Rinascimento europeo: “Serve un colpo d’ala”

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(di Francescomaria Tuccillo) Il 4 marzo scorso i principali quotidiani dei ventotto Paesi dell’Unione hanno ricevuto una lettera aperta del presidente della Repubblica francese ai cittadini d’Europa. Titolo: Per un Rinascimento europeo. Se è vero, com’è vero, che «il mezzo è il messaggio», questo gesto inedito rappresenta una scelta coraggiosa, lungimirante e profondamente contemporanea, dove per contemporaneità si intende la capacità di interpretare senza timori le urgenze del proprio tempo e immaginarne le evoluzioni nel segno del progresso. Intanto, per inciso, da europeo nato a Napoli non posso non apprezzare le parole dedicate al capoluogo campano dal presidente transalpino: «Per me Napoli è speciale. Come diceva Stendhal ci sono due capitali in Europa. Parigi e Napoli».  


Al di là di ogni campanilismo, il DNA di queste due polis e i codici che esse rappresentano con la loro antica storia, segnata da un’incessante vitalità rinnovatrice, dimostrano quanto sia profondamente vera tale affermazione.
Per tornare al programma Rinascimento europeo, il testo è stato ben interpretato dal giornalista e intellettuale francese Alain Duhamel sulle colonne di «Libération». I quasi due anni della presidenza Macron non sono certo privi di ombre scrive Duhamel: dalla gestione ambigua dell’affare Benalla alla sottovalutazione del fenomeno dei gilets jaunes. Tuttavia il giovane inquilino dell’Eliseo possiede due qualità difficilmente contestabili: «l’audacia e l’immaginazione».

La sua lettera indirizzata senza mediazioni ai cinquecento milioni di europei dimostra «un coraggio e un’ambizione senza precedenti nella V Repubblica: quella di testare le forme di una nuova democrazia». Il verbo «testare» è quanto mai pertinente: lascia intravedere infatti che le pagine di Rinascimento europeo  sono per ora (forse volutamente) un “assaggio” di rinascita dell’Unione attraverso nuove forme di democrazia. Quello che in Francia si chiama le plat de résistence– il piatto forte di un pasto – ancora non si riesce a gustare del tutto. O si intravede tra le righe di una prosa tanto visionaria nelle intenzioni quanto un po’ timida nel delinearne le conseguenze. È probabile che sia il ruolo, come spesso accade, a costituire un limite: il firmatario del testo di mestiere fa il presidente della Repubblica, compito che in Francia non è certo di rappresentanza, ed è quindi vincolato alla necessità di trovare un faticoso equilibrio tra l’autenticità della sua visione politica e i compromessi della realpolitik. Il che nulla toglie, beninteso, al suo coraggio: non dimentichiamo che nel 2017, facendo campagna nel segno dell’Europa in una Francia impoverita, ferita dal terrorismo e manipolata nelle sue paure da una pasionaria populista come Marine Le Pen, assunse un rischio notevole.

E la sera della sua vittoria, quando attraversò da solo l’esplanade del Louvre sulle note dell’Inno alla gioia, fummo in molti a dirci che, grazie a quel ragazzo di Amiens dal passo veloce, la nostra casa europea stava evitando il rischio di una disgregazione totale. Premesso questo, rispetto a ciò che ha scritto il 4 marzo, mi sembra però che ci sia il bisogno di imprimere un colpo d’ala. Chi, come me, non ricopre ruoli istituzionali ma è solo un provocatore di pensieri, può concedersi la libertà di provarci. In questo blog così come sulla pagina Facebook EuroPolis è dal 2016 che i miei collaboratori e io scriviamo d’Europa e delineiamo un percorso di rinnovamento dell’Unione che tocca non solo il suo modo di operare, ma le sue stesse istituzioni. In sintesi, pensavo allora e continuo a pensare oggi che la strada da percorrere sia ancora e sempre quella indicata dai padri fondatori, per i quali l’unità europea non era una somma di addendi ma una messa in comune progressiva di politiche e risorse, con conseguente riduzione della sovranità degli Stati membri.

La strada da percorrere è ancora e sempre quella indicata dai padri fondatori, per i quali l’unità europea non era una somma di addendi ma una messa in comune progressiva di politiche e risorse, con conseguente riduzione della sovranità degli Stati membri

Un esempio tra tutti è rappresentato dal Trattato di Parigi del 1951. Su impulso del ministro degli esteri francese Robert Schuman, ispirato a sua volta dal pensiero di Jean Monnet, i Paesi europei decisero di “fondere” (e non di “sommare”) la loro produzione di carbone e acciaio e affidarne il controllo a un organismo sovranazionale. Al momento della nascita della CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio), Schuman dichiarò: «La fusione delle produzioni di carbone e acciaio cambierà il destino di queste terre, che per lungo tempo si sono dedicate alla produzione di strumenti bellici di cui sono state le vittime… Oggi invece una guerra diventerà non solo impensabile, ma materialmente impossibile».

