Ero lì l’11 settembre 2001, dovevo andare al Pentagono. La testimonianza di un italiano scampato per caso alla tragedia

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L’11 settembre 2001, una data che ha cambiato la storia dell’Occidente, 4 aerei di linea compiono un attacco terroristico sensazionale sul territorio degli Stati Uniti, questa volta la difesa naturale costituita dall’immensa distesa d’acqua dell’Oceano Atlantico non ha difeso quella che era considerata una superpotenza mondiale.

Di seguito vi proponiamo la testimonianza di un italiano, che ha chiesto di rimanere anonimo, che quel giorno era negli Usa per lavoro.

Quella mattina dovevo andare al Pentagono per ritirare documenti di alta classifica, era un turno che interessava tutti gli addetti dell’Ambasciata d’Italia a Washington. Ricordo come se fosse ieri, il mio nome impresso sulla lavagna metallica della segreteria per il servizio al Pentagono. All’epoca lavoravo in un’area dell’Addettanza dove non era consentito introdurre televisori, radio e qualsiasi altra apparecchiatura collegata alla corrente elettrica. Ero in un mondo ovattato distaccato dalla vita reale. Alle 10 di mattina esco dalla mia stanza blindata per svolgere il servizio esterno. Vidi i visi dei colleghi con gli occhi sgranati. Il capo mi disse: “ma dove stai andando?”. Al Pentagono, risposi. Mi invitò nel suo ufficio: guarda la Tv. Io ancora non realizzavo, “capo ma cos’è un film d’azione? Ehi sveglia, rispose, “hanno attaccato le Torri Gemelle ed è appena caduto un aereo al Pentagono”. Mi si raggelò il sangue, se fossi uscito qualche minuto prima per andare al Pentagono? 

I minuti che seguirono furono tremendi. Il governo americano applicò il “black-out” totale  in tutta la Nazione. Non funzionava la telefonia fissa, mobile e  internet. Tutta l’America era stata isolata dal resto del mondo. Il giorno dopo ripresero le comunicazioni e ricevemmo le telefonate dei nostri parenti dall’Italia, preoccupatissimi per quello che era accaduto e soprattutto per non essersi potuti appurare della nostra condizione.

I giorni seguenti andammo più volte a New York per lavoro. La situazione era surreale. Polvere di marmo e detriti dappertutto, le strade brillavano perchè invase da minuscoli frammenti di vetro delle Torri Gemelle. Non nascondo che l’odore tra le vie della Grande Mela  non era affatto piacevole. La puzza di bruciato non era quella che conoscevo, era diversa, i pompieri americani mi hanno sussurrato: “qui continua a  bruciare tutto, anche corpi umani”. 

Un anno dopo ci siamo recati a New York per rappresentare l’Italia alle commemorazioni, ho incontrato gli eroi di quel giorno maledetto, i pompieri. Uno di loro ha ringraziato il nostro Paese per la vicinanza e mi ha regalato un cd-rom con immagini inedite, scattate durante le fasi di ricerca tra i detriti delle Torri Gemelle. Preferisco non raccontare i dettagli…!!! 

Da quel giorno tutto è cambiato.   

11 SETTEMBRE 2001  

La  mattina dell’11 settembre 2001 diciannove dirottatori (quindici sauditi, due degli Emirati Arabi, un egiziano e un libanese) si imbarcarono su quattro aerei di linea, due della United Airlines e due della American Airlines, che effettuavano voli transcontinentali all’interno degli Stati Uniti. Usando delle armi da taglio aggredirono il personale di volo e i passeggeri e presero possesso delle cabine di pilotaggio.

Alcuni dei dirottatori erano piloti d’aereo certificati e avevano seguito corsi appositi di addestramento per i tipi di aereo di linea dirottati (Boeing 757 e Boeing 767). In seguito si scoprì che gli istruttori di volo segnalarono all’FBI che gli allievi arabi erano interessati solo alle fasi di decollo dei velivoli. Nessuno approfondì tale preziosa indicazione.  I dirottatori piloti presero i comandi degli aerei e spensero i transponder (segnalatori radio) che permettevano ai controllori di volo di localizzare gli aerei. I voli dirottati divennero così sostanzialmente irreperibili. 

I controllori di volo si accorsero della scomparsa degli aerei dai radar e inizialmente ipotizzarono un guasto al transponder o un incidente. Poi tentarono di contattare gli aerei ma invano,furono  alcuni passeggeri che con i telefoni di bordo avvisarono le compagnie aeree e i propri familiari che erano stati dirottati.

