Uranio e Hormuz al centro della crisi: raid Usa sull’Iran

di Antonio Brassani

Gli Stati Uniti hanno riacceso la pressione militare contro l’Iran colpendo obiettivi strategici nel sud del Paese, in particolare nell’area dello Stretto di Hormuz, mentre a Doha proseguono i negoziati per un possibile accordo tra Washington e Teheran. Il comando centrale americano, il CENTCOM, ha definito i raid azioni di autodifesa, sostenendo che le forze iraniane stavano preparando il posizionamento di mine navali e l’attivazione di siti missilistici capaci di minacciare il traffico marittimo internazionale e le basi statunitensi nella regione. Secondo il portavoce militare Timothy Hawkins, gli obiettivi includevano piattaforme di lancio e imbarcazioni operative vicino all’isola di Larak e alla costa di Bandar Abbas, nodo fondamentale della marina iraniana. Le esplosioni udite nella notte tra Bandar AbbasSirik e Jask confermano che il teatro del Golfo Persico resta il punto più critico del confronto strategico.

L’operazione americana dimostra come il cessate il fuoco entrato in vigore l’8 aprile sia ormai una tregua puramente tattica. Gli Stati Uniti intendono impedire a ogni costo che l’Iran possa utilizzare Hormuz come leva geopolitica globale. Da questo stretto passa circa un quinto del petrolio mondiale e qualsiasi interruzione provocherebbe un’immediata impennata dei prezzi energetici, nuove tensioni inflazionistiche e una destabilizzazione dei mercati internazionali. Non a caso il segretario di Stato Marco Rubio, in visita in India, ha dichiarato “lo Stretto di Hormuz sarà riaperto in un modo o nell’altro”, lasciando intendere che Washington è pronta anche a un’escalation navale pur di garantire la libertà di navigazione.

Parallelamente all’azione militare, la Casa Bianca continua però a perseguire una linea negoziale. Rubio ha confermato che in Qatar sono in corso colloqui intensi sulla formulazione del testo preliminare dell’accordo e che potrebbero essere necessari ancora alcuni giorni per arrivare a un’intesa. A guidare la delegazione iraniana sono figure di primissimo piano: il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e il governatore della Banca centrale Abdolnaser Hemmati. Sul tavolo ci sono tre dossier decisivi: la riapertura stabile di Hormuz, la gestione dell’uranio arricchito iraniano e lo sblocco dei fondi congelati all’estero.

Proprio sul nucleare il presidente americano Donald Trump ha rilanciato una posizione estremamente rigida, dichiarando che “l’uranio arricchito sarà immediatamente consegnato agli Stati Uniti per essere distrutto oppure eliminato in coordinamento con Teheran”. È il punto centrale della nuova strategia americana: evitare un altro accordo simile al JCPOA dell’era Obama, che Trump continua a definire un fallimento strategico. Il presidente statunitense vuole un’intesa che sancisca non solo il congelamento, ma la neutralizzazione concreta delle capacità nucleari iraniane. Per questo alterna aperture diplomatiche e pressione militare, costruendo una negoziazione fondata sulla coercizione.

In questo scenario il Qatar emerge come attore decisivo. Doha ha smentito categoricamente le indiscrezioni su una presunta offerta da 12 miliardi di dollari all’Iran in cambio di un accordo con gli Usa, definendo le notizie “totalmente infondate” e accusando soggetti non identificati di voler sabotare il processo diplomatico. Tuttavia, fonti vicine ai colloqui confermano che il tema dei fondi iraniani congelati resta cruciale. Secondo ambienti iraniani, il Qatarpotrebbe persino anticipare parte delle risorse richieste da Teheran in attesa del rimborso americano, evitando così un collasso finanziario immediato della Repubblica islamica.

La dimensione economica del conflitto è ormai inseparabile da quella militare. L’Iran arriva a questo negoziato dopo mesi di gravissima crisi interna. Le proteste esplose alla fine del 2025 a causa del crollo del rial e dell’inflazione avevano spinto il governo a limitare internet e rafforzare la repressione. Ora il presidente Masoud Pezeshkian ha ordinato il ripristino della connessione nel tentativo di mostrare un parziale ritorno alla normalità e alleggerire la tensione sociale. La decisione segnala che il regime teme una nuova ondata di instabilità interna proprio mentre tratta con Washington.

I mercati finanziari osservano la crisi con cautela ma senza panico immediato. I future di Wall Street restano in rialzo grazie alla convinzione che, nonostante gli scontri, entrambe le parti vogliano evitare una guerra totale. Tuttavia il rischio strategico resta altissimo: un errore di calcolo nello Stretto di Hormuz potrebbe coinvolgere Israele, le monarchie del Golfo e persino Cina e Russia, tutte fortemente interessate alla sicurezza energetica della regione. La crisi iraniana si conferma così il principale epicentro geopolitico globale, dove diplomazia e deterrenza militare avanzano simultaneamente sul filo di un equilibrio estremamente fragile.

Uranio e Hormuz al centro della crisi: raid Usa sull’Iran