Ginecologo Antinori: colpo di scena nel processo, viene fuori che l’infermiera ha mentito. Come siamo messi con la giustizia nello stivale

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(di Roberta Preziosa)  Il ginecologo Severino Antinori è stato sbattuto sulle prime pagine dei giornali per essere stato rinviato a giudizio con accuse molto gravi e imbarazzanti: la procura inquirente gli contestava la rapina di ovociti.

Antinori e il suo staff erano accusati, di aver prelevato, senza consenso, 8 ovociti a una giovane infermiera spagnola, nativa del Marocco, per poi reimpiantarli in donne già in lista d’attesa.

All’epoca dei fatti, il Professor Antinori, testimoniò in modo veemente, la sua buona fede e la sua innocenza al Pubblico Ministero, Maura Ripamonti: secondo il professore, la donna, che si spacciava per infermiera ,in realtà, “faceva altri mestieri”.

Antinori dichiarò che era “incappato in un magistrato (Pubblico Ministero) che non ha valutato le prove”.

Rivolgendosi al Pubblico Ministero affermò: “se lei ha un minimo di coscienza non dormirà la notte. Ci pensi, ci pensi…”.

Per lui fuono previsti gli arresti domiciliari per un presunto traffico di gameti, rapina di ovociti e del cellulare della ragazza, sequestro di persona, lesioni ed estorsione.

Sui molti giornali, il caso Antinori fu ritenuto da prima pagina con foto e dicitura “ I carabinieri del Nas hanno arrestato Antinori a Roma, in esecuzione di un’ordinanza del Gip di Milano…”.

Il ginecologo italiano, famoso per le sue posizioni per la fecondazione in vitro e la clonazione umana, per le sue ricerche pionieristiche sull’iniezione intracitoplasmatica di sperma, professore universitario e presidente dell’Associazione mondiale di medicina della riproduzione, venne sporcato in modo definitivo con inchiostro indelebile dalla procura inquirente di Milano.

Durante il processo ora in corso contro Antinori, vi è stato, di recente, il colpo di scena, il Gip Luigi Gargiulo, ha disposto l’imputazione coatta , per calunnia, della 25enne che raccontò del furto degli otto ovuli dal proprio corpo, il giudice ha ritenuta fantasiosa la versione dell’infermiera evidenziando “un chiaro e lampante movente economico” per la condotta calunniosa.

Il caso Antinori presenta molte simiglianze col ben noto caso Tortora.

La giurisdizione è una funzione essenziale dello Stato, ma gli errori giudiziari, quando ripetuti, minano alla base la credibilità dell’azione dell’inquirente, quando invece anche spettacolarizzati, producono danni irreparabili, sia allo Stato sia al credo dei cittadini.

Come sarà riparata la dignità dell’ Antinori dall’errore per l’ingiusta detenzione?

Come sarà ripagato Antinori per gli impatti economici, mediatici e familiari per le accuse farlocche mosse nei suoi riguardi e nei riguardi dei component lo staff?

Come sarà riparata la credibilità internazionale del Professore?

Sono domande che rimarranno senza risposta.

Da Tortora ad Antinori non è cambiato nulla, solo il dibattito vuoto sui giornali.

Secondo il Presidente della Cassazione Vincenzo Carbone, citato da Vito Marino Caferra in “ Processo al processo”, “ il processo mediatico, spesso costruito sulla violazione delle regole dettate a tutela del dibattimento (art. 684 c.p. e 114 c.p.p.) che vieta di pubblicare stralci anche brevi di atti giudiziari, è la forma di processo al processo più diffusa”.

Per evitare gli errori però, bisogna far leva su altri valori quale il senso del dovere e della responsabilità di tutti, ma anche e soprattutto sulla qualità delle indagini della polizia giudiziaria che è la premessa per l’eventuale successiva azione giudiziaria: senza una qualificata e competente polizia giudiziaria saranno arrestati “I soliti sospetti” (Casablanca).

Il vero banco di prova dello stato di diritto è il funzionamento del processo, le cui premesse sono le competenti indagini della polizia giudiziaria, nel quale si riflettono tutte le contraddizioni del sistema giuridico e le responsablità di tutti gli operatori del diritto.

Detto con le parole di Calamandrei (Processo e Giustizia) “in nessun campo come in quello del processo, è possibile incontrare e scandagliare, ……., tutti gli aspetti, giuridici politici e morali,….., che è il problema della conciliazione della libertà con la giustizia”.

Il caso Antinori indica, ancora una volta, che la libertà di un cittadino può essere violata da un errore giudiziario.

Il fatto denunciato non evidenziava alcuna necessità di azione immediata e poteva, quindi, essere meglio ponderato già sul nascere, con gli approfondimenti di polizia giudiziaria, e il tempo, in questo caso sarebbe stato galantuomo per tutti.

Secondo Garapon, le scene giudiziarie vengono delocalizzate nei media e ciò dà luogo al processo mediatico, senza neppure attendere l’avvio del vero processo.

Quando il fatto raggiunge i giornali, il caso lo si può ritenere già concluso per la maggior parte della pubblica opinione, che serberà solo il clamore della notizia.

