Sotto la presidenza di Bola Tinubu, tra accuse di golpe e tensioni sociali, il gigante africano attraversa una fase critica di ridefinizione del proprio equilibrio interno.
La Nigeria si trova oggi al centro di una pericolosa convergenza tra instabilità politica, tensioni militari e pressioni economiche, in un contesto regionale sempre più segnato da derive golpiste e fragilità istituzionali.
L’apertura di un procedimento per tradimento contro sei individui accusati di aver orchestrato un tentativo di colpo di Stato contro il presidente Bola Tinubu rappresenta un passaggio cruciale per la sicurezza interna del Paese. Tra gli imputati figura il generale in pensione Mohammed Ibrahim Gana, affiancato da una rete eterogenea composta da civili e militari. Parallelamente, il nome dell’ex ministro del petrolio ed ex governatore Timipre Sylva emerge come figura centrale, sebbene non ancora in stato di detenzione. Il coinvolgimento del colonnello Mohammed Alhassan Ma’aji, in servizio presso l’ufficio del consigliere per la sicurezza nazionale, suggerisce che il piano non fosse un’iniziativa isolata, bensì un’operazione con possibili ramificazioni all’interno delle strutture statali.
Le accuse delineano un quadro ancora incompleto ma profondamente inquietante: incontri clandestini, flussi finanziari sospetti e l’ipotesi di attività riconducibili al terrorismo. La scelta di gestire separatamente i militari in servizio attraverso procedimenti presso tribunali militari evidenzia la volontà del governo di limitare l’impatto politico della vicenda e preservare la coesione delle forze armate, già messe a dura prova da anni di conflitti asimmetrici contro gruppi jihadisti e organizzazioni criminali.
Il contesto regionale amplifica ulteriormente la portata della crisi. Negli ultimi anni, il Sahel è stato teatro di una sequenza di colpi di Stato in Paesi limitrofi come Mali, Burkina Faso e Niger, contribuendo alla formazione di una cintura di instabilità ai confini settentrionali della Nigeria. In questo scenario, Abuja ha cercato di mantenere un ruolo di potenza stabilizzatrice anche attraverso la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS), sostenendo iniziative volte a contrastare le giunte militari e a prevenire ulteriori rovesciamenti di governo, come dimostrato dal recente impegno diplomatico in Benin.
Nonostante ciò, la solidità interna del Paese appare sempre più fragile. L’attuale presidente Bola Tinubu, eletto con il 36,6% dei voti e in presenza di una bassa affluenza, governa con una legittimità politica limitata. Il suo predecessore, Muhammadu Buhari, ha lasciato in eredità un sistema segnato da stagnazione economica e deterioramento della sicurezza, con una crescente diffusione di minacce jihadiste e criminali.
Le riforme economiche promosse dall’attuale amministrazione — tra cui la liberalizzazione del tasso di cambio della naira e la rimozione dei sussidi energetici — mirano a ristabilire equilibri macroeconomici, ma hanno prodotto effetti sociali significativi nel breve periodo. L’inflazione ha raggiunto livelli critici, riducendo il potere d’acquisto e alimentando un diffuso malcontento. Le proteste dell’agosto 2024, note come #EndBadGovernance, hanno evidenziato una crescente frattura tra governo e cittadini, con manifestazioni represse e tensioni nelle principali aree urbane.
In questo contesto, le accuse di golpe assumono una valenza più ampia: non rappresentano soltanto una minaccia militare, ma il sintomo di una crisi sistemica in cui élite politiche, apparati di sicurezza e società civile appaiono sempre più disallineati. Le proteste dei familiari dei militari detenuti, accompagnate dalle dichiarazioni di Shafa’atu Almakura, riflettono un crescente senso di ingiustizia e opacità nelle procedure giudiziarie, alimentando dubbi sulla trasparenza delle istituzioni statali.

