Nella guerra cognitiva l’Occidente subisce, impreparata, l’attacco delle autocrazie

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(di Giovanni Ramunno) La rivoluzione tecnologica digitale ha accelerato la nascita della new economy. Le idee, la conoscenza e le competenze avanzate sono i beni più ricercati, beni immateriali naturalmente. Le capacità cognitive caratterizzeranno l’economia immateriale, ancor più che l’adozione degli strumenti tecnologici.

Le relazioni, fino a poco tempo fa fondate sul rapporto tra enti, materiali o animati, assumono una connotazione sempre più virtuale, denotando la rete come la futura agorà dove informarsi, negoziare le proprie convinzioni e condurre le trattative per un nuovo ordine sociale

Un processo di difficile comprensione da parte di chi si affida completamente all’intuito e a bisogni facilmente manipolabili senza la guida e il filtro di un pensiero critico.

Questo destabilizza un modo di pensare prodotto dall’evoluzione, che trova nel rapporto lineare tra causa ed effetto, con azioni derivanti da soggetti antropomorfi o comunque derivanti da agire intenzionali, il sistema cognitivo adattativo adeguato ad un mondo che, gradualmente perde di intellegibilità con quegli stessi strumenti cognitivi.

Inoltre, da queste contraddizioni emergono sempre più i bias distorsivi dovuti alla velocità con cui occorre prendere decisioni, che, a loro volta, stimolerebbero proprio quell’intuito forgiato dall’evoluzione, in parte inadeguato alla complessità del mondo che abbiamo creato.

Sembra che la conseguenza di questa contraddizione evidenzi una contraddizione cognitiva e culturale che rende veramente difficile quell’informazione consapevole e condivisa da un maggior numero di persone, quale elemento per una democrazia che, per essere tale, richiederebbe anche una valutazione preventiva e partecipata degli impatti sociali ed economici dell’innovazione.

Nuove narrazioni ideologiche e pseudo filosofiche, che vorrebbero demonizzare il mondo libero, diffondono ad arte il dubbio e disorientano le opinioni pubbliche democratiche poco preparate a resistere ad un simile attacco cognitivo.

La guerra cognitiva posiziona la mente come spazio di battaglia e dominio conteso. Il suo obiettivo è seminare dissonanza, istigare narrazioni contrastanti, polarizzare l’opinione e radicalizzare i gruppi. La guerra cognitiva può motivare le persone ad agire in modi che possono sconvolgere o frammentare una società altrimenti coesa.

Il processo è agevolato dall’iperconnettività, in quanto tutti hanno un cellulare, e prosegue con l’informazione, sfruttando la dissociazione fra intuito e intelligenza computistica, che interferisce con la nostra cognizione, sul modo in cui il nostro cervello elabora le informazioni e le trasforma in conoscenza.

Il punto di forza dell’attacco cognitivo è il capitale umano di un’organizzazione o di una intera nazione. Lo scopo non è solo ingannare o disinformare, ma alimentare una polemica pertinente appurata per mezzo di fatti verosimili in grado di polarizzare e dividere, le cascate informative consentiranno alle divisioni indotte di diventare virali e durare nel tempo. 

Paradossalmente, le società occidentali arrivano impreparate, mentre la stessa economia immateriale rende evidente la centralità delle stesse relazioni, in quanto elementi fondanti nella comprensione del mondo contemporaneo.

Perdere, infatti, l’ancora alla materialità, elemento certo e stabile in quanto percepito direttamente dai nostri sensi naturali, fa irrompere nei nostri stessi processi cognitivi l’incertezza, complicando la comprensione condivisa del mondo, perché richiede, per essere affrontata, di comprendere concetti antistintivi e relative contraddizioni cognitive.

Le democrazie hanno la necessità di resistere alle malevole interferenze delle autocrazie che hanno individuato la vulnerabilità delle democrazie: l’opinione pubblica; una resilienza che molti auspicherebbero e che è molto difficile da perseguire senza un’educazione specifica che superi quel rifiuto, talvolta aprioristico, di una razionalità insita nel processo scientifico e nel pensiero critico e nella concreta difesa degli interessi nazionali con un adeguato sostegno del capitale umano.

