Google ritorna in Cina, i retroscena dell’operazione

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Google intende lanciare una versione dedicata ai motori di ricerca in Cina   per rientrare in un mercato florido e  abbandonato otto anni fa per problemi con la Great Wall cinese, il muro digitale statale che non permette di fluttuare liberamente tra i “bit” della rete. Il piano arriva mentre la Cina ha intensificato il controllo dei rapporti d’affari che coinvolgono Facebook , Apple e Qualcomm, dopo  le crescenti tensioni commerciali tra Pechino e Washington.
Google, che ha abbandonato il mercato dei motori di ricerca in Cina nel 2010, cerca  di rientrare in Cina dove molti dei suoi prodotti sono bloccati dalle autorità.
Il progetto si chiama “Dragonfly” ed è in continua elaborazione ed evoluzione dal  2017, ora è pronto.
Il progetto è ripreso dopo un incontro di dicembre scorso tra l’amministratore delegato di Google Sundar Pichai ed un alto funzionario del governo cinese.

Saranno bandite dalla piattaforma, però, le parole sui diritti umani, la democrazia, la religione e le proteste pacifiche.
La versione definitiva potrebbe essere lanciata nei prossimi sei-nove mesi, in attesa dell’approvazione da parte dei funzionari cinesi.
L’agenzia Securities Times di proprietà statale cinese, tuttavia, ha detto che le rivelazioni sul ritorno del motore di ricerca Google in Cina non erano veriterie.
Ma un dipendente di Google ha confermato a Reuters che il progetto è tutt’altro che accantonato.
Il dipendente, che ha chiesto a Reuters l’anonimato, ha detto di aver visto alcune slides e che molti dirigenti a livello di vicepresidente ne erano a conoscenza. Anche un funzionario cinese ha detto che Google è in stretto contatto con le autorità della “Cyberspace Administration of China” (CAC) su un noto programma di ricerca opportunamente “modificato”.

Il funzionario cinese ha anche riferito che il progetto non ha attualmente l’approvazione delle autorità e che difficilmente sarà fruibile entro l’anno.
Anche un report della testata online sulla tecnologia  “The Information”, ha riportato che Google starebbe sviluppando un’app per l’aggregazione di notizie da utilizzare in Cina, in conformità con le leggi sulla censura del paese del Dragone.
Google e il CAC hanno rifiutato di commentare le richieste di informazioni da parte di Reuters.
Google tuttavia ha confermato di aver lanciato l’idea di una serie di app per mobile in Cina e che starebbe collaborando, al riguardo, con sviluppatori locali.

La notizia  comunque ha avuto ripercussioni sul motore di ricerca più famoso cinese Baidu che ha subito perdite nel mercato azionario negli Stati Uniti. Le azioni di Baidu sono scese del 7,7% mercoledì, nonostante abbiano registrato risultati trimestrali migliori del previsto.
Anche Amnesty International, tramite il suo ricercatore in Cina, Patrick Poon, in una dichiarazione via e-mail, ha detto che “Google così facendo creerebbe un precedente agghiacciante e consegnerà al governo cinese una vittoria. Questo solleva anche serie domande su quali misure di sicurezza Google stia mettendo in atto per proteggere la privacy degli utenti“.

La principale piattaforma di ricerca di Google è stata bloccata in Cina dal 2010, ma ha sempre  tentato di entrare nel mercato cinese.
A gennaio, Google ha aderito all’investimento in Chushou, piattaforma di gioco mobile cinese live-stream, e all’inizio di questo mese ha lanciato un gioco di intelligenza artificiale (AI) sull’app social dellaTencent Holdings  WeChat.
Anche Facebook è vietato in Cina, ma Google insisterà anche in questa direzione per far entrare la piattaforma Fb.

Forte è stata anche  la reazione dell’opinione pubblica cinese che nella maggioranza dei casi  ha espresso di gradire la versione americana di Google e non una “monca” e “censurata” tutta cinese. Come noto i cinesi si sono attrezzati per aggirare la censura e riescono ad accedere nella versione “libera” di Google tramite le reti VPN (virtual private network).

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