ArcelorMittall, bye bye Taranto mentre il porto parla turco-cinese

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(di Massimiliano D’Elia) Ilva di Taranto, verso la chiusura. La garanzia dello Stato per un prestito ponte di 400 milioni di euro, tramite Sace, è saltata, non è stato inserito nulla al riguardo nel Dl Liquidità. Nel frattempo ArcelorMittal ha sospeso il pagamento del canone d’affitto. Segnali che non fanno presagire nulla di buono. La settimana prossima i ministri dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli e del Lavoro Nunzia Catalfo incontreranno i vertici dell’azienda, i commissari straordinari e i sindacati. 

ArcelorMittal nei mesi in cui era calata l’attenzione per via della pandemia aveva iniziato a porre in cassa integrazione gli operai dai sui stabilimenti in Italia, solo a  Taranto 3200 unità, e a battagliare con i sindacati delle varie sigle sulla questione della sicurezza sui luoghi di lavoro, in seguito alle misure preventive previste dall’emergenza pandemica. 

Lo scopo di Mittal, scrive il Sole24Ore, è sempre stato quello di avviare un piano di investimento che prevedeva l’ingresso dello Stato nella holding AMInvestco con una quota di minoranza di Invitalla. Ora Mittal senza alcuna garanzia  minaccia di svincolarsi dall’accordo iniziale rischiando una penale di 500 milioni di euro da versare nelle casse dello Stato italiano che potrebbe essere raddoppiata se uscirà prima di novembre 2020, ipotesi quest’ultima fortemente caldeggiata da alcuni esponenti del Movimento 5 Stelle.

Il Governo starebbe, quindi, pensando ad un piano B, con il coinvolgimento di partner privati e con un ruolo predominante dello Stato.

Uno dei motivi che ha spinto Mittal a pensare la fuoriuscita dall’amministrazione dell’ex stabilimento Ilva di Taranto è la progressiva diminuzione della richiesta di acciaio per via del blocco dell’industria “automotive” a causa della pandemia. Alla base anche il costo del prodotto finito che non è più competitivo rispetto alle produzioni fatte in Cina e India.

A risentire della crisi dell’acciaio a Taranto vi è, però, anche il terzo scalo portuale italiano che ai tempi d’oro ha servito a pieno ritmo il transito delle merci dell’Ilva (l’80 per cento) ma anche dell’Eni e di altre piccole realtà presenti nel meridione.

Huffington Post, al riguardo, ha sentito il presidente dell’Autorità portuale ionica, Sergio Prete: “Siamo in una fase di passaggio e trasformazione che doveva essere già avvenuta, ma il Covid ha posticipato tutto”. 

La trasformazione. Entro l’estate si riavvierà il traffico del terminal container, con una capacità di 2-2,5 milioni di contenitori. Un pezzo importantissimo del porto, quello del molo polisettoriale è in mano ai turchi di Yilport, il tredicesimo operatore mondiale per volumi di attività e primo nel 2018. Per capire il peso della holding turca basta pensare che è proprietaria del 25% di Cma Cmg, il terzo vettore marittimo mondiale per il traffico container. A Taranto i turchi hanno in mano una concessione dallo scorso agosto per 49 anni con una banchina di 1.900 metri. I Turchi gestiranno il 20-25 per cento del transito portuale. 

Con  la produzione ridotta dell’Ilva che è passata dall’ 80 a 40 per cento,  i turchi potrebbero salire al 30-35 per cento del controllo dei transiti, precisa Sergio Prete.

Prete poi spiega: “dipende tutto da che fine fa l’ex Ilva. Prima del sequestro del 2012, eravamo il terzo porto in Italia con oltre 40 milioni di tonnellate, ora siamo scesi sotto i 20 milioni. Quest’anno doveva essere l’anno della svolta con l’avvio del piano di Mittal, ma ora si parla di un azzeramento di questo impegno e poi il Covid ha complicato tutto”. 

Aggiunge Prete: “La decisione di Mittal sarà determinante per comprendere la programmazione perché proprio l’incertezza che ha determinato lo stabilimento Ilva non ha consentito una programmazione complessiva del porto”. 

Per quanto possibile ha detto Prete abbiamo cercato di risollevare le sorti del porto con il terminal affidato ai turchi e con l’hub turistico grazie alla presenza delle navi di crociera. Tanto traffico arriverà anche dall’Eni per trasportare il petrolio presente in Basilicata. 

Ma il porto di Taranto ha aperto anche ai cinesi, entrati in Italia in silenzio, tramite  il Gruppo Ferretti, leader mondiale nella progettazione, costruzione e vendita di yacht a motore e da diporto di lusso. Ma non tutti sanno che l′86% del gruppo Ferretti è in mano alla cinese Weichai, nota azienda cinese che opera nel campo della produzione di parti di auto e di veicoli pesanti. Ferretti ora punterebbe ad un’area del porto in disuso, l’ex Belleli di 150-160mila metri quadri per costruire scafi e sovrastrutture in vetroresina e carbonio, ma anche per far nascere un centro di ricerca focalizzato sulla realizzazione di modelli e stampi. 

Così Mario Turco, il sottosegretario M5s alla presidenza del Consiglio con delega alla programmazione economica e agli investimenti pubblici, a cui Conte ha affidato i progetto “Cantiere Taranto”: “L’insediamento del gruppo Ferretti a Taranto sarebbe per il territorio una grande opportunità di sviluppo e di riconversione economica per il nostro tessuto imprenditoriale”. 

Certo  è che Taranto potenzialmente potrebbe diventare una perla per tutto il Mediterraneo e consentire all’Italia di potersi affacciare verso l’Africa con maggiore vigore divenendo  un punto di riferimento quale snodo mondiale per le merci da e per il Continente Nero.

Peccato che abbiamo un  porto  di altissimo livello (ne è prova il graduale e preoccupante posizionamento da parte di turchi e cinesi)  ma non una linea ferroviaria adeguata e tantomeno un aeroporto degno di una città che tra turismo e potenzialità industriali potrebbe davvero ambire a ritornare ai vecchi fausti della Magna Grecia.

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