Battaglia navale tra Russia ed Ucraina, lo scontro si sposta in mare

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(Ammiraglio Giuseppe De Giorgi ) Nelle stesse ore in cui i leader europei tornavano a casa dopo il vertice sulla Brexit a Bruxelles, mentre tentavano di raggiungere il porto ucraino di Mariupol tre navi da guerra ucraine venivano colpite e sequestrate dalle forze armate russe nel mare di Azov sullo stretto di Kerch (parte settentrionale del Mar Nero per precisione). I ventitré marinai ucraini a bordo sono stati presi in custodia dalle forze russe e condannati a due mesi di carcere da un tribunale della Crimea.

Un incidente grave che ha bruscamente riportato l’attenzione internazionale sulla volatilità della situazione in Ucraina: diversamente da altri “conflitti sospesi” presenti nello spazio post-sovietico, il conflitto ucraino rimane oggi molto caldo. I rapporti tra i due Paesi sono, infatti, particolarmente peggiorati a seguito dell’invasione e dell’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014, e dopo la guerra nelle regioni dell’est tra l’esercito ucraino e le milizie separatiste filo-russe, sostenute militarmente dalla Russia. Entrambi i paesi, quindi, sostengono di essere stati attaccati. Non è ancora chiarissimo cosa sia successo tra le navi dei due paesi, ma lo stretto di Kerch è da tempo conteso tra Russia e Ucraina, specialmente dopo l’annuncio della creazione di una nuova base navale nell’area tra la Crimea e Russia. Ci si riferisce qui ad un tratto di mare che, formalmente secondo il Trattato bilaterale del 2003, dovrebbe essere controllato congiuntamente dai due Paesi, ma sul cui di fatto la Russia esercita un forte controllo sul traffico navale dissuade le navi ucraine dall’utilizare i porti di Mariupol e Berdyansk, che si affacciano sul mare di Azov. All’inizio di questo mese sulla questione era intervenuta anche l’Unione Europea: alcuni analisti ritengono di fatto le azioni russe “un blocco economico” contro l’Ucraina.

Quello che sappiamo deriva dai resoconti fatti dai due Paesi, senza ovviamente poter sapere chi sia dalla parte della verità e chi no. L’Ucraina sostiene che le sue navi attaccate domenica avessero chiesto regolarmente il permesso di attraversare lo stretto; la Russia nega questa circostanza e sostiene, invece,  che fossero entrate in una zona di mare russa senza autorizzazione. Poroshenko ha affermato, inoltre, che “l’Ucraina sta affrontando la minaccia di una guerra su vasta scala con la Federazione Russa”. Diversi analisti si sono però detti molto scettici sulla reale possibilità che la Russia voglia attaccare l’Ucraina, principalmente perché in questo momento non sembra esserci un chiaro obiettivo militare raggiungibile. Putin, d’altro canto, tende a precisare, tramite i media, la legittimità della risposta militare della Russia, poiché gli ucraini hanno “sconfinato” nelle sue acque territoriali, aggiungendo, infine, che l’incidente sia stato una provocazione pensata da Poroshenko in vista delle elezioni presidenziali previste per il marzo del 2019. Idea prospettata anche da alcuni oppositori interni del Presidente ucraino in un momento di difficoltà politica evidente e di indici di popolarità piuttosto bassi (i recenti sondaggi darebbero il Presidente uscente fuori dai giochi per le prossime elezioni politiche). Mosca ha anche diffuso un video in cui tre dei marinai ucraini che si trovavano a bordo delle navi di Kiev,  sequestrate dalle forze navali russe nello stretto di Kerch, ammettono lo sconfinamento in acque territoriali russe. In particolare un ufficiale, Volodymyr Lisovyi, afferma di essere consapevole del fatto che la mossa dell’Ucraina fosse una “provocazione”. Confessione che, secondo il capo di stato maggiore della Marina ucraina, è stata ottenuta con minacce e violenze da parte russa e quindi non risulta credibile. Il capo dei servizi segreti ucraini, Sbu, Vasyl Hrytsak, ha confermato, poi, che vi erano a bordo delle navi suoi agenti, come hanno denunciato i russi, ma che si trattava di una “missione di contro spionaggio di routine”, missioni che vengono condotte regolarmente anche dalle navi russe.

