Putin chiude i rubinetti del gas all’Europa mentre Scholz, Macron e Draghi vanno a Kiev per una tregua  accettabile

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Ieri Gazprom, l’azienda di Stato russa dell’energia, è tornata a notificare un’ulteriore riduzione di un terzo dei suoi flussi diretti nel Vecchio Continente attraverso il gasdotto Nord Stream 1, appena poche ore dopo aver comunicato un primo drastico taglio del 40%. Il nuovo sviluppo nel braccio di ferro sulle forniture di metano porterà da oggi lo stop complessivo a oltre il 60% degli approvvigionamenti.

Da ieri i volumi giornalieri in transito dal Nord Stream 1, infrastruttura che passa sotto il Mar Baltico e arriva in Germania, sono ridotti da 167 milioni di metri cubi ad appena 67 milioni (erano stati ridotti a 100 milioni martedì). Del resto, a metà mattina era stata comunicata la riduzione del 15% dei flussi acquistati da Eni, per ragioni che non sarebbero state condivise con la società italiana. L’Eni rimane tuttavia impegnata – ha rassicurato – “a concordare ogni possibile quantità addizionale di gas che possa contribuire alla sicurezza energetica italiana ed europea“.

I problemi alla base dei razionamenti di gas sarebbero, secondo un comunicato di Gazprom, da addebitare al malfunzionamento di una turbina dell’impianto di accesso del metano situato nel Baltico.

La realtà è, invece, di natura politica. Putin vuole mettere alle strette l’Europa per costringere Zelensky a raggiungere un accordo di tregua. I viaggio dei tre capi di Stato europei di oggi alla vota di Kiev potrebbe segnare la svolta.

Al netto dei buoni propositi il nodo principale sono i tempi dell’ingresso degli ucraini nella Ue. Domani la Commissione dovrebbe presentare, con esito favorevole, al Consiglio la richiesta di candidatura dell’Ucraina all’Unione europea. Sulla questione i francesi sembrano frenare, gli italiani hanno meno resistenze, mentre i tedeschi non godono della piena fiducia di Zelensky che li considera troppo dipendenti economicamente da Mosca.

Le diplomazie di Francia, Germania e Italia vorrebbero riprendere gli accordi di Minsk, quando otto anni fa si cercò la pace.

I protocolli di Minsk prevedevano l’immediato cessate il fuoco, lo scambio dei prigionieri e l’impegno da parte di Kiev a riconoscere maggiori poteri alle regioni del Donbass e del Lugansk.

I tre leader oggi assicureranno che nessun Paese farà mancare il sostegno a Zelensky se il Cremlino continuerà la battaglia. Parleranno anche su come sbloccare il grano dal porto di Odessa, dei finanziamenti per la ricostruzione ma soprattutto della tenuta dell’esercito di Kiev a Est.

Draghi e Macron prima degli incontri di Kiev

Sarà il presidente ucraino, ha spiegato Draghi martedì prima di ripartire da Gerusalemme, a dire quali termini riterrà accettabili“. Il premier italiano insiste nel ribadire che bisogna dare un nuovo slancio ai negoziati di pace. Ma una pace – precisa Draghi – che non sia imposta. Ieri Macron è stato più netto parlando ai militari francesi nella base militare Nato di Mihail Kogalniceanu, in Romania: “Il presidente ucraino e i suoi funzionari dovranno negoziare con la Russia. Noi faremo di tutto per fermare le forze della Russia e aiutare gli ucraini e il loro esercito”.

Il viaggio dei tre nel più assoluto segreto

La data e gli orari sono rimasti segreti fino alla fine. La certezza solo quando i tre aerei di Stato si sono ritrovati sulla pista dell’aeroporto di Rzeszòw, in Polonia. Draghi, Macron e Sholz sono stati trasportato a Medyka, al confine polacco-ucraino, per poi salire sul treno in direzione Kiev. Questa mattina Scholz, Draghi e Macron dovrebbero incontrare Zelensky al palazzo Mariinsky, dove molto probabilmente verso l’ora di pranzo si terrà una conferenza stampa congiunta, a cui dovrebbe partedpare anche Klaus lohannis, presidente della Romania. Il formato a tre degli europei è stato fortemente voluto da Draghi.

Putin chiude i rubinetti del gas all’Europa mentre Scholz, Macron e Draghi vanno a Kiev per una tregua accettabile

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