L’ascesa militare cinese: da gigante terrestre a potenza del mare

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(Ammiraglio Giuseppe De Giorgi) Dalla caduta dell’Unione Sovietica, la marina degli Stati Uniti non ha avuto più rivali in grado di contrastarla sugli Oceani, almeno fino ad oggi. Il sorpasso numerico è, però, avvenuto: 317 unità navali contro 283, e così alla fine del 2017 la Marina dell’Armata Popolare di Liberazione è diventata, superando quella degli Stati Uniti d’America, la flotta militare più grande del mondo. Una grande flotta militare in grado di esercitare il controllo del mare e di proiettare la propria forza sulla terraferma attraverso gli oceani è considerata uno dei principali attributi di una grande potenza; l’obiettivo strategico primario per la Cina è però, al momento, quello di proteggere il Mar Cinese, con le sue numerose isole, e impedire l’accesso delle navi avversarie ai tratti di mare contesi.

La Cina ha mostrato negli anni un atteggiamento sempre più aggressivo in merito alla questione della sovranità delle numerose isole del Mar Cinese: dalle isole Senkaku contese con il Giappone, fino all’arcipelago delle Spratly, divenuto sede di basi militari con aeroporti, porti militari e postazioni di missili antinave. Aerei e navi cinesi pattugliano oggi quelle acque in maniera sempre più aggressiva e la marina statunitense, per quanto ancora nettamente superiore sul livello qualitativo e tecnologico, ha perso la assoluta superiorità numerica di cui godeva negli anni ‘90. Sono lontani, infatti, i tempi in cui l’esercito cinese lanciò alcuni missili contro le acque territoriali di Taiwan per intimidire il governo locale che, all’epoca, stava per tenere le prime elezioni libere nella sua storia.

A quel tempo il presidente Americano Clinton inviò immediatamente la flotta nelle acque di Taiwan costringendo la Cina a cessare subito quell’atteggiamento bellicoso. Ma forse proprio da quel momento, si racconta vissuto con particolare umiliazione dal governo cinese, si avviò quel programma di armamento e modernizzazione che oggi, sotto la guida dell’attuale presidente Xi Jinping, inizia a mostrare i suoi risultati a tutto il mondo.

“La necessità di costruire una Marina potente non è mai stata così impellente come oggi” ha sentenziato lo stesso presidente Xi, sottolineando le priorità in agenda per il suo governo. Con 228 miliardi di dollari stanziati, la Cina è seconda soltanto agli States (610 miliardi), sebbene la percentuale destinata alla Difesa rispetto alla spesa pubblica complessiva sia progressivamente diminuita. E così, soltanto negli ultimi dieci anni, la Marina dell’Armata Popolare di Liberazione ha costruito oltre 100 nuovi sottomarini e navi da guerra, più di quanto possiedano le flotte della maggior parte dei paesi del mondo.

E’ vero che gli USA posseggono 20 potentissime portaerei e la capacità di dislocarle velocemente in ogni parte del mondo, allo stesso tempo, però,  la Cina possederebbe oggi la capacità di contrastare l’accesso da parte di eventuali forze nemiche alle sue acque territoriali. Le forze cinesi basano la loro forza soprattutto sulle capacità “A2/AA”, una sigla che sta per “Anti-Access/Area Denial” portata avanti con, soprattutto, missili balistici antinave, comunemente chiamati “carrier killer” ossia “ammazza portaerei”. Missili difficili da fermare, che quando vengono lanciati salgono quasi verticalmente, fino a uscire dall’atmosfera terrestre, per poi rientrare, guidati da radar e satelliti, e precipitare verso il loro obiettivo a una velocità parecchie volte superiore a quella del suono. I missili DF-21D e DF-26,  possono arrivare anche fino a 4 mila chilometri, ossia, in caso di conflitto con gli USA, colpire le basi statunitensi nell’isola di Guam. Parliamo di una minaccia molto significativa a cui la Marina Statunitense risponde tuttavia con la famiglia di Cacciatorpedienere classe Arleigh Burke, schiarati a protezione delle Portaerei, in grado di distruggere i missili balistici in fase di rientro nell’atmosfera. In aggiunta è in fase avanzata di sviluppo anche un’arma imbarcata a energia diretta, un potente laser che ha già dimostrato in fase di sperimentazione operativa da bordo di unità navali, la capacità di abbattere bersagli aerei. A completare la flotta ci sono poi circa 80 sottomarini, aerei imbarcati, bombardieri strategici e missili da crociera. Un arsenale di tutto rispetto in previsione di quello che secondo gli esperti potrebbe essere il ritorno di confronti in mare aperto fra grandi flotte, un’ipotesi che sembrava tramontata alla fine del XX secolo e che si ripresenta nel XXI, non a caso definito il “secolo marittimo”.

Negli ultimi anni, la necessità di difendere i propri crescenti interessi economici e geopolitici nel mondo, oltre alla propria sovranità, ha spinto il gigante asiatico a ricalibrare la propria potenza militare in favore della marina. Gli orizzonti cinesi sono sempre più vasti, abbracciando tutta la costa orientale dell’Africa sino al Mediterraneo. La Cina ha bisogno di una grande Marina che dia vigore e credibilità alla sua politica estera e fiducia al crescente numero di nazioni amiche in cerca di alleati alternativi agli USA alla Russia o alla Francia. Oltre alle navi una Marina oceanica ha bisogno di basi navali situate nei punti strategici, possibilmente vicino ai passaggi obbligati. Di qui, la costruzione di una base a Gibuti, a cui ne seguiranno altre lungo la rinnovata via della seta verso il Mediterraneo e verso il Golfo Persico. L’ascesa della potenza navale cinese è evidente nei numeri. Solo la Cina ha costruito più mezzi navali in questo decennio di tutte le potenze mondiali messe insieme. Chiaramente questo non significa che la Marina dell’Armata popolare di liberazione sia superiore a quella di Washington, basti pensare che la Cina ha una sola portaerei operativa mentre gli USA ne mantengono in servizio 20 tutte a propulsione nucleare. L’obiettivo della nuova Cina di Xi Jinping è comunque chiaro: rendere la Cina non solo un gigante sulla terra, ma anche sul mare. In sintesi una grande Potenza mondiale.

Le linee di comunicazioni marittime sono l’elemento abilitante della globalizzazione mondiale insieme a Internet, e la Cina non vuole più dipendere dalle grandi potenze marittime che dal 15° secolo hanno dominato il mondo dal mare. Il controllo del mare passa per tutta una serie di livelli che riguardano anche altre aree del mondo, dove interessi commerciali, energetici e militari si intrecciano in maniera indissolubile. Come un gigante che si sta aprendo al mondo, la difesa degli interessi interni si sta espandendo su scala mondiale e, pur essendo vero che il potenziale qualitativo navale cinese non è ancora a livello di quello statunitense, nei prossimi anni l’equazione potrebbe subire un radicale cambiamento.

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1 commento

  • minecraft

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