Cresce l’export di armi al mondo, mentre in America si prova a limitarne l’uso

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(Amm. Giuseppe De Giorgi) Il volume dell’export internazionale di armi nel periodo tra il 2013 ed il 2017, confermando la tendenza al rialzo iniziata agli inizi degli anni 2000, è stato superiore del 10% rispetto a quello del 2008-2012. Questi dati emergono da uno studio pubblicato dall’International Peace Research Institute di Stoccolma (SIPRI), mettendo in risalto, in particolare modo, l’aumento considerevole del flusso di armi verso il Medio Oriente e l’India (destinazioni rispettivamente del 32% e del 12% del totale degli acquisti a livello globale). Un flusso raddoppiato negli ultimi 10 anni legato al fatto che la maggior parte degli stati della regione sono stati coinvolti direttamente in conflitti nel periodo tra il 2013 ed il 2017. Nonostante le preoccupazioni sui diritti umani abbiano così portato, proprio ultimamente, accesi dibattiti politici sulla limitazione delle vendite delle armi, oggi, Stati Uniti ed Europa rimangono i principali esportatori di armi nella regione medio orientale (con una percentuale, ad esempio, di oltre il 98% di armi esportate in Arabia Saudita).

Sono proprio Stati Uniti, Russia, Francia, Germania e Cina i cinque maggiori esportatori di armi al mondo, con l’Italia al nono posto di questa particolare classifica. Durante il primo anno dell’amministrazione Trump, ad esempio, sono stati oltre 82,2 i miliardi di dollari ricavati dalla vendita di armi da parte degli Stati Uniti notificati al Congresso, con un aumento dei ricavi del 30% rispetto ai 76,5 miliardi di dollari dell’amministrazione Obama del 2016, sopratutto per quanto riguarda la categoria bombe e missili, a seguito di importanti accordi di difesa missilistica raggiunti con Arabia Saudita, Polonia, Romania, Giappone e Emirati Arabi Uniti.

La Russia dal canto suo nel 2016 ha superato i 15 miliardi di dollari di consegna d’armi, esportando in 52 paesi, non solo India e Cina paesi che vengono riforniti di armamenti già da lungo tempo dal governo del Cremlino, ma anche il regime siriano: “Nonostante le pressioni senza precedenti di un certo numero di paesi occidentali e gli ingiusti metodi di concorrenza che utilizzano, siamo riusciti a penetrare nuovi mercati esteri” ha voluto precisare il direttore dell’agenzia Rosoboronexport incaricata delle esportazioni degli equipaggiamenti militari. E nonostante alcune sanzioni internazionali, a seguito dell’annessione della Crimea, ed una legge approvata la scorsa estate dal Congresso Usa per vietare rapporti commerciali con 39 società di armamenti russe, la Russia ha saputo portare avanti con forza la sua corsa agli armamenti, specialmente in questi ultimi 15 anni, tanto è vero che lo stesso Putin ha presentato, a pochi giorni dalle elezioni, i nuovi armamenti russi, tra cui una nuova versione del missile intercontinentale multi testata Sarmat, un missile da crociera alimentato a nucleare ed un drone sottomarino più veloce di qualsiasi siluro fino ad oggi costruito.

Oltre alla Russia anche la Cina sfida oggi la supremazia militare degli Stati Uniti e dei loro alleati ed il ritmo con cui sta ingrossando il proprio esercito potrebbe essere tradotto in un “sistematico processo di preparazione alla guerra” (secondo alcuni esperti dell’Istituto Internazionale per gli Studi Strategici, IISS, nel rapporto annuale Military Balance 2017) con, a livello aereo, i caccia stealth Chengdu J-20 previsti in fase operativa dal 2020 e unità missilistiche aria-aria a lunga gittata PL-15 equipaggiate con radar a scansione elettronica e, a livello marino, il varo negli ultimi 15 anni di più corvettes, fregate, cacciatorpedinieri e sottomarini di Giappone, India e Corea del Sud messi assieme. Rimanere indietro a livello tecnologico è, infatti, una minaccia tanto grande quanto fortemente sentita dalle grandi potenze e la corsa agli armamenti, come i dati appena citati ci suggeriscono, sembra oggi una scelta condivisa e perpetrata da moltissimi Stati al mondo desiderosi di acquisire, secondo le loro intenzioni, maggiore peso sugli equilibri mondiali in un trend che non trova sosta ne tenderà a calare a breve.

