Trump tra diplomazia e minaccia di nuovi raid contro l’Iran

Il fronte più caldo resta il Libano. Le Forze di Difesa Israeliane hanno annunciato di avere colpito nella Valle della Beqaa un complesso sotterraneo di Hezbollah utilizzato, secondo l’Idf, per la produzione di armi destinate agli attacchi contro Israele. Altri bombardamenti hanno interessato la città di Tiro, mentre nel nord israeliano sono tornate a suonare le sirene per l’infiltrazione di velivoli ostili nei pressi di Kiryat Shmona e Rosh HaNikra. È la conferma di una guerra di logoramento ormai quotidiana lungo il confine settentrionale israeliano.

Il bilancio umano continua intanto a peggiorare. Secondo il ministero della Salute libanese, gli attacchi israeliani nel sud del Paese hanno provocato almeno nove morti, tra cui soccorritori legati a Hezbollah e al movimento sciita Amal, oltre a una bambina siriana. Israele sostiene invece di avere eliminato militanti armati vicino al villaggio di Yaroun. La dinamica evidenzia come il teatro libanese sia diventato un fronte permanente, dove rappresaglie e operazioni preventive si susseguono senza interruzioni.

Sul piano strategico cresce soprattutto l’incertezza americana. Secondo Cnn, Axios Wall Street Journal, il presidente Donald Trump ha riunito alla Casa Bianca i vertici della sicurezza nazionale per valutare nuove opzioni militari contro Teheran nel caso di un fallimento definitivo dei negoziati. Fonti vicine all’amministrazione parlano apertamente di piani pronti per una ripresa delle operazioni armate, anche se Trump starebbe ancora lasciando spazio alla diplomazia. Lo stesso presidente americano ha dichiarato la guerra in Iran finirà presto e i prezzi del petrolio caleranno , sostenendo inoltre di avere impedito a Teheran di ottenere l’arma nucleare.

Dietro queste parole emerge però una linea americana ambigua: da un lato Washington aumenta la pressione militare sull’Iran, dall’altro tenta di evitare un conflitto aperto che potrebbe destabilizzare il Golfo Persico e colpire duramente l’economia globale attraverso un’impennata energetica. In questo quadro si inserisce la missione diplomatica del QatarTeheran, coordinata con gli Stati Uniti, nel tentativo di costruire una mediazione. Anche il capo di stato maggiore pachistano Asim Munir ha incontrato nella capitale iraniana il ministro degli Esteri Abbas Araghchi per discutere delle iniziative regionali volte a contenere l’escalation.

L’Iran, però, continua ad alzare il livello dello scontro. L’agenzia Tasnim, vicina ai Pasdaran, ha riferito che le forze armate iraniane hanno predisposto  nuovi scenari per ogni potenziale follia nemica”, evocando una “terza edizione della guerra iraniana con nuove strategie e obiettivi militari. In un colloquio con il segretario generale dell’Onu António Guterres, Araghchi ha accusato Washington di sabotare il processo negoziale con “richieste massimaliste” e ha denunciato la malafede di Washington e i suoi ripetuti tradimenti.

Nel cuore della crisi resta il dossier nucleare, vero nodo strategico dello scontro tra Teheran e Washington. L’Iran ha respinto come infondate le accuse americane di essere coinvolto nell’attacco con droni contro l’impianto nucleare di Barakah, negli Emirati Arabi Uniti, sostenendo invece di essere stato negli anni bersaglio di sabotaggi attribuiti a Israele e agli stessi Stati Uniti. Parallelamente, la missione iraniana alle Nazioni Unite ha accusato Washington di avere fatto naufragare i negoziati sul Trattato di non proliferazione nucleare, alimentando una frattura diplomatica che rende sempre più fragile ogni tentativo di mediazione e lascia il Golfo sospeso tra deterrenza militare e rischio di un nuovo conflitto aperto.

Trump tra diplomazia e minaccia di nuovi raid contro l’Iran

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