Iran, Trump più morbido: loro non rispettano accordo, non aumentiamo sanzioni

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Iran, Trump più morbido: loro non rispettano accordo, non aumentiamo sanzioni

Il Presidente Trump vuole salvare la faccia agli Usa sul peggiore accordo mai firmato, così lo definisce Trump stesso. I consiglieri sulla sicurezza nazionale hanno unanimemente raccomandato a Trump di non certificare il rispetto dell’accordo da parte di Teheran, ma di non chiedere al Congresso di imporre nuove sanzioni sulla Repubblica islamica, che potrebbero portare alla fine dell’intesa. Washington vuole lavorare con il Congresso e gli alleati europei per fare nuove pressioni sull’Iran, secondo la strategia sviluppata dal consigliere per la sicurezza nazionale, H.R. McMaster, e dal suo team. Una strategia che, però, prevede di mantenere inalterato l’accordo sul nucleare firmato da Barack Obama, almeno per ora. L’importanza di mantenere l’accordo con Teheran è stata ribadita ieri dal segretario alla Difesa, James Mattis, secondo cui rimanere nell’intesa, concordata anche con altre potenze mondiali, è nell’interesse degli Stati Uniti. Il Congresso chiede al presidente di certificare il rispetto dell’accordo da parte iraniana ogni 90 giorni e, secondo gli ispettori internazionali e le massime autorità militari statunitensi, Teheran starebbe rispettando gli impegni presi. Secondo la legge, dopo la bocciatura del presidente, il Congresso ha 60 giorni per decidere se imporre di nuovo le sanzioni abrogate con l’accordo. Trump dovrebbe annunciare la sua decisione entro l’inizio della prossima settimana; poi, la Casa Bianca farà pressione sui repubblicani in Congresso per evitare che votino l’imposizione delle sanzioni. In cambio, Trump promette di dare inizio a una nuova campagna contro l’Iran, in particolare contro il suo sostegno ai gruppi estremisti, a partire da Hezbollah. Finora, Trump ha certificato il rispetto dell’accordo ad aprile e luglio.

Approfondimenti sull’Accordo

I paesi occidentali hanno concesso di eliminare progressivamente le sanzioni economiche imposte all’Iran negli ultimi anni, mentre l’Iran ha accettato di limitare il suo programma nucleare e permettere periodici controlli da parte dell’ONU alle sue installazioni nucleari (installazioni che l’Iran dice siano usate solo per sviluppare il nucleare con scopi civili, e non militari come invece accusano i paesi occidentali).

Ecco i punti principali previsti dall’accordo tra l’Iran e le grandi potenze siglato il 14 luglio 2015 a Vienna.

  • L’Iran ridurrà le sue capacità di arricchimento dell’uranio di due terzi. Si fermerà l’impianto per l’arricchimento dell’uranio di Fordow;
  • Le scorte di uranio a basso arricchimento saranno ridotte a 300 chili, che corrispondono al 96 per cento in meno. Questo risultato sarà ottenuto o diluendolo o spedendo una parte delle scorte fuori dal paese;
  • Il nucleo del reattore della centrale nucleare di Arak sarà rimosso, e sarà progettato in modo che non possa produrre quantità significative di plutonio.
  • L’Iran permetterà agli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) di entrare nei siti nucleari, anche in quelli militari, nel caso in cui l’Onu sospettasse delle attività legate all’arricchimento dell’uranio. Una commissione indipendente valuterà caso per caso e l’Iran avrà tre giorni per dare l’autorizzazione. Gli ispettori potranno provenire solo da un paese che ha relazioni diplomatiche con l’Iran.
  • Una volta che l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) avrà verificato che l’Iran ha attuato il piano nucleare concordato, le Nazioni Unite, gli Stati Uniti e l’Unione europea toglieranno le sanzioni.
  • Le restrizioni al commercio di armi con l’Iran rimarranno in vigore fino al 2020, quelle per i missili e la tecnologia balistica per fino al 2023.

Se ci fossero sospetti che l’Iran non ha rispettato gli accordi sul nucleare, una commissione cercherà di risolvere la questione entro i successivi 30 giorni. Se la commissione non dovesse riuscire a risolvere il conflitto, la competenza passerebbe al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Il veto di un membro permanente del Consiglio significherebbe la reintroduzione delle sanzioni.