Putin riduce il gas e Draghi punta tutto sul “price cap”

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A fronte di una richiesta giornaliera di gas da parte di Eni pari a circa 63 mln di metri cubi, Gazprom ha comunicato che fornirà solo il 50% di quanto richiesto. A rendere noto il dato la stessa Eni che, a fronte delle richieste effettuate dalla compagnia italiana, Gazprom ha informato che avrebbe consegnato solo il 65% delle forniture. Ma, tra i primi effetti dei tagli alle forniture di gas dalla Russia all’Europa, c’è da registrare l’impennata del prezzo del metano del 43%: in una settimana è passato da 82,5 a 117,74 euro.

Ciò nonostante, il sistema italiano del gas si regge in equilibrio per via delle alte temperature, a fronte di una domanda prevista di 155 milioni di metri cubi è disponibile un’offerta di 195 milioni. Il disavanzo viene destinato in parte agli stoccaggi (23 milioni di metri cubi) e in parte alle esportazioni. Oggi nella rete italiana arriverà più gas algerino che russo: secondo le previsioni commerciali indicate sul sito di Snam, da Tarvisio (Udine) è previsto un ingresso di 34,78 milioni di metri cubi del gas di Mosca, da Mazara del Vallo (Trapani) di 64,3 milioni di metri cubi di gas algerino e da Melendugno (Lecce), di 28,4 milioni dall’Azerbaijan.

Giovedì Mosca ha affermato che ulteriori ritardi nelle riparazioni delle turbine del gasdotto Nordstream 1 che parte dal Mar Baltico, potrebbero portare alla sospensione di tutti i flussi.

All’orizzonte una crisi energetica che non ha eguali nella storia. Molto probabilmente lunedì il premier Mario Draghi potrebbe convocare un tavolo con i ministri interessati per discutere un piano di emergenza. Draghi, dopo aver convinto il suo omologo tedesco Scholz durante il viaggio in treno verso Kiev al blocco del prezzo del gas russo (price cap), ora deve convincere il Consiglio Ue. Tra le considerazioni fatte è chiaro che il continuo “stop” del Nordstream 1 coincide con il viaggio dei tre leader europei alla corte di Zelensky.

Il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani ha convocato per mercoledì prossimo gli operatori del settore. Ieri ha sentito Snam, Eni, Enel: ha chiesto a tutti di adoperarsi sugli stoccaggi per l’inverno. Certo è che se Putin dovesse interrompere di netto le forniture di gas si parlerà di emergenza vera e propria.

Tra i piani da mettere in campo vi è il blocco temporaneo delle illuminazioni stradali con il contestuale rafforzamento delle centrali a carbone chiedendo alle aziende di interrompere la produzione, in maniera programmata.

Nel 2023 arriveranno, però, 18 miliardi di metri cubi in più dai nuovi contratti siglati in Africa e Israele.

Nel frattempo il governo italiano guarda al prossimo Consiglio Ue, dove dopo il successo degli incontri di Kiev, spingerà per stabilire una data per l’inizio dell’entrata in vigore del “price cap”.

Tre sono gli elementi che potrebbero andare a favore della strategia italiana. La repentina decisione di Mosca di tagliare il gas con il conseguente aumento incontrollato del suo prezzo, l’inflazione sempre più in crescita e la vittoria incassata a Kiev sulla domanda di adesione dell’Ucraina nell’Unione.

Con l’aumento dei prezzi, la Russia può tranquillamente ridurre il flusso, guadagnando lo stesso se non di più. Il price cap ha il sostegno di Washington, della Commissione Ue e di Francia, Slovenia, Grecia, Spagna e Portogallo. Occorre convincere l’Olanda e soprattutto la Germania, terrorizzata che Putin tagli le forniture di gas di netto. La Germania è il Paese dell’Unione più esposto perchè non ha diversificato i suoi approvvigionamenti nel corso degli anni addietro ed è totalmente dipendente dal gas russo.

Price Cap

Metodo di regolazione dei prezzi dei servizi pubblici volto a vincolare il tasso di crescita di un aggregato di prezzi o tariffe. Il regolatore stabilisce il massimo saggio a cui un insieme di prezzi è autorizzato a crescere per un certo numero di anni e nel rispetto di questo vincolo aggregato l’impresa è libera di fissare i prezzi e le tariffe che desidera.

La regolazione con il metodo del price cap è stata introdotta in Gran Bretagna negli anni 1980 per evitare le distorsioni della regolazione dei prezzi che tradizionalmente venivano effettuate e che erano basate sull’individuazione di un tasso di rendimento normale cui l’impresa aveva diritto. In particolare, con tale regolazione si riducevano gli incentivi dell’impresa all’innovazione di processo (perché l’impresa avrebbe comunque conseguito il rendimento stabilito dal regolatore) e alla minimizzazione dei costi di produzione (perché la regolazione basata sul tasso di rendimento comunque prevedeva la copertura dei costi di produzione indipendentemente dal loro livello). La regolazione sulla base del price cap è volta a favorire l’innovazione di processo, consentendo che l’impresa benefici di una parte dei conseguenti aumenti di produttività: se si indica con CPI (Consumer Price Index) l’indice dei prezzi al consumo e con X la crescita prevista della produttività totale dell’impresa soggetta alla regolazione, la formula del price cap è esprimibile con CPI−X, dove si crea l’evidente incentivo sull’azienda fornitrice di public utility ad aumentare la produttività più di X, in modo da guadagnarvi un profitto. Il price cap è utilizzato anche in Italia nell’industria e nei servizi delle telecomunicazioni e nell’energia; stabilito per un periodo di 5 anni (in cui X è previsto per tutto il periodo), viene rivisto periodicamente.

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