La laurea serve ancora per trovare lavoro? In Italia resta il pass per puntare in alto

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(di Vincenzo Cimini Gruppo Green Holdind spa) Le grandi aziende hi-tech come Google od Apple stanno cambiando i loro criteri di selezione del personale. Tanto da iniziare a preferire una buona formazione interna al titolo di studio. Già un paio di anni fa Ernst&Young, una delle più grandi società di reclutamento di laureati nel Regno Unito, ha annunciato che il titolo di studio sarebbe stato rimosso dai propri criteri di ammissione dal momento che non ci sono riscontri oggettivi che leghino il successo all’università con quello lavorativo in età avanzata.

La società dunque ha iniziato a non mettere più alcuni paletti come requisito per accedere alle opportunità lavorative ora aperte ad ogni individuo indipendentemente dal suo background. «I titoli accademici – aveva affermato all’Huffington Post [1]Maggie Stilwell,managing partner di Ernst&Young –  saranno ancora presi in considerazione e in effetti rimangono un elemento importante per valutare i candidati nel loro insieme, ma non saranno più un ostacolo. La nostra ricerca interna su oltre 400 laureati ha concluso che lo screening degli studenti basato sulla sola performance accademica era un approccio troppo drastico per un buon reclutamento. Non ci sono  prove per concludere che il precedente successo nell’istruzione superiore fosse correlato con il successo futuro nelle successive carriere professionali intraprese». Negli Stati Uniti l’aumento delle tasse universitarie ha portato molti studenti a non avere tempo o soldi per riuscire a terminare gli studi. E forse anche per intercettare possibili talenti che si sarebbero persi con il requisito del titolo studio, molte aziende hanno cominciato ad offrire opportunità di lavoro ben retribuite per coloro che hanno un livello di istruzione non tradizionale oppure solo un diploma di scuola superiore. Magari proprio tra queste persone si potrebbe annidare il genio in grado di fare la differenza. «Quando guardi le persone che non vanno a scuola e si fanno strada nel mondo – ha dichiarato Laszlo Bock, ex vicepresidente senior di People Operatrions  –  hai di fronte esseri umani eccezionali. E dovremmo fare tutto il possibile per trovare queste persone». E Google ed Ernst&Young sono solo due delle grandi aziende che si sono rese conto che i fenomeni sui libri non necessariamente coincidono con i fuoriclasse nel mondo del lavoro. In Italia, malgrado le non eccelse statistiche sul numero dei laureati rispetto agli altri paesi europei, per fortuna il titolo accademico rimane fondamentale per l’accesso nel mondo del lavoro.

La laurea se necessaria se e quando il percorso di studi viene svolto con entusiasmo e spirito di conseguire un reale apprendimento meglio ancora se arricchito da fattori capaci di integrare le pure materie scolastiche.  «Nel confronto con l’Europa – scrive l’Istat [2]nell’ultima ricerca su istruzione e mondo del lavoro –  l’Italia ha una posizione molto arretratariguardo al secondo obiettivo di Europa 2020 legato all’istruzione: innalzare al 40% la quota di giovani 30-34enni con titolo di studio terziario. Questo obiettivo è stato giudicato fondamentale nella “società della conoscenza”, sia per stimolare la crescita economica sia per rendere compatibile crescita e inclusione sociale. Nel 2017, la quota di 30-34enni in possesso di titolo di studio terziario è stimata pari al 26,9% (39,9% la media Ue). Nonostante un aumento dal 2008 al 2017 di 7,7 punti l’Italia è la penultima tra i paesi dell’Unione e non è riuscita a ridurre il divario con l’Europa». Nel rapporto sulla conoscenza pubblicato qualche mese fa, realizzato da Giovanni Alfredo Barbieri e Andrea de Panizza, si vede come in Italia pur avendo questo numero basso di laureati, il titolo di studio rappresenti ancora una sorta di pass per accedere ai posti di lavoro più ambiti. «Nel 2017 si stima che il differenziale nei tassi di occupazione tra le persone di 25-64 anni che hanno raggiunto il titolo terziario (laurea) e quelle che posseggono al più un titolo secondario inferiore sia di 28,8 punti (media Ue 29,7 punti). Il premio dell’istruzione – inteso come la maggiore occupabilità al crescere dei livelli di istruzione – è pari a 19,1 punti nel passaggio dal titolo secondario inferiore al titolo secondario superiore e a 9,7 punti nel confronto tra quest’ultimo ed il titolo terziario (20,1 e 9,6 punti, sono i rispettivi valori Ue). Il vantaggio occupazionale di un elevato livello di istruzione è più marcato nella componente femminile in tutti i Paesi Ue e in particolar modo in Italia: le donne che raggiungono il titolo terziario  hanno un tasso di occupazione di oltre 40 punti superiore rispetto alle coetanee con basso livello di istruzione (vantaggio più che doppio rispetto a quello degli uomini), e la differenza tra alta e  media istruzione è di 16,2 punti (scarto maggiore di oltre tre volte quello maschile)». Ai ragazzi dunque il mio messaggio più importante: la laurea serve, eccome!

 

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