I porti italiani non si toccano!

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(John Blackeye) La prima cosa che mi viene in mente è che bisogna avere sempre gli occhi aperti anche quando si dorme. Si, perché, se da un lato il coronavirus ci ha rintanati tutti in casa (o più o meno tutti visto che l’italiano medio non riesce proprio a farsi mettere il guinzaglio nemmeno in caso di epidemie), da un altro lato la macchina politica non si ferma di fronte a nulla, nemmeno di fronte ad una confusione generale alimentata dalla crisi pandemica che ci vede sprovvisti di tutto: respiratori artificiali, mascherine, medici, infermieri, posti nei cimiteri.

Bisogna tenere gli occhi aperti perché in questo pandemonio generale, gli ingranaggi delle iniziative politiche che non si fermano mai, potrebbero partorire iniziative malsane facendole passare per necessità nazionali, magari fatte passare per pubblico interesse.

Non che si voglia fermare la geniale inventiva dei nostri rappresentanti in Parlamento, anzi che tutti diano il proprio contributo di pensiero è una cosa “buona e giusta” ma a condizione che questi meccanismi girino nella direzione retta, cioè, nella direzione utile per trovare soluzioni concrete ai problemi concreti che siamo chiamati a risolvere in questi giorni.

Ma così non è. Anche nei giorni di emergenza in cui le cronache di ogni giorno ci riportano che i numeri dei morti per l’epidemia hanno la stessa portata di una battaglia al fronte, qualcuno inizia ad inoculare nel pensiero comune generale, supportato dai mezzi di comunicazione, che qualcosa sia utile quando invece non lo è.

Ma facciamo un passo indietro. Alcune settimane prima dell’esplosione dell’epidemia avevamo assistito alle solite proposte anti-italiane del Governo giallo-rosso, come quella della concessione della cittadinanza agli stranieri immigrati che, giunti a migliaia ogni giorno sul nostro territorio, tutto vorrebbero ricevere tranne la cittadinanza di un Paese che non è il loro.

Ma accanto a questa, un’altra iniziativa era stata buttata nell’arena del contesto mediatico nazionale per verificare, probabilmente, che reazione avrebbe avuto di fronte all’opinione pubblica. Ma si sa, l’opinione pubblica italiana è limitata a quei pochi soggetti sobri che non si fanno stordire dai campionati di calcio o dalle serate di fronte la TV e così, ben pochi, avevano subodorato aria di fregatura. Gli altri, la maggioranza, erano più impegnati a capire se il fuoriclasse acquistato dalla propria squadra di calcio stava rendendo abbastanza in campionato.

La privatizzazione dei porti italiani

In un momento in cui la Cina si trova nell’occhio del ciclone per avere inoculato un virus letale in tutte le nazioni del mondo, o quasi tutte, non è conveniente sparare a zero sul paese del dragone perché oramai è conclamata la sudditanza dell’Italia verso l’impero cinese. 

Così, noi italiani, abbiamo spostato i fari della ribalta facendo in modo che inquadrassero tutto, tranne che le comunità cinesi. Sappiamo tutti che le enormi comunità cinesi in Italia, quelle che lo Stato non ha mai censito, quelle di cui non si sa se pagano le tasse come gli italiani, quelle che l’Agenzia delle Entrate non raggiungerà mai, ecco, quelle enormi comunità, con i suoi ammalati di coronavirus, con i suoi positivi alla malattia e con i suoi tanti morti, come sempre, è riuscita a scomparire nel nulla. Qualcuno riesce a vedere un cinese in Italia? Nemmeno a pagarlo a peso d’oro. Qualcuno sa quanti malati di coronavirus abbiano? Dove li curano? Quanti di loro non ce l’anno fatta? Sono diventati esperti in tutti i settori i cinesi ma la cosa che gli riesce meglio è quella di scomparire al momento giusto. Loro ci sono ma in modo invisibile, un po’ come i supereroi della Marvel

Chiudendo pure questo capitolo sul quale se non le istituzioni, almeno qualche giornalista di prima linea dovrebbe aprire un’inchiesta, passiamo subito alla storia recente degli accordi internazionali che ha siglato il nostro Governo.

