Spazziamo via il virus e la…ludopatia

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(di John Blackeye) Qualche mese fa mi sono svegliato di buon mattino per fare una commissione. Erano appena le otto di una giornata fredda come tante altre di un inverno uggioso. Dovevo forse pagare qualcosa che aveva una scadenza e così giungo vicino ad un tabaccaio che ha le porte chiuse. Entro per fare quello che dovevo fare ma davanti a me una signora sta consegnando dieci euro al titolare, chiedendogli di giocare una serie di numeri su una certa ruota. Guardandomi attorno, ancora frastornato in una giornata che stenta a decollare, mi accorgo che tre anziane signore, stanno guardando un monitor posto in alto, su un angolo della tabaccheria mentre un’altra chiede al negoziante se fa in tempo a fare una puntata per la giocata successiva che sarebbe partita pochi minuti dopo. Credo che il titolare non abbia fatto in tempo a svegliarsi che le quattro donne erano già sotto casa ad aspettarlo.

Se avessi dovuto esordire con una battuta avrei detto al titolare: “Ma queste signore hanno dormito qui?”.

Ma non era il caso di scherzare e non l’ho fatto perché sotto i miei occhi si stava consumando un dramma.

Restando in fila per il mio turno ho visto che le donne, di biglietti da dieci euro, ne hanno tirati fuori tanti, cercando quella vincita milionaria che avrebbe potuto cambiare loro la vita.

In realtà non sono nemmeno sicuro che quelle persone siano consapevoli di una vincita milionaria e, forse, non riuscirebbero nemmeno a cambiare vita. Quelle persone infatti sono cadute nel baratro del gioco d’azzardo e pare che da li, sia proprio difficile uscirne fuori.

Mi lascio alle spalle le signore che non si accorgono nemmeno della mia presenza ed esco dalla ricevitoria per andare a fare colazione in un bar poco distante.

Non c’è ressa nel Bar. Ordino il mio cappuccino ma sono distratto da un rumore sistematico che viene da dietro ad un separé di legno dove un uomo sta pigiando con forza e a ritmo costante, il proprio indice su un tasto di una slot machine. Con lo sguardo fisso, ad ogni colpo, l’uomo cerca di capire se sul monitor riesce ad allineare tre simboli uguali, in questo caso tre frutti. Ma tra banane, fragole, mele e pere, quell’allineamento non si verifica mai e quell’uomo, assente al mondo, continua a pigiare su quella macchina infernale inserendo di tanto in tanto i gettoni nella fessura che oramai non guarda nemmeno più perché conosce a memoria.

Lascio il bar e ripenso alle vecchiette nella ricevitoria. Ripenso a come erano vestite. Modeste in tutto tranne che nel loro volto. Sul volto infatti avevano i segni della devastazione. Sguardo fisso, occhi spenti, sorriso di dolore. Devastate da una alienazione che le portava a spendere cifre con le quali avrebbero potuto fare la spesa per una settimana.

Sono più di un milione gli italiani che al mattino, anziché pensare a come organizzare la giornata, cercano una slot o una ricevitoria per soddisfare quell’esigenza psicologica che li tiene prigionieri in un mondo che li sta impoverendo fisicamente e mentalmente.

Il mio pensiero si è spostato poi alle loro famiglie. Quanti padri, madri, figli, mariti, mogli, si sono ficcati nel tunnel del gioco d’azzardo e non riescono più ad uscirne, buttando, spesso, sul lastrico i loro cari.

Sappiamo che sulle vincite lo Stato, sobriamente e con discrezione, ci prende una percentuale e, quindi, è difficile in un periodo di crisi come questo, in cui si stanno racimolando soldi a destra e a manca per soddisfare le esigenze emergenziali dell’intero Paese, che si possa fare a meno di quelli introiti.

Ma mentre mi allontano nella mia pseudo normalità, ripenso a quei drammi familiari.

Non conosco molto bene il settore, né conosco i termini della malattia e il suo impatto sulla società italiana, ho solo visto alcune vecchiette ed un uomo giocare d’azzardo alle otto del mattino.

Leggo che ci sono più di un milione di ludopaciti in Italia che fanno girare una cifra superiore ai cento miliardi di euro di giocate. Cifre enormi, come enorme è il problema di chi, in casa, deve fare i conti con un familiare che ti dice di uscire per andare a comprare le sigarette ma in realtà si sta giocando fino all’ultimo centesimo in qualche angolo di un bar, nascosto da un separé in legno.

Credo che come nel caso della tossicodipendenza sia fondamentale staccare l’ammalato dal vizio e questo occorrerebbe farlo seguendo un percorso di riadattamento che pare riguardi solo uno su mille.

L’alternativa è che cambi il mondo ed il colpo di scena sta proprio qui: non ci si crederà ma è proprio questo quello che è successo. Il mondo si è fermato, con i suoi ritmi, i suoi paradigmi e le sue certezze. Una pandemia ha asfaltato tutte le nostre certezze.

Il mondo, in meno di un mese, non è più quello di prima.

All’improvviso non si può più giocare d’azzardo, non si possono fare puntate né scommesse di sorta e questa, secondo me, è proprio la manna discesa dal cielo.

Chi è vicino a queste persone non deve perdere l’occasione. Questo è il momento di staccare definitivamente i giocatori dal loro incubo. Il destino o il Buon Dio vi hanno offerto questa chance, non buttatela alle ortiche, cercate di disintossicare adesso chi vi sta vicino. Un’occasione come questa potrebbe non ritornare più sulla faccia della terra. Carpe diem e tirate fuori tutti dall’inferno.

Spazziamo via il virus e la…ludopatia

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