Il finto processo mediatico nasce, di fatto, in nome di una mala interpretazione della trasparenza, altera le condizioni del giudizio e instilla nei lettori il pre giudizio col quale il caso sarà poi giudicato dall’opinione pubblica.

Queste tecniche di infiltrazione della popolazione sono le stesse utilizzate nella guerra ibrida i cui effetti sono stati sperimentati già in Ucraina.

Non si sono fino ad oggi colti gli effetti di tutti gli antidoti studiati e messi in opera al problema del processo mediatico, nè all’orizzonte si notano grosse azioni per la correzione del grave problema.

Difatti, la notizia dell’Antinori arrestato è stata una notizia da prima pagina , quella, invece, del colpo di scena è stata ripresa solo da qualche testata giornalistica tra i trafiletti delle pagine interne.

La trasparenza giornalistica utilizzata in modo improprio quindi, alimenta la “società dello spettacolo”, schiaccia la libertà del singolo cittadino, mette in pericolo i diritti delle persone coinvolte nel processo e la presunzione di non colpevolezza ex. Art.27Cost..

La spettacolarizzazione può rappresentare anche un pericolo per poter celebrare un processo sereno e regolare, perchè sono i media che si trasformano in tribunali.

I nuovi o vecchi tribunali mediatici sono caratterizzati da una grande velocità per emettere le sentenze mediatiche: esse sono contemporanee alla fuga di notizie che rivelano le ipotesi e non tesi di reato.

La spettacolarizzazione mediatica giudiziaria fa regredire “l’intero sistema sociale ad un’era pre moderna” (Zeno- Zen Covich).

L’attività mediatica però, non sempre presenta carattere di indipendenza, anzi sempre più appare soggetta a vincoli politici, economici e culturali e quindi è deviante rispetto ai fini del vero processo perseguendo obiettivi diversi da quella della Giustizia.

Secondo Caferra (Il processo al processo), “il successo del processo mediatico è un mix di violazione del segreto ed abuso della libertà di informazione, favorite anche dal narcisismo di alcuni inquirenti , che non disdegnano la ribalta mediatica e talvolta cosi preparano la loro carriera politica”.

Secondo Zencovich, i rapporti tra alcuni organi inquirenti e i mezzi di informazione è un dato difficilmente confutabile che, in Italia ha assunto caratteri sistemici, dando enorme risalto mediatico alle vicende giudiziarie viste principalmente attraverso la prospettiva dell’accusa.

Peraltro, dello stesso livello è il disvelamento mediante riferimenti non necessari ai fini della motivazione e che spesso coinvolgono terzi estranei (Napolitano) oppure, le conferenze stampa degli inquirenti con indagini ancora in corso in difformità allo spirito dell’art. 5 del d.lgs. 20 febb. 2006, n. 106.

La cronaca giudiziaria, senza contraddittorio, serve solo a condizionare l’opinione pubblica.

Il fenomeno nel nostro stivale è vecchio e a nulla sono serviti i rimedi fino ad ora adottati.

Di fatto, secondo Violante (“ I magistrati”), l’effetto di questi comportamenti lesivi dell’equilibrio tra la libertà e la giustizia per il cittadino, ha comportato che il giudizio ha perso rilievo e sono diventati determinanti le indagini preliminari, nelle quali è protagonista la pubblica accusa.

In aggiunta, Rodotà ritiene che internet, a causa della sua implacabile memoria collettiva, produce effetti permanenti sui diritti della persona e particolarmente sul “diritto all’oblio”.

Nei settori sia penali che civili non mancano i casi di uso distorto della denuncia penale, come non mancano casi di inazione dei pubblici ministeri di fronte a continue querele di parte.

Eclatante, ma poco conosciuto, perchè non interessava grossi nomi, è stato il caso di una madre assassinata dal marito il 3 ottobre 2007, citato da Caferra.

Tra il 2006 e il 2007 la vittima separata, aveva prodotto 12 querele contro il marito per il concreto pericolo che i ripetuti dichiarati intenti omicidi del marito potessero manifestarsi.

La procura competente non avviò nè alcuna indagine nè prese alcun provvedimento restrittivo contro il marito: i risultati furono un omicidio, i bambini rimasero orfani e, un provvedimento disciplinare per il magistrato, fu preso, dopo anni dall’evento, senza gogna mediatica.

Nel caso Antinori, di ben altra portata, non c’era pericolo di vita per alcuno e il fatto era solo da approfondire.

Non vi sono regole aggiuntive che si possano dare sia alla magistratura inquirente, che non siano insormontabili dalla nostra forbita dialettica, sia ai media il cui unico scopo è fare audience.

La credibilità della giustizia è strettamente legata al senso del limite del diritto del processo.

Senza entrare troppo nel merito, se non si tornerà verso la qualificata competenza della polizia giudiziaria, il dovere e la responsabilità degli aventi titolo , valori tipici delle istituzioni, non si risolveranno i problemi di libertà e giustizia per i cittadini, cioè di tutti noi, nessuno escluso.

 

Ginecologo Antinori: colpo di scena nel processo, viene fuori che l’infermiera ha mentito. Come siamo messi con la giustizia nello stivale