Aveva fatto scalpore, infatti, l’iniziativa dell’allora vice premier pentastellato di favorire l’apertura di una nuova via della seta capace di spostare il flusso delle merci dalla Cina sino in Europa, attraverso il nostro territorio. Tutto era stato fatto passare come un grande privilegio, almeno sotto il punto di vista economico ma forse, nemmeno sotto quello.

Ma questa disponibilità non deve essere bastata ai cinesi che quando devono fare affari non vogliono impedimenti di nessun genere e così, se portare la merce sulle navi deve poi costare un controllo nei porti italiani e il pagamento dei dazi doganali o comunque si rende necessario attraversare un porto mercantile con i controlli che le autorità italiane potrebbero farti, beh, allora, cosa c’è di meglio da fare se non sfruttare la debolezza di uno Stato sovrano e comprarsi i porti mercantili come hanno fatto con la via della seta? 

D’altronde che fai, ti compri un’autostrada e non ti compri i caselli autostradali? Constatiamo a malincuore, pertanto, che nemmeno il coronavirus riesce a congelare quelle iniziative che per l’Italia, non hanno proprio alcun vantaggio.

Ma come fare per mettere le mani sui porti in un periodo in cui tutta l’attenzione è rivolta a salvare le vite degli italiani e qualsiasi altra iniziativa potrebbe costare cara in termini di elettorato?

La soluzione è questa: si fa passare l’iniziativa per emergenza nazionale.

I giornali di oggi riportano infatti l’intervista di un senatore del Partito Democratico, Luigi Zanda, che si direbbe pronto, ovviamente in termini istituzionali, a sacrificare i gioielli di famiglia pur di dar da mangiare agli italiani. Impegnare i gioielli di famiglia. Ovvero, “se l’Europa non ci aiuta il premier Conte ha detto che faremo da soli. Ma siccome nessun prestito ci verrà mai concesso senza garanzie, per far fronte al nostro fabbisogno straordinario senza far esplodere il debito pubblico potremmo dare in garanzia il patrimonio immobiliare di proprietà statale”.

La garanzia potrebbe essere costituita “almeno per la parte costituita dagli edifici che ospitano uffici, sedi delle grandi istituzioni, ministeri, teatri, musei…”, come lo possono essere ad esempio Montecitorio, sede dell’Assemblea, e Palazzo Chigi, sede del governo.

Siamo in guerra. E poi parliamo di garanzia, non di vendita”, perché ci si  riferisce a “beni già iscritti nel bilancio dello Stato per un valore che si aggira intorno ai 60 miliardi” ai quali poter aggiungere anche “i beni degli enti locali e delle regioni, che sono censiti solo parzialmente e secondo alcuni valgono circa 300 miliardi”.

Per poi domandarsi “se si possa far rientrare anche il demanio non strategico né militare, facendolo concorrere al grande sforzo che attende il Paese”. E poi ci sono i porti e gli aeroporti, conclude il senatore.

E certo, vendiamoci tutto, gli scali ferroviari, i porti, gli aeroporti, facciamo in modo che la maledetta globalizzazione, questo grande bluff inventato dai nostri detrattori, possa valere sempre e solo per l’Italia. Una globalizzazione a senso unico, con un’unica direzione, il territorio italiano. Che diventerebbe crocevia di stranieri, di merci e di interessi, oltre che di profitti, di cui il popolo italiano, quello impegnato a nutrirsi di partite di calcio, non avrebbe nessun vantaggio.

Speriamo che la bella stagione, oltre a portarsi via il virus, si porti via anche queste proposte politiche, restituendo alla nazione uno Stato sovrano, un popolo più forte e coeso ed un Governo degno di questo nome.

I porti italiani non si toccano!