Pericolosa esercitazione cinese a ridosso di Taiwan. Giappone: “violata nostra zona economica esclusiva”

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Dopo la visita di Nancy Pelosi a Taiwan la Cina non è rimasta a guardare organizzando un’imponente esercitazione militare a ridosso dell’isola che vedrà fino a domenica sera lanci di missili balistici, sorvoli di aerei da combattimento e movimenti tattici di navi da guerra. Un assaggio per l’opinione pubblica mondiale di quello che Pechino potrebbe schierare se volesse prendere Taiwan.

Ieri intorno a mezzogiorno è iniziato un assalto missilistico convenzionale nelle acque a est di Taiwan.

L’Esercito popolare di liberazione (Pla), revocando “il controllo marittimo e dello spazio aereo al largo della costa orientale”, ha comunicato nel pomeriggio la riuscita delle attività di lancio che “hanno colpito con precisione tutti gli obiettivi”, ha assicurato in una nota il colonnello Shi Yi, portavoce del Comando del teatro orientale della Pla creato nel 2016 per controllare l’isola.

Taiwan ha affermato che sono stati lanciati molteplici razzi e 11 missili balistici di classe Dongfeng (forse Df-15 e 17) “in diversi lotti”, condannando le esercitazioni come “azioni irrazionali che minano la pace regionale“, ma assicurando anche che l’esercito di Taipei “ha colto immediatamente le dinamiche di lancio, attivato i relativi sistemi di Difesa e rafforzato la prontezza al combattimento“.

In serata è cresciuta la tensione. Il Giappone ha riferito che 5 missili sui nove rilevati dai suoi sistemi sono finiti nella sua zona economica esclusiva, spingendo il ministro degli Esteri Yoshimasa Hayashi a chiedere lo stop “immediato” delle operazioni. Si è trattato del primo caso del suo genere, ha chiarito il ministro della Difesa Nobuo Kishi: “Questa – ha affermato in un briefing – è una questione grave che riguarda la sicurezza nazionale del nostro Paese e delle persone”.

L’aspetto allarmante è che quattro dei cinque missili balistici “si ritiene che abbiano sorvolato l’isola principale di Taiwan”, in base a mappe e coordinate di traiettoria diffuse dal ministero: un azzardo, confermato in seguito da Taipei, che potrebbe portare a concreti scenari di escalation.

La Cina, secondo un suo resoconto, ha inviato oltre cento caccia, bombardieri e altri aerei militari nelle aree delle manovre (22 jet hanno superato la linea mediana dello Stretto). Mentre più di 10 cacciatorpedinieri e fregate hanno condotto un blocco congiunto, un pattugliamento di allerta e una ricognizione, mentre la portaerei Liaoning è da mercoledì rientrata nel porto di Qingdao.

Pentagono e analisti militari non temono un’invasione perchè ritengono Pechino non ancora pronta. L’ipotesi potrebbe essere allora quella di un blocco aeronavale. In altri termini, uno stato di pressione costante sull’isola, tra manovre militari che diventerebbero di routine, il boicottaggio economico (colpendo l’interscambio dell’isola verso l’esterno), l’aumento di cybertattacchi già moltiplicatisi negli ultimi giorni su Ufficio presidenziale e siti governativi.

L’ultima leva sarebbe quella diplomatica di cui oggi sono emersi i contorni: tutto il sistema dei media, la rete diplomatica e tanti account sui social in mandarino hanno avvalorato la lettura degli Usa responsabili della crisi e del tentativo di cambio dello status quo.

“Sono gli Stati Uniti che hanno provocato i guai, la crisi e che continuano ad aumentare le tensioni”, ha tuonato il ministro degli Esteri Wang Yi, commentando con toni aspri il comunicato congiunto dei ministri degli Esteri del G7 che mercoledì ha chiesto a Pechino di evitare una “aggressiva attività militare” per il rischio di una “escalation non necessaria” e di “non cambiare unilateralmente lo status quo con la forza”.

Wang, a Phnom Penh per il vertice ministeriale Asean, ha annullato il bilaterale con Hayashi che, a sua volta, ha incontrato il segretario di Stato Usa Antony Blinken, condannando l’operato cinese. I Paesi dell’Asean hanno espresso preoccupazione per il rischio di conflitti. A Pechino, invece, il ministero degli Esteri ha convocato gli ambasciatori dei Paesi del G7 – compresa l’Italia – e dell’Ue per manifestare il forte disappunto sul comunicato.

Il presidente Xi Jinping si prepara al XX Congresso del Partito comunista che in autunno dovrebbe affidargli il Pcc per altri cinque anni durante i quali trovare una soluzione su Taiwan, parte “inalienabile” della Cina.

L’esercito popolare cinese

L’Esercito popolare di liberazione schiera oltre un milione di soldati di terra, contro i 100 mila effettivi che difendono l’isola. La nuova dottrina militare ha concentrato i suoi sforzi sulle forze speciali che possono compiere agevolmente uno sbarco a sorpresa contando di 35 mila uomini addestrati come i Navy Seals americani. Sono brigate dotate di mezzi rapidi e versatili tipo hovercraft, coperti da forze aeree e artiglieria elitrasportata.

Le isole artificiali, scrive corsera, costruite nel Mar cinese meridionale sono state fortificate e infliggerebbero perdite gravi alla US Navy venuta in soccorso dei taiwanesi. Pechino ha sviluppato un missile il Dongfeng DF-17 ipersonico detto «aircraft carrier killer» per la sua presunta capacità di perforare le difese delle portaerei.

Marina. 133 navi cinesi contro 26 taiwanesi; 52 sottomarini contro 2; 86 pattugliatori lanciamissili contro 44.

Aeronautica. L’aeronautica cinese ha in dotazione 1950 aerei tra caccia e bombardieri contro 478 di taiwan.

Nonostante lo spiegamento di forze le spiagge utilizzabili per un eventuale sbarco in grande stile sono solo dodici. La costa taiwanese è costituita da scogliere alte tra i 300 e i 600 metri.

Gli analisti azzardano alcune ipotesi tattiche che potrebbe utilizzare Pechino. La Cina potrebbe mandare al buio totale Taipei mediante attacchi cibernetici alla rete elettrica e ai centri di comando e controllo. Poi sarebbe la volta di incursioni di truppe elitrasportate supportate da bombardamenti e lanci di missili sulle basi taiwanesi.

Il direttore della Cia afferma che Xi Jinping è stato turbato dallo sviluppo sul campo della guerra in Ucraina. William Burns è convinto che il presidente cinese stia facendo nuovi calcoli per Taiwan. La Cia non crede che la resistenza ucraina contro il presunto strapotere russo abbia spento la determinazione di Pechino a riunificare Taiwan, immagina solo che tempi e modi dell’azione stiano subendo una revisione alla luce della lezione ucraina.

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