Poi aggiunse: «La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi proporzionali ai pericoli che la minacciano». È certamente vero che politici e pensatori dello spessore etico e culturale di Schuman stesso così come di Adenauer, De Gasperi, Monnet, Spaak, Spinelli o Simone Veil non pullulano, purtroppo, nelle stanze dei Governi europei di oggi. Ed è altrettanto vero che l’audacia innovatrice di cui queste personalità hanno dato prova negli anni ’50 affondava le sue radici nel dramma di una guerra intestina feroce, che aveva diviso l’Europa in due e la lasciava in macerie. Eppure adesso sarebbero necessari uguali «sforzi creativi» perché, anche se la tragedia della seconda guerra mondiale l’abbiamo purtroppo scordata in un’epoca che non coltiva il valore della memoria, i rischi per il nostro continente restano immensi. Il presidente francese ne propone una sintesi nel suo messaggio: dalle strategie aggressive delle grandi potenze che considerano il continente europeo terra di conquista all’influenza pervasiva dei giganti del digitale, dalla crisi del lavoro alla battaglia ecologica sempre più urgente da affrontare, dai flussi migratori dal sud al nord del mondo, che non si arresteranno di certo chiudendo qualche porto siciliano, per arrivare addirittura alle idee stesse di democrazia e di pace, che non sono beni scontati e acquisiti per sempre.

Di fronte a queste sfide gigantesche, che nessun Paese riuscirebbe ad affrontare da solo nonostante le dichiarazioni tendenziose dei sovranisti, la risposta deve essere, a mio avviso, più vigorosa e più rivoluzionaria, così come lo fu la creazione della CECA: la creazione di un tavolo costituente europeo. Il progetto di una Costituzione per l’Europa, che le dia gli strumenti giuridici indispensabili per essere davvero unita, risale ad Altiero Spinelli e agli anni ’80. Nonostante la passione senza falle dell’autore del Manifesto di Ventotene e il supporto dei Paesi fondatori (e di François Mitterrand in particolare), il progetto fallì a causa dell’irriducibile contrarietà della Gran Bretagna thatcheriana, cui si affiancarono i Governi danese e greco. Più tardi, nel 2013, un altro tentativo di Costituzione fu varato per la seconda volta e per la seconda volta bocciato dall’esito di due referendum, in Francia e in Olanda, nonché dall’opposizione di molti Governi di stampo laico alla volontà del Vaticano di inserirvi un rimando alle radici cristiane dell’Europa. Come avrebbe scritto nel 2016 un giornalista italiano (Andrea Bonanni di «Repubblica») si trattò «del più clamoroso degli errori che hanno fatto deragliare l’UE e dato vita a quel vasto movimento populista che oggi mina la stabilità del continente». Adesso è sempre più urgente correggere gli sbagli del passato, riprendere il percorso interrotto e, a parer mio, concentrare il processo costituente intorno a tre pilastri fondanti, che i nostri avi avrebbero definito Moneta, Spada e Feluca.

Per avere una voce autorevole nel mondo e costruirsi un futuro sostenibile, l’Unione europea deve disporre, in altre parole, di potere politico nei settori dell’economia e del lavoro, della difesa e della politica estera. E da questi partire per darsi un assetto istituzionale nuovo, che progressivamente si espanda ad altre aree di comune interesse. Nella sua lettera aperta, la più alta carica della Repubblica francese affronta tali temi, articolandola in tre paragrafi: Libertà, Protezionee Progresso. Il testo parla infatti di tutela dell’euro, nuova politica commerciale, difesa comune, protezione congiunta delle frontiere. Sottolinea inoltre la necessità di un salario minimo europeo, tema caro alle forze sindacali e indispensabile per garantire lavoro equo e dignitoso in tutti i Paesi dell’Unione, evitando quella competizione interna che oggi è devastante per i lavoratori di molte Nazioni. Aggiunge poi che, in politica estera, «un’Europa che si proietta nel mondo deve essere volta verso l’Africa, con cui dobbiamo stringere un patto per il futuro».

Questo punto fondamentale mi sta a cuore da sempre anche in ragione dei miei dieci anni vissuti nel continente africano, che oggi è terra di molte promesse, come l’attivismo di cinesi e americani dimostra. Ho spesso definito la vocazione dell’Italia in Europa quella di farsi ponte ideale verso l’Africa: ce lo dicono la sua posizione geografica, la sua storia e la sua civiltà. Se riuscissimo a diventarlo davvero, ne otterremmo vantaggi considerevoli in termini di scambi commerciali e culturali, creazione di lavoro per noi e per loro, controllo intelligente (e non demagogico) dei flussi migratori. Senza dimenticare che daremmo prova di quello spirito di dialogo, di solidarietà e di apertura al mondo che è parte integrante dell’identità europea. Infine, il presidente francese insiste sulla «lotta ecologica». E anche su questo tema, vitale nel senso letterale del termine e ribadito con forza anche dal presidente italiano qualche giorno dopo («Siamo sull’orlo di una crisi climatica globale, per scongiurare la quale occorrono misure globali» ha detto Mattarella a Belluno il 12 marzo scorso), non possiamo che concordare con lui e con il suo obiettivo ambizioso: zero carbonio entro il 2050. L’ambiente è, peraltro, l’urgenza sovranazionale per eccellenza.

