Unità Nazionale a giorni alterni: “Non ce la possiamo fare”

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(di John Blackeye) Lo scontro sul Mes tra Cinque Stelle e Pd ha fatto volare lo spread a 245 punti base. Poi il differenziale Btp-Bund ha ripiegato a 236. Titoli di Stato in sofferenza con un rendimento sulla soglia del 2%. Piazza Affari ha perso quasi il 5%, la peggiore in Europa. Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, terrà una informativa nell’Aula della Camera il prossimo 21 aprile alle ore 17. Il giorno successivo l’Aula della Camera esaminerà il decreto legge Cura Italia. Come al Senato, anche a Montecitorio il governo chiederà il voto di fiducia sul testo. Al via il pagamento del bonus da 600 euro per oltre 1,8 milioni di persone. Per il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, da aprile ci sarà un aumento a 800 euro dell’indennità per gli autonomi. Operativi anche i prestiti alle imprese da 25mila euro: le prime erogazioni da lunedì. Allarme sul fabbisogno aggiuntivo di liquidità delle imprese, che secondo Bankitalia è stimato tra marzo e luglio in 50 miliardi di euro. Confindustria eleggerà oggi con procedura online il suo nuovo presidente. La Guardia di Finanza nell’ambito dell’inchiesta milanese sull’epidemia da coronavirus nelle Rsa ha acquisito documenti al Pirellone. «Massima collaborazione verso chi svolge le indagini», ha commentato il presidente di Regione Lombardia, Attilio Fontana.

Non ce la possiamo fare. Siamo una Nazione malata. Non siamo ancora guariti dal dopoguerra ad oggi. La vera malattia, diciamocelo chiaramente, non è la pandemia da coronavirus che per quanto disastrosa e cruenta, sarà un fenomeno passeggero, di portata planetaria, ma che scomparirà con tutti i danni e con tutto il carico di morte che ci ha portato.
La vera malattia è un’altra. È quella che ci portiamo dietro da quasi cento anni. È quella che ci hanno trasmesso i nostri nonni e che noi stiamo trasmettendo ai nostri figli, nelle scuole, nelle università. È quella malattia che deve vederci per forza contrapposti su due fronti, divisi da ideologie e da movimenti politici piuttosto che essere uniti dalla nostra unica e stupenda italianità.
No, non ce la possiamo fare, almeno fino ad ora e almeno in queste condizioni, con questa forma mentis e con questa struttura nazionale nella quale ci hanno insegnato a prevalere, sopraffare, contrapporre, accusare, fomentare, vincere sul nemico: cioè su noi stessi, sull’Italia.
Spinti dalla sete di notizie che possano dare il segnale di un miglioramento delle condizioni generali della pandemia che ci sta tenendo chiusi in casa, accendiamo la TV ed entriamo in un baratro ancora più grande.

Il baratro è nell’informazione

Questa volta il baratro è quello dell’informazione. Ciò che eravamo riusciti a costruire in questo periodo di “mal comune”, e cioè, l’unità nazionale che molti avevano voluto rappresentare con le bandiera appese dai balconi, viene travolta dall’inizio di nuove contrapposizioni all’italiana.
Nemmeno la perdita di quasi seicento vite umane al giorno, nemmeno l’impotenza della scienza di fronte ad un male planetario, sono riusciti a fermare il vecchio impeto nazionale che vuole tenerci sempre separati e contrapposti.
Senza alcun rispetto per le centinaia di bare che si alternano in fila per entrare negli obitori degli Ospedali, seguendo un infausto ritmo che l’Italia non ha conosciuto nemmeno ai tempi delle due guerre, riusciamo a litigare “quando il morto è ancora in casa”.
Non riusciamo a far meno di quel veleno che ci ha debilitati per quasi ottanta anni e così è ripartito, in piena regola, lo scontro “sociale” che ha una connotazione tutta italiana. Si perché all’estero non succede la stessa cosa.
Basta leggere i titoli dei giornali, anche quelli sportivi. Sembrano titoli di guerra: “scontri tra opposizioni e governo”, “contrapposizione tra membri di partito”, “gravissime ingerenze”, “grande incompetenza”, “accuse”, “errori”, “interessi personali” e così via. Titoli che in via subliminale entrano nella testa della gente finendo per armare le coscienze di ognuno con l’odio e la contrapposizione.
Lo stato d’animo dell’italiano che in un momento di emergenza nazionale aveva riscoperto lo spirito di unità e la collaborazione generale, in un attimo viene frantumato e riportato allo stato di incattivimento che ha ispirato tutti gli italiani negli ultimi ottanta anni.
Non ce la possiamo fare.
Non abbiamo ancora finito di soffrire. Non sappiamo cosa abbiamo davanti. Eppure, invece di rinvigorire quello spirito di unità, invece di fare della nostra unione la nostra forza, contrariamente a quanto fanno tutti gli altri popoli della terra, gli italiani vengono spinti alla contrapposizione, alla divisione, al parteggiamento, al malcontento. 

È chiaro che in queste condizioni, l’Italia, non si rialzerà mai.

Con la pandemia in corso, che ha segnato un breve periodo di tregua nazionale, sono ripartite le contrapposizioni interne di un Paese che, nonostante la sua storia, la sua forza industriale, la sua cultura ed il suo grande popolo, vuole sempre cercare un pretesto per autodistruggersi.
Dalla TV si apprende che un attacco globale e generalizzato è partito all’indirizzo di strutture sanitarie che sono entrate nell’occhio del ciclone per aver fatto registrare centinaia di morti tra i propri ospiti. La magistratura, sempre presente nel ciclo di vita nazionale ha aperto fascicoli ovunque. Si indagano i Responsabili delle R.S.A. avviando procedimenti di giustizia che forse dureranno decenni. A questo punto non sarebbe nemmeno inverosimile dovere indagare tutti i Rappresentanti di Governo e anche i mezzi d’informazione, visto che per i primi due mesi di pandemia hanno affermato, tutti e indistintamente, che non c’era bisogno di usare le mascherine in un contesto di contagio in cui erano invece assolutamente necessarie. Ci sarebbe da indagare l’Europa per omissione di soccorso. Occorrerebbe indagare tutti.
Nel frattempo avremo perso altri decenni, restando fermi attorno a procedimenti penali e amministrativi. Superati da tutte le altre nazioni che faranno della pandemia una catapulta per riportarsi nelle posizioni di progresso e di benessere che merita ogni popolo. Quando ci accorgeremo di essere fermi, da soli e ultimi, dilaniati da contrapposizioni sociali continue, se ne avremo la forza, capiremo che invece avremmo potuto costruire un’altra Italia.

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