Parla il padre del  ‘soft power’ e come Trump stia riducendo quello americano

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Joseph Nye, docente ad Harvard e noto per aver coniato il termine “soft power”, già sottosegretario alla Difesa sotto la presidenza Clinton e presidente della Commissione Trilateral ha rilasciato una intervista a Formiche.net dove commenta l’annuncio di Trump di spostare la sede dell’ambasciata americana in Israele a Gerusalemme. “Credo ci sia una verita’ dietro questa affermazione. Non abbiamo visto risultati dopo gli innumerevoli sforzi dei suoi predecessori. Questo però non vuol dire che il tentativo di Trump avrà successo”. Per il  Medio Oriente ha detto Nye non credo si possa ancora parlare di una preminenza iraniana o russa nella regione. Non bisogna semplificare troppo lo scenario mediorientale dividendolo in due”. Secondo il presidente della Trilateral, “la Russia è  stata in grado di prevenire la caduta del regime di Assad in Siria. Ma quello di Damasco resta pur sempre un regime debole, che controlla una piccola parte del Paese. La vittoria sull’Isis è per una buona parte dovuta agli sforzi dell’esercito statunitense e delle forze armate irachene. Il professor Nye rivendica quindi “i casi in cui è necessario usare il pugno di ferro con la Cina, ovvero quando non rispetta gli  obblighi  internazionali di reciprocità  finanziando direttamente le sue imprese o quando forza il trasferimento di proprietà intellettuale. Su questo fronte sia gli Stati Uniti che l’Unione Europea dovrebbero mostrarsi fermi. In fondo il progetto One Belt One Road altro non è che uno slogan per indicare la strategia geopolitica di Xi Jinping”. Quanto al progetto europeo ed alla difficoltà di relazione fra Bruxelles e Washington, il professor Nye spiega: “l’Unione Europea dovrà riprendersi da sola il ruolo che le spetta di diritto nelle relazioni internazionali, dove a quanto pare non è  una priorità per Donald Trump ma speriamo lo sia per gli europei.

Soft Power

Espressione coniata negli anni Novanta del 20° sec. dallo scienziato politico statunitense Joseph Nye per definire l’abilità nella creazione del consenso attraverso la persuasione e non la coercizione. Il potenziale d’attrazione di una nazione, infatti, non è rappresentato esclusivamente dalla sua forza economica e militare, ma si alimenta attraverso la diffusione della propria cultura e dei valori storici fondativi di riferimento. Il concetto di soft power, elaborato in origine per definire una prassi politica tipica degli Stati Uniti, ha raggiunto grande popolarità nel primo decennio del 21° sec., quando altre nazioni hanno cercato di investirvi per riscuotere consenso internazionale; al contrario, nello stesso momento, era proprio l’amministrazione Bush a scegliere la via dell’hard power, ossia il ricorso alla potenza militare ed economica, reputate armi più efficaci nella guerra al terrorismo internazionale. Con la presidenza di Barack Obama, tuttavia, questa tendenza si è invertita e, alla luce dei nuovi tentativi di dialogo internazionale, gli indici di apprezzamento mondiale verso gli Stati Uniti sembrerebbero essere risaliti dopo l’esplosione di un diffuso sentimento antiamericano in occasione della guerra in Iraq e della lunga occupazione seguita.

Parla il padre del ‘soft power’ e come Trump stia riducendo quello americano

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