Approfondimenti

Così come scrive Giuseppe Gagliano su IASSP, un’operazione di guerra cognitiva può assumere la seguente forma:

  • individuazione dei punti deboli del concorrente nella zona in questione (le debolezze possono essere di varia natura: le tangenti pagate alle autorità, l’inquinamento ambientale, il mancato rispetto dei diritti umanitari). Tutte le informazioni raccolte devono essere verificabili e non devono dare luogo a interpretazioni fallaci.
  • Scelta della procedura d’attacco attraverso l’informazione: se si prende in considerazione l’aspetto cognitivo, si può immaginare il seguente scenario. Il consigliere addetto a questa funzione fa versare dei fondi a una fondazione privata sostenuta dalla ditta. All’interno di questa fondazione, un uomo di fiducia utilizzerà questo denaro indirizzandolo verso un’ONG che si è posta come obiettivo la protezione dell’ambiente. La manovra consiste poi nel sensibilizzare l’ONG riguardo a questo dossier, comunicandole, indirettamente, delle informazioni verificabili (quindi non manipolate) sulle malefatte della multinazionale concorrente. L’ONG diffonde attraverso il suo sito internet messaggi negativi contro il progetto del concorrente. La catena cognitiva è così creata. In seguito si tratta di saperla attivare consapevolmente per destabilizzare il bersaglio.

Il punto di forza dell’attacco cognitivo non è ingannare o disinformare, ma alimentare una polemica pertinente appurata per mezzo di fatti oggettivi. Il livello della cospirazione si limita all’installazione e all’attivazione della catena informativa. Ma più la polemica è “fondata”, meno è facile dimostrare, anche solo teoricamente, la cospirazione.

È evidente che la diffusione delle nuove tecnologie informative abbiano esasperato la dimensione concorrenziale e agevolato la guerra cognitiva determinando, dicono gli analisti francesi, una conflittualità inedita persino rispetto alla Guerra fredda.

L’informazione entra a far parte dell’arte della guerra come arma in grado di far vincere o perdere un conflitto, militare o economico che sia.

Si tratta di cambiamenti che impongono una rivoluzione culturale.

La guerra psicologica, poi, è una delle principali forme di guerra dell’informazione, la più sofisticata perché si affida, innanzitutto, all’intelligenza umana nella sua capacità di comprendere le possibili azioni di successo, per mezzo, naturalmente, del controllo dei mezzi di comunicazione.

Poco praticata e conosciuta in Francia, la guerra psicologica è rimasta lontana dalle preoccupazioni dei militari che, il più delle volte vi si sono imbattuti sotto la pressione degli eventi o degli avversari, come avvenuto in Indocina e in Algeria.

La guerra psicologica utilizza tutti i metodi a sua disposizione, dalla disinformazione all’inganno, dalla propaganda all’interdizione, in scontri di natura diversa (dalla lotta al terrorismo al combattimento convenzionale, fino alla sovvenzione della pace), ed è perlopiù diretta verso l’opinione pubblica, per condizionarla o manipolarla.

L’arma psicologica non contempla l’improvvisazione, ma si appoggia su una struttura operativa organizzata e condotta da personale e organismi specializzati.

I sistemi di comunicazione civili sono giunti a un livello di prestazioni prima riservato solo alle forze governative e alle forze armate. Ciò ha provocato un effetto di massa con un conseguente abbattimento dei costi. Pertanto, se anche è prevista la conservazione di alcune capacità autonome militari, la realizzazione di sistemi informativi di difesa e intervento dipendono sempre più dai sistemi civili, il che crea una vulnerabilità che potrebbe essere sottovalutata in caso di crisi o di conflitto.

Il quadro di azione della sfera informativa è divenuto molto conflittuale perciò la guerra di informazione è diventata inevitabile e si esercita secondo la funzione di appropriazione (intelligence); interdizione (limitazione dell’accesso alle informazioni) e manipolazione (intossicazione).

L’intelligence economica è una risposta necessaria a un mondo senza più confini di tempo e di spazio, dove l’informazione è istantanea e il tempo di reazione nullo. Una riorganizzazione delle strutture attorno alla nuova dimensione assunta dal rapporto tra informazione e intelligence, porta a dei cambiamenti nel sistema decisionale oltre che nella gestione delle risorse umane. Una rivoluzione, in primis, culturale, che fa dell’informazione un’arma che è necessario integrare nella strategia di difesa nazionale.

Nella guerra cognitiva l’Occidente subisce, impreparata, l’attacco delle autocrazie