Nel frattempo in America, a seguito dell’ultima strage scolastica (la diciottesima dall’inizio dell’anno), qualcosa sembra essere sul punto di cambiare: intanto sopratutto l’interesse dell’opinione pubblica, specialmente dei giovani, in futuro probabilmente una vera e propria stretta sulla vendita delle armi da fuoco con alcune proposte, anche controverse come quella del presidente Trump di armare gli insegnanti appositamente formati, che fanno discutere ed infiammano il dibattito.

Intanto in Florida, dove si è consumata l’ultima strage, è stata promulgata una legge che introduce le prime misure restrittive verso le armi da fuoco, tra cui l’aumento dell’età minima per l’acquisto da 18 a 21 anni, un periodo di attesa di tre giorni per chi acquista fucili o armi automatiche e il divieto di commercio per il “Bump Stock” ossia un meccanismo da circa 100 dollari che montato sull’arma trasforma un normale fucile semi-automatico, in cui bisogna premere ogni volta il grilletto per sparare un singolo colpo, in un mitra a tutti gli effetti in cui tirando il grilletto una sola volta e tenendolo premuto si spara una raffica che si esaurisce solo quando finiscono i colpi nel caricatore. Con questo potenziatore, un fucile può arrivare a sparare fino a 400-800 colpi al minuto, anche se i caricatori normali arrivano, salvo modifiche, a 30. Le decisioni prese dallo stato della Florida sono però state subito attaccate dai legali della National Rifle Association (NRA) che hanno subito aperto una causa contro lo stato americano per aver creato un “precedente pericoloso” con una norma considerata incostituzionale che, secondo i legali, violerebbe il II e XIV emendamento della Costituzione americana ossia quello rispettivamente sul diritto a possedere armi e sul diritto a proteggersi. Diritti che fanno parte della storia americana e che molti cittadini, fino ad oggi, hanno difeso con forza. Se è pur vero, infatti, che l’NRA versi denaro a livelli record in occasione di ogni elezione (circa 4,1 milioni di dollari per attività di lobbying nel 2017), la cifra è inferiore a quella di altri gruppi. L’influenza quindi dell’associazione non deriva solo dal lobbismo ma dal gran numero di attivisti di un gruppo che ha oltre 145 anni di storia e probabilmente più di 5 milioni di membri attivi pronti a mobilitarsi ed impegnarsi in politica in caso di necessità. La strage al liceo di Parkland ha però dato vita a un movimento popolare guidato dagli studenti capace di cambiare anche qui l’equazione politica americana sulle armi da fuoco che finora, massacro dopo massacro, dava come risultato sempre e solo la vittoria della lobby della National Rifle Association, contraria a qualunque regolamentazione.

La Florida non è però il solo caso di svolta. L’Oregon era diventato nei giorni scorsi il primo stato a passare una nuove legge restrittiva sulla diffusione delle armi vietando l’acquisto e il possesso di armi da fuoco da parte di persone che hanno precedenti per violenza domestica o stalking. Si tratta sempre di provvedimenti parziali che non accontentano i fautori di vere riforme ma sono, a mio avviso, il segno importante di un cambiamento in atto. Le cose quindi potrebbero cambiare veramente, anche se molto lentamente, specie con il differenziarsi dell’elettorato futuro, formato da minoranze etniche che entro la metà del prossimo secolo potrebbero diventare la maggioranza e con una nuova visione da parte dei giovani che già oggi sono meno interessati al porto d’armi rispetto agli anziani e più favorevoli ad un controllo delle armi per evitare che certi stragi non si ripetano più. Ma nel frattempo mentre se ne parla e se ne discute, in America e nel resto del mondo, la vendita di armi aumenta ogni giorno di più.

Cresce l’export di armi al mondo, mentre in America si prova a limitarne l’uso

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