare tutto questo occorre studiare e analizzare programmi, partecipare a “calls europee e programmi internazionali” e mettere in atto un serie di attività che richiedono l’impegno “ab initio” di ingenti risorse finanziarie. (La fase di studio e analisi di un programma fino all’acquisizione può richiedere anche vent’anni).  Una volta acquisito e programmato l’acquisto di un sistema d’arma “pluriennale”, occorre che lo stesso non subisca negli anni defezioni, ritardi nei pagamenti o ripensamenti. Le decisioni erano  state prese da parte del parlamento e dei  governi del passato dopo attente valutazioni nelle varie commissioni. La politica dell’elastico, invece,  provoca una ricaduta “tremenda” in termini di prestigio internazionale e affidabilità della nazione stessa, con notevoli rischi negli investimenti stranieri verso l’Italia. In pratica un fallimento dell’intero sistema.

In un settore complesso occorre un ministro che sappia districarsi nell’insidioso reticolo del dicastero. Un ministro tecnico sarebbe il più adeguato. Così come si fa da sempre per il ministero dell’economia e finanze. Un ministro tecnico “vero” e con provata mentalità interforze non è difficile da trovare. Tanti sono i generali che vantano esperienza interforze e internazionale di altissimo livello impiegati presso le Regioni e Comuni, ovvero costretti ad insegnare alle università e scrivere libri o quant’altro. Abbiamo le risorse “adeguate e disponibili”  ma  siamo consapevolmente ciechi per  motivazioni  non comprensibili.

Una contraddizione unica, tutta italiana: hai la soluzione in tasca e non la vuoi utilizzare.

 

Ministero della Difesa e la maledizione per i suoi ministri