Trump congela l’intesa con Teheran: Hormuz torna il centro della crisi

di Antonio Brassani

Washington e Teheran hanno raggiunto un memorandum preliminare per prorogare di 60 giorni la tregua entrata in vigore ad aprile, ma la firma definitiva resta congelata dalla prudenza della Casa Bianca. Intervistato da Fox News, Trump ha spiegato che esiste “una finestra temporale ristretta” e che gli Stati Uniti accetteranno soltanto “un buon accordo per gli Stati Uniti”. Il presidente americano ha inoltre sostenuto che l’esercito iraniano sarebbe stato “decimato”, precisando però di non aver voluto distruggere completamente le forze armate della Repubblica islamica per evitare un nuovo scenario simile al caos iracheno del dopoguerra.

Le parole del presidente confermano la strategia americana: mantenere pressione militare e diplomatica senza provocare il collasso dello Stato iraniano, ipotesi che destabilizzerebbe l’intero Golfo Persico. Il vicepresidente JD Vance ha confermato che i negoziati sono avanzati, ma non ancora conclusi, soprattutto per le divergenze sulle limitazioni al programma nucleare iraniano.

Gli Stati Uniti puntano infatti a impedire a Teheran qualsiasi capacità nucleare militare, mentre l’Iran continua a respingere il trasferimento all’estero dell’uranio arricchito. Il presidente della commissione Sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, Ebrahim Azizi, ha escluso l’invio del materiale in Russia o in Cina, ribadendo implicitamente il valore strategico del programma atomico iraniano come strumento di deterrenza.

Nel frattempo cresce il numero degli attori coinvolti nella mediazione. L’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, ha contattato Trump chiedendo di privilegiare “soluzioni politiche e diplomatiche” per evitare una nuova escalation regionale. Anche il Pakistan tenta di ritagliarsi un ruolo centrale: il ministro degli Esteri Mohammad Ishaq Dar incontrerà a Washington il segretario di Stato Marco Rubio dopo la recente missione a Teheran.

Parallelamente, Pechino entra sempre più apertamente nel dossier. Jalal Dehghani Firouzabadi, segretario del Consiglio strategico per le relazioni estere iraniano, ha indicato la Cina come possibile garante dell’intesa, scenario che rafforzerebbe il peso geopolitico cinese nel Golfo riducendo il monopolio diplomatico americano nella regione.

Il nodo centrale resta però lo Stretto di Hormuz. Teheran continua a definirlo un proprio “strumento di potere” e rivendica il diritto di gestirne il futuro insieme all’Oman. La riapertura del passaggio senza pedaggi, prevista dal memorandum, rappresenta molto più di una misura commerciale: è il tentativo di neutralizzare la principale minaccia economica globale emersa durante il conflitto.

Attraverso Hormuz transita infatti circa un quinto del petrolio mondiale e ogni tensione nello stretto produce effetti immediati sui mercati energetici. Le indiscrezioni sull’accordo hanno spinto le borse internazionali verso nuovi rialzi: Tokyo ha toccato massimi storici, mentre il petrolio Brent e Wti ha registrato il peggior calo mensile dal marzo 2020.

Nonostante i segnali distensivi, il quadro militare resta fragile. Il Centcom ha smentito le notizie diffuse dalla televisione di Stato iraniana sull’abbattimento di un velivolo americano vicino a Bushehr, mentre sul fronte israeliano aumentano le tensioni. Le forze dell’Idf hanno ordinato l’evacuazione del villaggio libanese di Ayn Qana prima di nuovi raid contro Hezbollah. Il premier libanese Nawaf Salam ha denunciato bombardamenti nel sud del Libano e nelle aree di Tiro e Nabatieh. Nella Striscia di Gaza, invece, un drone israeliano ha colpito Khan Younis, causando almeno tre vittime.

L’impressione è che Stati Uniti e Iran stiano cercando una tregua tattica più che una pace definitiva. Washington vuole congelare il rischio nucleare senza aprire un nuovo conflitto permanente in Medio Oriente; Teheran, indebolita ma non sconfitta, punta invece a trasformare la propria posizione geografica e il controllo di Hormuz in una leva negoziale strategica. Sullo sfondo resta Israele, le cui operazioni contro Hezbollah e Hamas continuano a rappresentare il principale fattore di instabilità per il fragile equilibrio diplomatico costruito nelle ultime settimane.

Trump congela l’intesa con Teheran: Hormuz torna il centro della crisi