Due milioni di musulmani alla Mecca, anche sciiti dall’Iran

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Due milioni di musulmani da tutto il mondo si danno appuntamento alla Mecca, in Arabia Saudita, per il tradizionale pellegrinaggio dell’hajj, obbligo che ogni fedele che ne abbia le possibilità fisiche ed economiche deve compiere, almeno una volta nella vita. Quest’anno la ricorrenza segna il ritorno dei pellegrini sciiti dall’Iran, rivale regionale della sunnita Arabia Saudita che ospita il luogo del pellegrinaggio, dopo la calca mortale che nel 2015 aveva causato la morte di 2.300 persone. Nel 2016 i fedeli iraniani non avevano partecipato al pellegrinaggio in segno di boicottaggio.

Il pellegrinaggio alla Mecca è il quinto pilastro dell’Islam ed è un atto obbligatorio che però può essere compiuto solo a determinate condizioni. Ogni musulmano ha l’obbligo di recarsi alla Mecca almeno una volta nella vita se i suoi mezzi lo consentono.
Il pellegrinaggio si svolge tra l’ottavo e il tredicesimo giorno del mese di Dhu l-hijjah. Esso costituisce un evento importante nella vita del credente, rappresentando un mezzo di purificazione. Nel viaggio verso e attorno la casa di Dio l’uomo chiede perdono per i suoi peccati e viene purificato attraverso il suo pentimento e la celebrazione dei riti.
Il musulmano, dopo il pellegrinaggio, porta il titolo meritorio di Hajji, e dovrebbe tendere verso una vita devota. Il pellegrinaggio alla Mecca è anche un valido sistema di integrazione sociale.

Il luogo del pellegrinaggio è la grande moschea della Mecca che comprende la Ka’bah e la fonte di Zamzam.

La Ka’bah è un edificio cubico situato più o meno al centro del grande cortile della moschea; nel suo lato orientale è collocata la pietra nera che è un blocco di minerale di colore nero e di origine sconosciuta (la tradizione vuole che l’abbia portata sulla terra l’arcangelo Gabriele dal paradiso terrestre) già sacro ad Abramo e agli arabi preislamici, a cinque piedi dal suolo, in un castone d’argento. Essa è oggetto di venerazione ma non di adorazione.

Scriveva il viaggiatore arabo-andaluso Ibn Jubayr nel 1184: “Mirare questo santuario e la Venerata Casa è cosa terribile che riempie gli animi d’estasi e rapisce i cuori e gli intelletti. La pietra nera è dal suolo sei palmi e per baciarla chi è alto si china verso essa e chi è basso si allunga. Essa è fasciata da una lamina d’argento, il cui bianco lucente brilla sul lustro nero della pietra. Quanti fanno i giri della Ka’ba, vi si gettano sopra come fanno i figlioli sulla madre affettuosa.”

Lo storico Ibn Battutah, originario della Spagna, così descrive il pellegrinaggio a La Mecca all’inizio del XIV secolo: “La grande carovana si ferma presso la sorgente di Tabouc e tutto il mondo si abbevera alle sue acque. Sostano per quattro giorni, per riposarsi, per far bere i cammelli e per preparare le riserve d’acqua prima del viaggio nel deserto pericoloso. ” All’arrivo a La Mecca, Ibn Battutah osserva : “E’ una grande città, fittamente edificata. . . La Mecca è situata in una valle sterile, ma la benevolenza di Abramo l’ha colmata di frutti di ogni specie: ho mangiato uva, fichi, pesche e datteri come meglio non se ne trovano nel mondo intero. “

Due milioni di musulmani alla Mecca, anche sciiti dall’Iran

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