Noi i nostri figli a scuola non ce li mandiamo

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(di Massimiliano D’Elia) “Noi i nostri figli a scuola non ce li mandiamo”. Così un gruppo di mamme a Velletri, in provincia di Roma, di fronte alla confusione che accompagna in questi giorni l’apertura delle scuole. La confusione per via di molte variabili  ormai impazzite. Insegnanti e personale scolastico che rifiutano di fare i test sierologici, insegnanti anziani, decine di migliaia in Italia, che non vogliono rientrare nelle loro classi per non correre il  rischio  di essere contagiati, in molti sono gli  immunodepressi per malattie pregresse.

Ieri al liceo primo caso di coronavirus nelle scuole italiane: un liceale iscritto all’ultimo anno della Marymount International School di Roma è risultato positivo al Covid-19. Secondo la Asl Roma 1, 60 persone, tra compagni di classe e insegnanti entrati in contatto con il giovane, sono in isolamento preventivo per monitorare eventuali sintomi. Gli studenti, a quanto riferito, seguiranno le lezioni con la didattica a distanza. 

Le Regioni poi vanno in ordine sparso, apertura delle scuole prima e dopo le elezioni del 20 e 21 settembre con tante incomprensioni con il governo centrale. Una fra tutte  i finanziamenti che non arrivano per tempo per gli adeguamenti richiesti. Chi paga il noleggio di altri mezzi per i trasporti scolastici, oppure per garantire  le ore di straordinario ai conducenti? (il governo ha promesso circa 200 milioni di euro, basteranno?) Poi c’è la questione delle mascherine. Il ministro della Salute, Roberto  Speranza in Aula ha detto che verranno consegnate 11 milioni di mascherine ogni giorno alle scuole italiane, gli insegnanti, invece, ci chiedono di portarle da casa e di firmare una sorta di autocertificazione di responsabilità. A noi genitori chi ci assicura, invece, che tutti gli insegnanti e il personale scolastico  abbia fatto il test sierologico? Queste sono  variabili ormai impazzite non controllabili che porteranno la scuola italiana sempre più nel “caos”, a circa 9 giorni dall’apertura.

I banchi di Arcuri non arrivano. Tanti i miliardi di euro messi a disposizione del super commissario per l’emergenza, Domenico Arcuri per approvvigionare e consegnare  a tutte le scuole italiane, circa 8000, i famosi banchi monoposto. Come era immaginabile per via dei numeri e del tempo a disposizione  non si riuscirà a consegnarli tutti in coincidenza  dell’inizio dell’anno scolastico. Un altro “bluff” a danno degli studenti italiani, tant’è che molti presidi, insegnanti e genitori si sono ingegnati “autofinanziandosi”  per costruire i banchi monouso con circa 30 auro di materiale per pezzo (a rivelarlo l’altro giorno un reportage del TGCOM su una scuola di Milano).

A proposito di banchi monouso e del loro prezzo, i parlamentari della Lega sono riusciti ad avere alcune indiscrezioni sulle ditte fornitrici dei banchi che hanno vinto il bando Arcuri. A rivelarlo un’inchiesta pubblicata dal quotidiano La Verità: II mistero della mini ditta che ha vinto il maxi appalto da 45 milioni per i banchi allestisce stand, ha un capitale di 4.000 euro e ne fattura 400.000 l’anno. Eppure la Nexus consegnerà ad Arcuri 180.000 pezzi”.

La Nexus, con un capitale sociale di 4.000 euro, si è aggiudicata un appalto di quasi 45 milioni di euro. Le sono stati pagati 247,80 euro per ciascun banco monoposto, costo comprensivo sì di consegna e allestimento, ma secondo operatori del settore che non vogliono comparire “è una cifra elevata. Diciamo pure eccessiva”.

Per la Lega, “non è un prezzo congruo, non è un investimento giusto che si sta facendo per la scuola. E sicuramente non sarà la Nexus a fabbricare i banchi. Anche li comprasse sul mercato, deve avere capacità economica di acquisto, ma dimostra di non averne. Chi la finanzia?“, chiede l’onorevole Cavandoli, ma se lo domandano molti italiani.

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