All’epoca, lo svolgimento normale di un dirottamento prevedeva che i dirottatori avessero delle rivendicazioni e volessero usare i passeggeri come ostaggi, per cui la procedura standard era assecondarli, farli atterrare e negoziare il rilascio dei passeggeri. Prima dell’11/9, nessun dirottamento aveva mai utilizzato un aereo di linea carico di passeggeri e di carburante come un’autobomba volante, da schiantare contro un bersaglio per una missione suicida. Inizialmente, quindi, non c’era un’urgenza particolare di lanciare dei caccia per intercettare gli aerei dispersi. E i caccia, secondo le regole dell’epoca, avrebbero comunque semplicemente seguito a distanza gli aerei dirottati. Non c’era alcuna autorizzazione preventiva all’abbattimento di un aereo civile nazionale. Alle 8:46 fu dato l’ordine di lanciare dalla base di Otis due caccia F-15, che decollarono alle 8:53.

Questo fece scattare l’allarme militare, ma da anni, con il calare della tensione della Guerra Fredda, il pattugliamento del territorio domestico americano era affidato a meno di venti caccia, che oltretutto in questo caso non sapevano dove andare perché gli aerei dirottati non erano identificabili sui radar. Quand’anche avessero trovato gli aerei dirottati, non avrebbero avuto il permesso di abbatterli.

Alle 9:37, il terzo aereo dirottato, il volo AA77, un Boeing 757 della American Airlines, si schiantò contro il Pentagono, ad Arlington (vicino a Washington, a meno di quattro chilometri dalla Casa Bianca), sotto gli occhi di almeno 55 testimoni che si trovavano sull’autostrada adiacente all’edificio e nelle sue vicinanze. L’aereo penetrò nell’edificio, come alle Torri Gemelle. L’impatto appiccò un incendio e causò il crollo di una porzione del Pentagono.

A New York, alle 9:59 l’incendio della Torre Sud sopraffece la struttura: il calore non fuse l’acciaio, ma lo scaldò tanto da fargli perdere la capacità di reggere il carico dei piani situati sopra l’area d’impatto incendiata. Il grattacielo crollò in diretta TV, uccidendo tutti coloro che si trovavano ancora al suo interno e lo stavano lentamente evacuando. Fu chiaro, a quel punto, che il bilancio degli attentati sarebbe stato catastrofico.

Alle 10:03, il quarto aereo dirottato, il volo UA93, un Boeing 757 della United Airlines, si schiantò quasi verticalmente in un campo della Pennsylvania, vicino a Shanksville. L’esame dei reperti e delle registrazioni radio e telefoniche permise in seguito di determinare che i passeggeri avevano tentato di sopraffare i dirottatori barricati nella cabina di pilotaggio e che i dirottatori avevano scelto di far precipitare l’aereo piuttosto che arrendersi.

Alle 10:28 crollò anche la seconda torre del World Trade Center. I crolli e gli incendi interessarono anche altri sei edifici del complesso: l’Hotel Marriott, un grattacielo di 22 piani; il World Trade Center 4 e 5, due palazzi di nove piani; il World Trade Center 6, un edificio di otto piani; il World Trade Center 7, un grattacielo di 47 piani; e la chiesa ortodossa di San Nicola. Altri edifici circostanti furono lesionati dai crolli delle Torri Gemelle.

Il World Trade Center 7 fu evacuato e lasciato a bruciare perché non c’era più acqua per spegnere i suoi incendi: le condotte primarie erano state tranciate dai crolli delle Torri Gemelle. I vigili del fuoco si resero conto che la struttura era pericolante e crearono un perimetro di sicurezza intorno all’edificio, che crollò alle 17:20.

Negli attentati persero la vita complessivamente circa 3000 persone. 343 vigili del fuoco perirono nel crollo delle Torri Gemelle. 265 persone erano a bordo degli aerei dirottati. 125 occupanti del Pentagono furono uccisi dall’impatto del velivolo dirottato.

Gli attentati furono attribuiti all’organizzazione al-Qaeda di Osama bin Laden, già noto per altri attentati contro installazioni militari e civili statunitensi. Bin Laden inizialmente negò il proprio coinvolgimento, ma successivamente lo rivendicò ripetutamente, rilasciando anche video nei quali si mostrava insieme ai dirottatori. Anche vari suoi associati, fra cui Ayman al-Zawahiri e Khalid Sheikh Mohammed, rivendicarono la paternità degli attacchi.

Cresciuto in una facoltosa famiglia saudita, Osama Bin Laden combatte con i mujaheddin afghani che riescono a mettere in fuga l’Armata Rossa nel 1989, nel febbraio del 1998 firma con la Jihad islamica egiziana di Ayman Al-Zawahiri il manifesto “contro ebrei e crociati” da cui nasce Al Qaeda, e la protezione garantitagli dai talebani del Mullah Ornar gli consente di ideare, pianificare e mettere a segno un devastante attacco agli Stati Uniti.L’intento di Bin Laden, scrive Molinari sul Corriere della Sera  è far sanguinare il “Grande Satana” al fine di obbligarlo ad abbandonare il Medio Oriente, condannando i suoi alleati alla sconfitta e trasformando Al Qaeda nella guida dell’intero Islam.