Ponte Morandi, Nasa: “deformazioni importanti già dal 2015”

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Dopo un anno esatto dal crollo del Ponte #Morandi a #Genova la #Nasa rivela un’indiscrezione importante per le indagini ancora in corso. La Nasa ha pubblicato uno studio secondo cui la struttura avrebbe iniziato a deformarsi in maniera importante già a partire dal 2015, per poi aumentare sempre più la deformazione fino al crollo. In particolare, i problemi sono aumentati tra marzo 2017 e agosto 2018.  Tra i realizzatori degli studi Nasa, anticipati dal Corriere della Sera, c’è anche il geologo Carlo Terranova. È stato scoperto il precursore deformativo del ponte Morandi. Abbiamo anche dimostrato che dal 1992 al 2011 il ponte non si è mai mosso. Il ponte poggiava su un terreno che potrebbe essersi mosso negli anni. Il satellite è in grado di vedere anche queste variazioni. Secondo i dati della Nasa la tragedia poteva essere evitata. Peccato che questo studio non sia stato acquisito quale contributo dalla  Procura di Genova, ma non si esclude che possa essere utilizzato in futuro. E’ noto, tuttavia che la Procura abbia chiesto i dati satellitari all’ Asi -Agenzia Spaziale Italiana-. Queste informazioni, secondo quanto riporta il Corriere, sono state fornite sotto forma di quattro studi indipendenti, realizzati dal Cnr, una università e due imprese private nazionali.

Le indagini anche sul traffico di e-mail, sms e messaggi whatsapp

Le centinaia di mail, sms, chat sequestrate potrebbero non essere finite. Forse c’è ancora dell’altro che può interessare, e non poco, chi da un anno sta indagando sul crollo di ponte Morandi. Materiale, però, di non facile accesso, perché chiama in causa i colossi del web, quelli con introiti più grandi del pil di uno Stato e un potere sconfinato. L’idea della Procura è che alcuni dei 73 indagati nell’inchiesta sulla tragedia del viadotto  possano aver usato indirizzi mail non “istituzionali” o non di lavoro per scambiarsi preziose informazioni a proposito del ponte. Dopo, ma anche prima del crollo. Per ovvie ragioni: al di là di quanto avvenuto lo scorso 14 agosto, è palese che per comunicazioni “riservate” nessuno o quasi usi l’indirizzo aziendale, o ministeriale.E allora qualcuno potrebbe aver cancellato materiale interessante per magistrati e guardia di finanza. E potrebbe averlo fatto prima che gli investigatori mettessero le mani sui vari apparecchi elettronici sequestrati nei diversi blitz delle fiamme gialle in Autostrade, nelle società collegate alla concessionaria ma anche negli uffici del ministero delle Infrastrutture.

L’unico modo per capire se c’è di più, allora, è accedere ai server delle grandi società padrone della rete: Google, Microsoft, Facebook (che incorpora la chat “Messenger”) e altre.

Hanno quasi tutte sede in California, nella Silicon Valley. E sono tutte arcinote per l’estrema tutela della privacy dei propri utenti/clienti. Neanche la Cia e Trump sono riusciti ad avere informazioni durante indagini su terroristi in Usa. L’unica mossa possibile, valutata dalla Procura di Genova, è quella della rogatoria negli Stati Uniti. Come hanno fatto altri magistrati in Italia per inchieste di vario tipo. Non sempre la richiesta viene accolta dal giudice federale della California. Ma soprattutto non sempre le società accettano. Il caso dell’omicidio di Gloria Rosboch, l’insegnate piemontese uccisa nel gennaio 2016, è esemplare. La Procura di Ivrea aveva chiesto a Google e Facebook le conversazioni on line tra la professoressa e il suo ex allievo Gabriele Defilippi, poi condannato in primo e secondo grado. Dopo l’ok dell’autorità giudiziaria della California, Google aveva inviato ai magistrati italiani il materiale richiesto. Facebook, invece, aveva risposto picche: dalla Silicon Valley avevano risposto che “le informazioni richieste non hanno pertinenza con il reato commesso” e avevano rimandato indietro solo qualche inutile file con gli ultimi contatti di Gabriele e poco più.

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