Un container di clausura per le suore di Norcia 

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Avete pensato alle suore benedettine di Norcia che fine avrebbero fatto dopo il terremoto, visto che il loro convento è  stato distrutto? Un container anche per loro. l’Ansa le ha intervistate, Un container di clausura ospiterà le suore benedettine di Norcia. “Ma è una soluzione che non permette una reale vita di comunità. Se si vuole che restiamo è necessario individuare una struttura o realizzare un piccolo villaggio monastico, in attesa di recuperare almeno parte del monastero distrutto dal sisma. Se non fosse possibile, saremmo costrette ad andarcene per sempre dalla Valnerina”, ha sottolineato la madre badessa, suor Caterina Corona che, con altre nove sorelle dal giorno della forte scossa di un anno fa vive nel monastero di Santa Lucia di Trevi.  La madre badessa aggiunge parole non proprio dolci contro la burocrazia.

“Fin dal primo momento abbiamo chiesto di realizzare qualcosa di nuovo attorno a Norcia e ci è stato detto che si sarebbe commesso un abuso edilizio. Restiamo però convinte, nel rispetto delle leggi, che questa sia l’unica soluzione praticabile se  davvero si vuole che le suore benedettine restino in città”. L’esigenza di avere spazi propri è dettata dal fatto che “dopo 12 mesi trascorsi da ospiti è giunto il momento di riprendere la nostra normale vita di comunità e ricominciare le nostre attività, anche se a Trevi siamo state accolte benissimo dalla nostre consorelle”, ha precisato la badessa. Intanto è stato comunque deciso di allestire il container nel giardino del monastero.

“La nostra vita  si svolge prevalentemente all’interno della struttura e pensare di continuare l’esperienza della comunità dentro un container è dura per mancanza di spazi, anche se in questa fase sarà molto utile. Ci permetterà di mettere in salvo alcune cose e di fare le giuste valutazioni”. Tra cui quella di accettare “di trasferirci in altri monasteri a titolo definitivo”. “Un’ipotesi – ha sottolineato la badessa – che prenderemmo a malincuore, ma prima di tutto viene il bene della comunità e quindi se a Norcia non potremmo avere uno spazio adeguato, in attesa di ritornare nella nostra naturale ‘casa’, saremmo costrette a dire siìad alcune offerte che in questi mesi ci sono giunte”. Prima del sisma nel monastero di Sant’Antonio di Norcia le religiose facevano prevalentemente attività di accoglienza di fedeli e famiglie. “Ma rilegavamo anche testi e producevamo miele grazie alle nostre api. Adesso di tutto questo non c’è più nulla.