Salvini: “subito alle urne”. Di Maio: “prima il taglio dei parlamentari”. Voto a metà novembre?

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Matteo #Salvini così in una nota dopo l’incontro a Palazzo Chigi con il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte: “Inutile andare avanti a colpi di no e di litigi, come nelle ultime settimane, gli Italiani hanno bisogno di certezze e di un governo che faccia, non di ‘Signor No‘. Non vogliamo poltrone o ministri in più non vogliamo rimpasti o governi tecnici: dopo questo governo – che ha fatto tante cose buone – ci sono solo le elezioni. L’ho ribadito oggi al presidente Conte: andiamo subito in Parlamento per prendere atto che non c’è più una maggioranza, come evidente dal voto sulla Tav, e restituiamo velocemente la parola agli elettori. Le vacanze non possono essere una scusa per perdere tempo e i parlamentari – a meno che non vogliano a tutti i costi salvare la poltrona – possono tornare a lavorare la settimana prossima, come fanno milioni di Italiani“.

Di Maio ha così commentato la giornata “Noi siamo pronti, della poltrona non ci interessa nulla e non ci è mai interessato nulla, ma una cosa è certa: quando prendi in giro il Paese e i cittadini prima o poi ti torna contro. Prima o poi ne paghi le conseguenze. Ad ogni modo c’è una riforma a settembre, fondamentale, che riguarda il taglio definitivo di 345 parlamentari. E’ una riforma epocale, tagliamo 345 poltrone e mandiamo a casa 345 vecchi politicanti. Se riapriamo le Camere per la parlamentarizzazione, a questo punto cogliamo l’opportunità di anticipare anche il voto di questa riforma, votiamola subito e poi ridiamo la parola agli italiani. Il mio è un appello a tutte le forze politiche in Parlamento: votiamo il taglio di 345 poltrone e poi voto“. 

Tra la possibile caduta del governo Conte e il ritorno alle urne potrebbe mettersi di traverso la riforma fortemente voluta dai 5 stelle che taglia il numero dei parlamentari. Se la riforma dovesse superare l’ultimo scoglio di Montecitorio, il via libera avrebbe ricadute sul possibile ritorno anticipato alle urne, spostando in là le lancette fino alla prossima primavera inoltrata. 

Questo perchè, dopo il via libera finale del ddl costituzionale, si dovrebbero svolgere una serie di adempimenti tecnico-formali, previsti dalla Costituzione stessa e non, che impedirebbero di votare non prima di maggio o giugno del 2020. 

Ne consegue, che se una forza politica dell’attuale maggioranza intendesse tornare a elezioni in tempi rapidi, dovrebbe ‘impedire’ che la battaglia storica del Movimento 5 stelle vada a buon fine e l’unica strada certa, non legata alle incognite del voto in Aula, sarebbe quella della fine anticipata della legislatura. Giunta ormai all’ultima lettura, la riforma attende solo il via libera definitivo da parte della Camera. Il ddl costituzionale è già calendarizzato per l’Aula il 9 settembre e, se le Camere non dovessero essere sciolte prima nel caso la situazione dovesse ulteriormente precipitare, non più tardi di mercoledì 11 o al massimo giovedì 12 settembre l’Aula di Montecitorio dovrebbe dare l’ultimo via libera alla riforma. Sempre che le forze politiche o alcune di esse che finora hanno appoggiato il taglio dei parlamentari, non si sfilino prima, facendo venire meno i numeri per l’approvazione. 

I 5 stelle, infatti, da soli non avrebbero la forza numerica per l’ok finale senza la Lega. Vero è che difficilmente le diverse forze politiche, sia di maggioranza che di opposizione, rischierebbero di intestarsi una battaglia a favore della ‘casta’. Dunque, se la riforma verrà approvata, in quel caso si innescherà automaticamente l’iter necessario perchè diventi effettivamente legge. 

C’è però un precedente, simile ma non identico, da ricordare. A fine 2005 l’allora maggioranza di centrodestra approvò, senza i due terzi dei voti necessari per evitare il possibile svolgimento del referendum, la riforma costituzionale ribattezzata ‘Devolution’. Ma la legislatura era agli sgoccioli e allora il referendum fu rinviato alla primavera successiva e si svolse il 25 e 26 giugno del 2006 – con l’esito finale della bocciatura della riforma-, quando ormai gli equilibri politici erano ribaltati, con il centrosinistra al governo e il centrodestra all’opposizione. 

Al di là dei precedenti, una volta approvata in via definitiva la riforma M5s, devono necessariamente trascorrere tre mesi di tempo entro cui può essere richiesto il referendum da parte, come recita l’articolo 138 della Costituzione, di un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. 

Qualora ciò avvenisse, dovrebbe poi trascorrere altro tempo tecnico perchè la Corte di Cassazione effettui una verifica di regolarità. Entro sessanta giorni, poi, il governo dovrebbe indire la consultazione popolare in una data compresa tra i 50 e i 70 giorni successivi. 

Salvini ha chiesto quindi al  premier Conte di andare subito in Parlamento e prendere atto che non c’è più una maggioranza. Ma a questo punto è fondamentale capire il ‘timing’ della crisi. Una conferenza dei capigruppo alla Camera dovrebbe essere convocata la prossima settimana. Ma secondo calcoli che emergono nel governo e che sarebbero stati posti anche nei vari incontri istituzionali di oggi, la strada del voto ad ottobre sarebbe difficilmente praticabile. 

Al massimo si potrebbe andare al voto ai primi di novembre, sottolineano le stesse fonti. Una finestra – sempre nel caso in cui ci sia la certificazione che non c’è una maggioranza – potrebbe esserci – stando agli stessi calcoli tra il 10 e il 17 novembre. In quel caso però si aprirebbe il problema della legge di bilancio. 

Il premier Conte nell’incontro con il segretario del partito di via Bellerio avrebbe insistito, secondo quanto viene riferito da fonti parlamentari della maggioranza, sul fatto che il governo ha ottenuto la fiducia solo pochi giorni fa. E ritornato sulle parole pronunciate al Senato il 24 luglio. Ovvero la crisi va formalizzata in Parlamento. 

Da qui la richiesta di Salvini di farlo subito. Ma il ministro dell’Interno chiede che sia l’attuale governo a portare il Paese alle urne. L’accelerazione della crisi è negli atti. Fonti parlamentari della Lega riferiscono che il numero due del Carroccio Giorgetti sia tornato a Roma per seguire da vicino l’evolversi della situazione. Qualora si verificasse che l’attuale governo non ha i numeri per andare avanti non e’ escluso che nasca, sottolineano altri fonti, un esecutivo di transizione che vari la legge di bilancio e porti poi il Paese alle elezioni. L’ipotesi di un governo di transizione al momento resta sullo sfondo. Con Salvini che nei prossimi giorni chiederà di accelerare e di dare la parola agli elettori. 

Il vicepremier vorrebbe, pertanto, il voto ad ottobre. Fonti parlamentari dell’opposizione ipotizzano la nascita di un esecutivo di minoranza ma gli scenari verranno analizzati alla luce dei prossimi incontri che ci saranno e le valutazioni che faranno il premier, i leader della maggioranza ma soprattutto i vertici istituzionali. 

fonte AGI

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