Il satanismo in Italia

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(di Massimo Montinari) Come ho già descritto nei precedenti articoli, la presenza delle “sette” o “caste” in Italia è in crescente aumento, particolarmente nei ceti sociali medio-alti e nella popolazione studentesca/universitaria. Tra le differenti tipologie, quelle sataniche sono considerate le più pericolose a causa del carattere negativo che deve contraddistinguere ogni singolo adepto e le pratiche ritualistiche di morte che alcune mettono in atto.

Le sette sataniche, come ho già descritto in precedenza, rappresentano dei gruppi gerarchicamente organizzati al cui vertice c’è un capo, definito “leader”, che fa da tramite tra il gruppo e satana. Oltre agli adepti abituali ci sono anche gli adepti definiti “accessori”, spesso donne e bambini che vengono plagiati o suggestionati dagli iniziati più anziani, attraverso manipolazioni mentali e azioni fisiche, al fine di essere sfruttati nei rituali satanici di tipo sessuale.

I satanisti sono descritti come personalità particolarmente “carismatiche” che riescono ad influenzare gli adepti utilizzando potenti tecniche di suggestione o strategie di manipolazione mentale, così come descritto in precedenza. Come accade abitualmente, i “leader” preferiscono reclutare persone facilmente vulnerabili e senza punti di riferimento, come soggetti che si sono allontanati dalla famiglia d’origine o dalla chiesa.

L’inserimento nella “setta”, o “casta”, prevede una iniziazione rituale, che permette all’adepto di sostituire alla sua personalità una “personalità di setta”.

Le tecniche di manipolazione della mente, definita anche manipolazione psicologica, rivestono un ruolo fondamentale nel reclutamento di nuovi adepti. Esse non utilizzano quasi mai metodi coercitivi in forma esplicita: al contrario, i capi individuano le debolezze delle persone e offrono loro alternative per loro molto invitanti per risolvere i propri problemi, in particolare prospettando la possibilità di raggiungere il successo e un inserimento nella vita sociale ed economica che potrebbe condurli all’apice della carriera.

Questi hanno pertanto la sensazione di aver trovato una guida con forti poteri e conoscenze strategiche per il perseguimento dei propri obiettivi di successo, quindi i capi delle sette sataniche ottengono dai loro adepti un consenso motivato dalla suggestione, che li porta a credere di possedere conoscenze speciali, o poteri, tanto che riusciranno a realizzare le proprie aspettative di carriera ed economiche attraverso l’appartenenza alla stessa setta. Gli adepti vedono nella setta satanica un punto fondamentale di riferimento della propria vita restandone coinvolti.

A differenza di altre “sette” o “psicosette”, i satanisti non vivono tutti insieme in una comunità, mantenendo una facciata di copertura nella società; vi appartengono frequentemente professionisti, politici, spesso arruolati nel mondo giuridico o nel mondo economico/finanziario, giovani universitari. Questi quotidianamente continuano a fare la propria vita e hanno la sensazione di aver scelto liberamente di condividere con gli altri il potere maligno.

Se è vero che nella fase del reclutamento di nuovi adepti le tecniche di persuasione non utilizzano mai metodi coercitivi in forma esplicita, invece le tecniche di persuasione adottate dal capo e dai membri diventano più coercitive sia quando bisogna preservare il segreto settario, cioè quando si teme che uno dei seguaci riveli all’esterno qualcosa che riguarda la setta, sia quando un membro del gruppo vuole abbandonare la “congrega”.

In questo preciso momento vengono esercitate pressioni fisiche e psicologiche molto forti. Nella fase iniziale, gli altri membri della setta cercano semplicemente di coinvolgere l’adepto che manifesta dei dubbi ad avere un dialogo con loro per dissolverli, ma se questo non accade il gruppo si stringe maggiormente attorno all’adepto, con atteggiamenti fortemente adulatori, coinvolgendolo maggiormente anche nelle attività sessuali dello stesso gruppo. Da qui la richiesta di rendersi disponibile ad attività sessuali con più uomini o donne in contemporanea.