L’escalation delle tensioni tra Ucraina e Russia arriva così ad un nuovo apice dalle conseguenze ancora incerte. Intanto, in risposta alla prova di forza russa del 25 novembre, il presidente ucraino Poroshenko ha promulgato la legge marziale nelle zone di confine con la Russia per i prossimi 30 giorni. L’imposizione di una simile misura potrebbe portare alla restrizione della libertà di stampa e al controllo dei mass media da parte del governo, nonché il divieto alle assemblee pubbliche, alle proteste anche pacifiche ed agli eventi di massa. Una mossa che pare straordinaria e discutibile, visto anche l’avvicinarsi delle elezioni che il prossimo marzo proclameranno il futuro presidente ucraino. Su Twitter intanto Poroshenko annuncia anche di aver vietato a tutti gli uomini russi tra i 16 ed i 60 anni l’ingresso nel Paese, al fine di impedire ai russi di formare distaccamenti di “eserciti privati” che rispondano alle forze armate russe. Un ulteriore passo che rischia così di aggravare ulteriormente la situazione di tensione in atto.

La Nato sta con l’Ucraina – si legge in una dichiarazione del Consiglio Nord Atlantico – I membri della Nato invitano la Russia a garantire un accesso senza ostacoli ai porti ucraini e consentire la libertà di navigazione. Non c’è alcuna giustificazione per l’uso della forza militare da parte della Russia contro navi e personale navali ucraini. […] La Nato sta con l’Ucraina e continuerà a fornire sostegno politico e pratico al Paese nel quadro della nostra cooperazione esistente. La Nato continuerà a monitorare la situazione”. Dopo tre giorni di dibattito, l’UE ha comunque fatto una dichiarazione che esprimeva “la massima preoccupazione per il pericoloso aumento delle tensioni” e che definiva l’uso della forza da parte della Russia “inaccettabile”. L’Unione europea, ha inoltre ricordato, “non riconosce l’annessione illegale della penisola di Crimea alla Russia”: lo snodo di tutti i contrasti recenti tra Mosca e la comunità internazionale. A Bruxelles, intanto, prevale per ora la prudenza perché sulla risposta da dare all’«aggressione russa» sussistono posizioni assai diverse. A guidare il gruppo dei paesi che vorrebbero subito nuove sanzioni anti-Putin l’Austria, i Paesi Baltici, l’Olanda e la Polonia. Il governo britannico ha definito, inoltre, quello russo come un “atto di aggressione che fornisce nuove prove del comportamento destabilizzatore della Russia nella regione e della violazione persistente, da parte sua, dell’integrità territoriale dell’Ucraina”. Intanto Donald Trump ha cancellato il suo incontro previsto a Buenos Aires nel corso del G20 con il presidente russo Putin in attesa che la situazione sia risolta. Un’occasione mancata per discutere su gravi problemi internazionali e bilaterali è stata così posticipata indefinitamente.

L’incidente va inquadrato in un contesto politico complesso, sia a livello internazionale sia interno all’Ucraina. E così, mentre la comunità internazionale invita a placare i toni e ad evitare scontri, il timore di un crescente confronto tra Russia e Ucraina nei prossimi mesi è purtroppo uno scenario plausibile. I separatisti filo-russi hanno armi pesanti russe, mentre l’Ucraina ha ricevuto aiuti dall’Occidente. L’area è vitale per l’economia ucraina: acciaio, grano e altri prodotti dopo la perdita della Crimea passano attraverso quel braccio di mare, da e verso i porti di Bryansk e Mariupol. A repentaglio c’è quindi, ora, la sicurezza della regione e non solo.

 

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