Nella polveriera libica l’Italia vuole riprendersi il ruolo di un tempo oggi però occupato da Russia e Turchia

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La Libia è oggi un crocevia di interessi internazionali dal momento che gli Stati Uniti hanno mostrato disinteresse totale alle faccende africane. Francia, Turchia, Russia, Egitto e Italia nei prossimi mesi tenteranno di riprendere in mano o consolidare le proprie posizioni, con all’orizzonte una pericolosa recrudescenza della guerra civile tra le diverse fazioni libiche.

(di Massimiliano D’Elia) La Turchia aumenta, di giorno in giorno, la sua influenza in Libia, ormai è un dato di fatto. E’ di pochi giorni la notizia che il governo di Tripoli, presieduto da Abdul Hamid Dbeibah, abbia firmato a Istanbul due accordi di cooperazione militare con il ministero della Difesa turco. Il primo, in riferimento allo sviluppo delle capacità dell’aeronautica militare libica, il secondo per implementare gli accordi firmati tre anni fa tra Tripoli e Ankara. Non a caso circa due settimane fa il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, aveva firmato un accordo con il governo di Dbeibah per gli idrocarburi nel Mediterraneo orientale.

Abbiamo firmato un protocollo sugli idrocarburi e un accordo sul gas è in fase di negoziazione tra i nostri ministeri dell’Energia“, aveva commentato Cavusoglu a margine della firma del protocollo.

Turchia e Libia hanno firmato, quindi, un accordo ancora più esclusivo, che concede alla Turchia lo sfruttamento comune dei nuovi giacimenti individuati, la costruzione di nuovi impianti di raffinazione e soprattutto il trasporto in Turchia e verso altri Paesi, tramite metanodotti e oleodotti, di gas e petrolio già sfruttati in Libia e di quelli dei nuovi giacimenti nelle  stesse acque che Grecia, Egitto e Cipro rivendicano come parte delle loro Zee (Zone economiche esclusive).

La Turchia ha deciso, pertanto, di rimanere in Turchia e lo sta facendo legandosi con trattati e protocolli bilaterali, in un momento particolarmente caldo del Paese nordafricano dove si contrappongono il governo provvisorio (sotto egida Onu) di Dbeibah e quello di Fathi Bashagha. Ai due contendenti sì è aggiunto un terzo incomodo: il presidente dell’Alto Consiglio di Stato libico, Khalid A1-Mishri, ha espresso il desiderio di formare un terzo esecutivo.

Tra i tre contendenti rimane sempre attivo il generale della Cirenaica Kalifa Haftar la cui ambiguità è ormai nota a tutti gli attori: è legato alla Francia di Macron dal 2019, è vicino a Il Cairo ma anche a Mosca, tramite i mercenari del gruppo Wagner (condannati per violazione dei diritti umani in Africa). A settembre scorso Haftar ha, anche, poi incontrato a Bengasi il numero uno dell’intelligence egiziana, Abbas Kamel.

Il nuovo Governo italiano vuole un nuovo ruolo nel Mediterraeo allargato

Così il Governo italiano appena insediatosi dalle parole del suo premier Giorgia Meloni:

Credo che l’Italia debba farsi promotrice di un “piano Mattei” per l’Africa, un modello virtuoso di collaborazione e di crescita tra Unione Europea e nazioni africane, anche per contrastare il preoccupante dilagare del radicalismo islamista, soprattutto nell’area sub-sahariana. Ci piacerebbe così La nostra intenzione è sempre la stessa. Ma se non volete che si parli di blocco navale lo dirò così: Perché non intendiamo in alcun modo mettere in discussione il diritto d’asilo per chi fugge da guerre e persecuzioni. Il nostro obiettivo è impedire che sull’immigrazione l’italia continui a farsi fare la selezione in ingresso dagli scafisti. Dobbiamo recuperare, dopo anni in cui si è preferito indietreggiare, il nostro ruolo strategico nel Mediterraneo”.

Nella difficile opera di riconquista delle proprie posizioni in Libia e nel Mediterraneo potrebbe giocare un ruolo determinante l’asse Franco-italiano che, a quanto pare, sta già muovendo i suoi primi passi in Europa per portare la Germania a posizioni più concilianti rispetto alle diverse crisi in corso, da quella energetica a quella economica passando per il controllo dei flussi migratori verso il Vecchio Continente.

Gli accordi del 2019

Il premier del governo di accordo nazionale libico, Fayez al Sarraj, nel 2019, aveva chiesto a Italia, Usa, Regno Unito, Algeria e Turchia di “attivare gli accordi di cooperazione di sicurezza” per “respingere l’attacco a Tripoli, condotto da qualsiasi gruppo armato“. Sarraj aveva, inoltre, chiesto ai cinque Paesi di “cooperare con il governo di accordo nazionale nella lotta alle organizzazioni terroristiche”, all’immigrazione clandestina e ai trafficanti di esseri umani.

La posizione italiana“La soluzione alla crisi libica può essere solo politica, non militare. Per questo motivo continuiamo a respingere qualsiasi tipo di interferenza, promuovendo invece un processo di stabilizzazione che sia inclusivo, intra-libico e che passi per le vie diplomatiche e il dialogo“. Così fonti della Farnesina all’indomani della lettera inviata dal presidente libico al Sarraj all’Italia e ad altri Paesi circa la richiesta di aiuti militari.