L’aria che si respira a Mentone è la stessa di Ventimiglia, l’acqua che bagna Patrasso è la stessa che lambisce le coste di Otranto, le piogge torrenziali che possono cadere su Innsbruck arrivano senza passaporto a Merano… Nulla più delle emergenze ambientali dimostra quanto siano artificiosi i confini

Tuttavia questi intenti più che condivisibili diverrebbero, a parer mio, risultati concreti solo in un quadro istituzionale differente: l’Europa dovrebbe smettere di essere «un mercato senz’anima» per diventare finalmente un’Europa politica, con un esecutivo centrale in grado di governare gli interessi comuni e affrontare sfide che sono, per loro stessa natura, sfide globali. È evidente che accrescere il ruolo politico dell’Europa significherebbe ridimensionare quello suoi vecchi Stati-Nazione, complesso modello di matrice ottocentesca che associa in maniera forzata entità etnico-culturali a sovrastrutture politiche. Nel tempo del facile consenso popolare raccolto facendo leva sulla paura piuttosto che sulla ragione, non è facile auspicare una riduzione della sovranità degli Stati per chi è alla guida di uno di essi. Noi cittadini possiamo invece chiederla con forza perché non c’è altra strada verso un futuro sostenibile se non quella che conduce a una vera Europa unita. Il modo per arrivarci è, ancora una volta, una Carta costituzionale che disegni un assetto politico comune, senza il quale anche le idee del presidente francese potrebbero diventare un boomerangche alimenta i dubbi sull’Europa invece di fugarli.

Perché? Il suo testo auspica la creazione di un’agenzia europea di protezione delle democrazie, di un consiglio di sicurezza europeo, di una polizia comune delle frontiere, di un ufficio europeo dell’asilo per i migranti. Il problema è che, in assenza di una rinuncia degli Stati membri alla loro sovranità su ognuno di questi temi, i nuovi organismi rischiano di essere percepiti come ulteriori gravami burocratici di consultazione e controllo, privi di un potere reale. In sostanza per essere efficaci, tali enti sovranazionali non dovrebbero sovrapporsi ma sostituirsi a quelli già esistenti in ogni singolo Paese. Per esempio, se ci fosse una difesa comune europea, gli Stati dovrebbero rinunciare alla propria autonomia d’intervento militare e alle proprie, costose, strutture – acquisti di armamenti compresi – in questo ambito. Solo così le decisioni sarebbero prese in tempi brevi, con efficacia ed efficienza, e ne discenderebbe un risparmio di risorse evidente. In tal modo l’Europa non verrebbe più vista da chi la abita come un costo ma come un beneficio. Il progetto è ambizioso e ad alcuni potrebbe apparire addirittura folle.

Ma ci sono mai stati cambiamenti reali nel mondo che non siano apparsi una follia a chi, per interesse o per timore, era tenacemente attaccato allo status quo? Lo stesso presidente francese d’altra parte, in un celebre discorso sull’Europa pronunciato alla Sorbona pochi mesi dopo la sua elezione, il 26 settembre 2017, ha parlato di «ambition folle, ambition extrême» e ha sollecitato gli studenti che lo ascoltavano a non accontentarsi di piccoli sogni. A distanza di un anno e mezzo, la realtà vista dall’Eliseo lo ha probabilmente indotto a una maggiore prudenza. Restiamo, noi che possiamo permettercelo, attaccati invece a una visione estrema e folle. In una fase della storia inquietante come quella che stiamo vivendo, abbiamo il dovere di osare l’inosabile, rammentandoci di Albert Einstein: «Tutti ritengono una cosa impossibile finché non arriva qualcuno che non lo sa e la fa». Se poi per farla dovremo faticare e compiere un passo dopo l’altro su una strada in salita, non importa. Non possiamo risparmiarci.

Tutti ritengono una cosa impossibile finché non arriva qualcuno che non lo sa e la fa.

Albert Einstein

 

Proprio per questo firmerò, nonostante i dubbi, l’adesione a Rinascimento europeo e cercherò di apportarvi un contributo onesto nelle critiche e costruttivo nelle azioni. Mi permetto inoltre di invitare chi mi leggerà e pensa che «l’Europa non sia un mercato, ma un progetto» a farlo a sua volta, sul sito https://eu-renaissance.org/it. Se non intraprenderemo questo cammino, rischieremo di assistere impotenti, dopo le prossime elezioni di maggio, alla fine dell’Unione Europea, alla fine della visione di pace e di progresso dei suoi padri fondatori. E alla fine di molte delle nostre speranze per il futuro.

 

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