Il dopo lockdown vede un’Italia  triste, spaventata e incerta

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(di Marco Zacchera) Riaperte le gabbie ho dovuto correre per una settimana in giro per l’Italia e l’ho ritrovata più triste, spaventata, incerta.

Possiamo anche riderci sopra: c’è chi tiene la mascherina e chi no, chi ha paura e chi invece fa lo spavaldo ma – soprattutto – non c’è un hotel, un ristorante, un bar o un esercizio commerciale dove le norme vengano applicate – ma soprattutto vissute – in modo univoco.

Siete mai stati al ristorante dopo il 3 giugno? Avete notato se e come l’olio per l’insalata ve lo abbiano portato in tavola? È un micro-esempio tra chi ha optato per le bustine in plastica monouso (davvero con olio extravergine ?!) oppure con il cameriere che non molla la bottiglia perchè l’olio te lo versa assolutamente solo lui, passando da chi va avanti alla moda vecchia o a chi invece l’insalata la serve già condita e sotto cellophane, in arrivo direttamente dalla cucina.

Stesso destino per i piatti di portata (monoporzioni o comuni per più commensali?) che hanno sollecitato la fantasia dei più. Come dividere in due una fiorentina se non siete “congiunti” o una spigola di un chilo? E non parliamo poi delle colazioni la mattina in albergo, orfane dei buffet e che finiscono tragicamente tra bicchieri di plastica, merendine monouso con stop agli affettati per la gioia dei vegani e soprattutto dei suini italiani ed esteri. Crollano così i risotti “minimo due porzioni” e – sparito da tavola il parmigiano grattugiato – in generale è una corsa culinaria al ribasso e alla mortificazione dei sensi.

Poi c’è il report dei 14 giorni: ti chiedono cognome e nome con la data di nascita, oppure no: meglio solo il codice fiscale. Nell’incertezza lascia anche il telefono, in alternativa takeaway e scappi (pagando, però!) mentre qualcuno ti propone un’agenda da compilare (ma così leggi chi c’è seduto all’altro tavolo, come la mettiamo con la privacy?). Allora meglio solo un foglietto… ma la penna con uso in comune sarà sterilizzata?

In un moltiplicarsi di disinfettanti – a pedale, monouso, a piantana, automatici o manuali – l’impressione è che si punti soprattutto alla facciata più che alla sostanza tra plexiglass, cartelli, scritte a volontà e tante mascherine: bianche, verdi, nere, tricolori, griffate, personalizzate, con o senza valvola.

È un’Italia divisa anche per età: superi in autostrada l’anziano che da solo guida la sua Panda rigorosamente con mascherina (anche se nell’abitacolo è solo) passando alla “movida” serale di chi del virus se ne frega.

Ma fin qui abbiamo scherzato: poi c’è la realtà.

Ho percorso Ponte Vecchio a Firenze spettrale e squallido in pieno giorno con le sue botteghe chiuse e gironzolato in una Roma desolatamente semideserta già in prima serata. L’Italia turistica è quella più profondamente in crisi, triste e preoccupata, con gli operatori che temono come ancora non ci sia resi conto – al vertice – di quanto peserà questa voce sulla minor ricchezza di tutti e non solo per le boutique deserte dell’alta moda, ma anche per tutti quei negozi che hanno sì riaperto, ma non battono un chiodo.

Se poi incroci qualcuno che il virus l’ha subito – di solito da asintomatico o con sintomi molto lievi – è costante la litania dei disservizi, di tamponi persi o non fatti, di tempi buttati via senza un protocollo serio che valesse per tutti.

Mentre ingialliscono ovunque gli arcobaleno dell’ “andrà tutto bene” si moltiplicano i dubbi sul futuro economico di un Paese spaccato tra “garantiti” e non.

C’è invidia per i dipendenti pubblici dallo stipendio sicuro rispetto a disoccupati, lavoratori autonomi e tante partite IVA che devono già prepararsi a pagare IMU e tasse varie senza aver incassato niente: un mugugno generale che non promette niente di buono.

Anche perché soldi ne sono arrivati poco nonostante tante (troppe) promesse e vedremo l’utilità di questi “Stati Generali” che per ora sembrano soprattutto l’ennesimo show di Conte & C.

Il dopo lockdown vede un’Italia triste, spaventata e incerta

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