Di fronte alla flebile reazione europea Turchia e Libia nel novembre 2019 hanno sottoscritto un’intesa su una collaborazione militare che, come ricordato da Erdogan, prevedeva anche la possibilità di un intervento militare turco, in caso invito. L’intesa prevedeva la nuova delimitazione delle rispettive Zee, le Zone Economiche Esclusive nel Mediterraneo orientale. L’accordo venne poi ratificato anche dal parlamento turco mentre Erdogan avvertiva che l’operazione svolta dal suo governo assieme a quello di Tripoli era perfettamente lecita anche sotto il profilo del diritto internazionale.

Il Parlamento turco nel gennaio del 2020 ha poi anche approvato l’invio di truppe sul suolo libico a sostegno del GNA (Government of National Accord) a Tripoli mentre avveniva la conquista di Sirte da parte delle forze di Haftar. Il presidente turco aveva dichiarato che l’obiettivo del suo intervento militare “non era quello di combattere” ma di “supportare il governo legittimo ed evitare tragedie umanitarie”.

“L’accordo con la Turchia – annunciava un portavoce dell’esecutivo libico – è entrato ufficialmente in vigore” con la pubblicazione degli accordi sulla Gazzetta ufficiale libica”. (inizio del 2020 ndr).

Siamo pronti – affermava senza mezzi termini il presidente turco – ad effettuare esplorazioni congiunte con la Libia alla ricerca di idrocarburi offshore nelle aree delimitate dal memorandum d’intesa”.

La Turchia con questa mossa ha, di fatto, estromesso Italia, Francia ed altri Paesi europei dalla Libia, non solo politicamente ma anche sotto il profilo commerciale e petrolifero.

Guardando una cartina del Mediterraneo orientale, la conformazione dei nuovi confini delle rispettive Zee appare a prima vista una provocazione. L’intesa tra Ankara e Tripoli potrebbe di fatto creare un corridoio turco – libico capace di estromettere la Grecia da un lato e CiproEgitto ed Israele dall’altro, già attivi con il gasdotto sottomarino EastMed.

Naturalmente la necessità da parte di Ankara di salvaguardare il proprio interesse nazionale, nello specifico quello energetico, deve essere contestualizzato all’interno di un progetto di politica estera molto più ampio volto a rafforzare la propria influenza sia in Medio Oriente che in Nordafrica in un’ottica neo-ottomana.

L’Unione Europea aveva ribadito quanto aveva pronunciato tre anni prima: “La Ue ricorda che la sua posizione su questo Memorandum è stata chiaramente dichiarata dal Consiglio europeo nel dicembre 2019 e rimane immutata. Il Memorandum d’intesa fra Libia e Turchia del 2019 vìola i diritti sovrani di stati terzi, non rispetta la Legge del Mare e non può produrre nessuna conseguenza legale per stati terzi”.

La Ue non è un organo giudiziario internazionale che può commentare o giudicare accordi tra paesi terzi sovrani. Qualsiasi obiezione a un accordo firmato da due Stati sovrani costituisce una violazione del diritto internazionale e dei principi fondamentali dell’Onu”, aveva  commentato il portavoce del ministero degli Esteri turco Tanju Bilgic in riferimento alle dichiarazioni di Bruxelles sul nuovo Memorandum.

Il Dipartimento di Stato americano aveva dichiarato che il governo provvisorio di unità nazionale della Libia ha l’obbligo, fissato dal Forum di dialogo politico libico (l’istanza che ha approvato le attuali istituzioni libiche nel febbraio 2021), di non firmare nuovi accordi atti a turbare  le relazioni estere del Paese o che si tradurrebbero in obblighi a lungo termine. “Invitiamo tutte le parti ad astenersi da azioni che rischiano di aumentare la tensione nel Mediterraneo orientale”, aveva affermato un portavoce del Dipartimento di Stato.

La risposta di Atene. “Il “memorandum” turco-libico del 2019 è illegale, nullo e invalido. Pertanto, nessuno ha il diritto di invocarlo”, così in un tweet il ministro degli Esteri Nikos Dendias.

In Libia la firma del nuovo Memorandum era stata da subito avversata dagli oppositori di Tripoli. Aguila Saleh, presidente della Camera dei Rappresentanti (il cosiddetto “parlamento di Tobruk”), e Fathi Bashagha, capo del governo alternativo sostenuto dal parlamento della Cirenaica, hanno “bollato” l’accordo del 3 ottobre 2019 come nullo, così come ha fatto l’Alto Consiglio di Stato (altro organo di transizione). In una lettera alle Nazioni Unite, Saleh aveva  affermato che l’accordo non è vincolante per lo Stato libico perché il mandato del governo ad interim con sede a Tripoli, guidato da Abdulhamid Dabaiba, è scaduto. Ha avvertito che l’accordo destabilizzerebbe il Mediterraneo orientale. Bashagha lo ha deprecato come una minaccia alla pace e alla stabilità in Libia.

Gli oppositori di Dabaiba sostengono che il suo mandato è terminato nel dicembre 2021 quando la Libia non ha tenuto le elezioni, come delineato nella road map  per la pace mediata dalle Nazioni Unite. Inoltre, affermano, la road map non autorizza il governo ad interim di Dabaiba a concludere accordi internazionali. Persino il ministro del Petrolio del governo di Dabaiba, Moahamed Aoun, si è lamentato di essere stato esautorato alla vigilia della firma del nuovo memorandum, in quanto dubbioso dei suoi contenuti. Le deleghe di Aoun sono state trasferite al ministro dell’Economia Muhammad Al-Huwayj, che ha firmato il Memorandum per parte libica insieme al ministro degli Esteri signora Najla el Mangoush.

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