Fake news Spread: meccanismo finanziario ad orologeria

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Piazza Affari, oggi è in affanno e registra una perdita dell’1,6%. L’euro è ancora in calo rispetto al dollaro, a 1,1727 dai 1,1783 di ieri, dopo la chiusura di Wall Street. Corre anche lo Spread, che tocca i 194,7 punti. Oltre alle vicende politiche, in Piazza Affari pesano, come nel resto d’Europa, i dati in calo sull’indice Pmi composito dell’Eurozona e le tensioni internazionali, con il tema ‘dazi’ fra Stati Uniti e Cina e con il probabile slittamento dell’incontro fra i presidente americano Donald Trump e il leader nordcoreano Kim Jong Un.

L’instabilità politica come visto dai dati macroeconomici non paga.

Ma cos’è lo spread? E’ la misura della differenza tra quanto rende il titolo di Stato di un Paese (ovvero, il titolo emesso per finanziare le proprie spese o per pagare i suoi debiti) e quanto rende il titolo di Stato di un Paese più virtuoso, in questo caso la Germania.

Se il tasso del debito si abbassa è più facile rimborsarlo. Se al contrario diventa alto sarà più difficile pagarlo. Inoltre, lo spread aumenta o diminuisce in funzione della fiducia dei risparmiatori sul fatto che il Paese che emette il titolo possa ripagare il suo debito secondo quanto stabilito. Insomma, in sostanza, diminuisce con il crescere della credibilità di un Paese.

Cosa contribuisce a variare lo spread? Certamente, buone o cattive notizie sulla capacità di rimborso del Paese; ma può aumentare anche per difficoltà politiche o elezioni dall’esito incerto. Tutti elementi che mettono in discussione la capacità del governo di pagare il proprio debito.

Con l’aumento dello spread, aumenta anche il tasso di interesse sui mutui e quindi i risparmi delle famiglie si ridurranno; le imprese, invece, pagheranno di più per avere un prestito e potrebbero decidere di fare meno investimenti, considerando il futuro più incerto. Infine, se cresce lo spread, uno Stato vedrà aumentare il proprio debito senza poter fare o programmare una spesa in più.

L’Italia e  il suo debito pubblico italiano, sicuramente non hanno da temere nulla dalle oscillazioni, spesso speculative del famigerato valore dello “spread”.

La realtà  è molto diversa: il mercato dei titoli del debito pubblico italiano e molto ridotto e gli investitori esteri rappresentano una piccola minoranza del totale. La BCE dal 2012 controlla, di fatto, il livello dei rendimenti attraverso le operazioni di acquisto sui mercati, il  “QE” voluto e sostenuto da Mario Draghi, ed eventuali vendite sono molto più probabili da parte di investitori italiani che esteri.

Secondo i dati di Banca Italia lo stock di debito ha raggiunto 2.302 miliardi a Marzo scorso. Di tale somma circa 1.547 miliardi, il 69% di tale ammontare, sono detenuti da residenti italiani ed il rimanente 31% da non residenti. È necessario però tenere presente che di questi circa 690 miliardi, più della metà (oltre 360 miliardi), è’ in carico alla BCE . Ne consegue pertanto che la BCE e gli investitori Italiani (famiglie e istituzioni) possiedono nel complesso l’87% del totale del debito pubblico italiano è che solo il 13% è detenuto da investitori stranieri.

C’è di più; una serie di analisi che mostrano chiaramente che la quasi totalità dei titoli di stato aggiuntivi, al netto di quelli scaduti è rinnovati, emessi dal 2014 è stata acquistata dalla BCE.

Ciò significa che la fiducia degli investitori stranieri, che detengono in titoli di stato solo il 13% del debito italiano, non potrà mai e poi mai incidere significativamente sulla volatilità del valore dello spread. Un meccanismo perlopiù mediatico teso a condizionare l’opinione pubblica e creare difficoltà ai governi nostrani che si trovano “imbrigliati” dalle rigide regole del “fiscal compact” e dall’indice dello spread “variabile” ad orologeria. Un sistema di ingegneria finanziaria che tende a tarpare le ali a paesi concorrenti.

 

 

 

 

Fake news Spread: meccanismo finanziario ad orologeria

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