Quando anche questi metodi di persuasione non raggiungono lo scopo prefissato a far cambiare idea all’adepto per mantenerlo nel gruppo, questo viene minacciato e ricattato. Le minacce e i ricatti inizialmente sono rivolti contro lo stesso adepto ma, se non sono sufficienti, ricadono anche sui suoi familiari e le persone che gli sono care.

E’ la manipolazione mentale il mezzo ottimale utilizzato per saldare l’appartenenza al gruppo e per mantenere il consenso, rafforzata a volte dall’uso di sostanze stupefacenti o tecniche di ipnosi. Tale manipolazione si avvale talvolta di video o messaggi inviati all’adepto anche sul web, realizzati da sedicenti psicologi sotto forma di informazioni/dottrina comportamentale in gran parte finalizzati ad accrescere la propria autostima e ad allontanare l’adepto dal nucleo familiare o da quello che la setta reputa un ostacolo al raggiungimento del suo scopo primario.

La tecnica è quella di generare l’odio nei confronti del familiare più difficile da abbattere, o che non può essere coinvolto, mentre in diversi casi la stessa setta individua un altro familiare “recettivo” che diventa anch’egli strumento di persuasione nei confronti dello stesso adepto. In tal modo si realizza il coinvolgimento parziale di interi nuclei familiari dove più persone creano una vera “alleanza” per abbattere quello che reputano l’ostacolo principale che si oppone alla realizzazione dello scopo della “setta”.

Considerando che il fine primario della setta è il raggiungimento del soddisfacimento economico e di potere, l’aggressione violenta è nei confronti di chi avrebbe la possibilità di fornire loro patrimonio ed economia e che non ha ceduto ai disegni criminosi/demoniaci messi in atto. È possibile riscontrare tale quadro nel corso di indagini di polizia giudiziaria in seguito ad eventi delittuosi di cui le cronache sono pieni: il vero “movente” di delitti che non hanno mai raggiunto una chiara definizione.

La situazione più difficile in cui intervenire è quando l’adepto mantiene rapporti di frequentazione o vicinanza con familiari già avvezzi all’uso di psicofarmaci, alcool o droghe che vivono in simbiosi con “maghe”, “fattucchiere”, “cartomanti”, sedicenti psicologi, o psicoterapeuti che scandiscono i momenti della loro quotidianità con “consulenze” e orientamenti comportamentali. In questi casi l’adepto/vittima subisce un duplice coinvolgimento, sia da parte del “leader”, sia da parte del familiare già coinvolto in pratiche esoteriche. In tal caso, la visione della vita reale diventa completamente artefatta e l’adepto, oramai dissociato dalla realtà, vive una fase violenta ed irrazionale che lo induce a commettere qualunque tipo di delitto.

La moderna psichiatria cerca di formulare una di quelle diagnosi elencate nel DSM-V, non considerando il “coinvolgimento mentale” subìto da tali persone. La ricerca documentata sulla scientificità di un problema distoglie l’esaminatore dall’indagare in un campo ben differente da quello esclusivamente psichiatrico.

In genere, è semplicemente l’attività satanista che persuade l’adepto a rimanere all’interno della setta, infatti è difficile che un adepto convinto di aver accresciuto attraverso i rituali il proprio potere energetico e psichico possa abbandonare la “setta” o la “casta”. Il coinvolgimento è tale che, quando le richieste che ha fatto al demonio non sono esaudite, si convince di non aver avuto abbastanza fede o di non aver compiuto i “riti” in modo corretto pertanto si sente in dovere di compiere “sacrifici” più cruenti.

In questo la “manipolazione mentale” è una strategia di relazione utilizzata per distruggere l’identità dell’individuo. Generalmente, come detto in altri passaggi, la “manipolazione mentale” viene usata da una o più persone, con fini criminosi, che tentano di sottomettere altri individui, attraverso una relazione di potere che mira ad annullare e strumentalizzare l’identità della vittima finalizzata al raggiungimento dei propri obiettivi; strategia, questa, che minaccia l’integrità e l’autonomia dell’individuo in quanto incoraggia la dipendenza e riduce l’autonomia.

 

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