Tillerson, Usa non riconoscono referendum Kurdo

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Gli Stati Uniti non riconoscono il referendum per l’indipendenza che si è svolto lo scorso 25 settembre nella regione autonoma del Kurdistan iracheno e continuano a sostenere l’unità dell’Iraq. Lo ha annunciato il segretario di Stato statunitense, Rex Tillerson, attraverso un comunicato, in cui le parti vengono invitate a porre fine alle minacce reciproche. “Gli Stati Uniti non riconoscono il referendum unilaterale del governo regionale del Kurdistan che si è svolto lunedì”, si legge nella nota. “Il voto ed i risultati non sono legittimi, continueremo a sostenere un Iraq unito, federale, democratico e prospero. Invitiamo alla calma ed a porre fine a recriminazioni verbali e minacce di azioni reciproche”, conclude la nota di Washington. Secondo i dati preliminari, il 92,73 per cento dei votanti al referendum nel Kurdistan iracheno e nelle aree di Sinjar e Kirkuk si sono espressi a favore dell’indipendenza da Baghdad. Dopo aver più volte definito il referendum incostituzionale, il premier iracheno Haider al Abadi ha dichiarato che il risultato del voto non sarà considerato come base per avviare i colloqui con Erbil.

Come è nato il referendum?

I curdi, che sono il quarto gruppo etnico più numeroso del Medio Oriente, hanno cercato di creare uno stato curdo indipendente da sempre, senza però riuscirci a causa dell’opposizione dei paesi nei quali vivevano, principalmente Iraq, Iran, Turchia e Siria. Dal 1991, anno della nascita della regione autonoma del Kurdistan Iracheno, i curdi iracheni sono diventati il gruppo curdo nazionale a beneficiare del maggiore livello di autonomia di governo (oggi ci sono anche i curdi siriani, che hanno creato uno stato di fatto nel nord della Siria, ma il loro governo non è riconosciuto da nessuno).

Nel 2014 l’attuale presidente del Kurdistan Iracheno, Masoud Barzani, provò a sfruttare l’allora debolezza del governo iracheno per indire un primo referendum sull’indipendenza della regione: lo Stato Islamico aveva appena conquistato Mosul e il governo iracheno ne era uscito con le ossa rotta, perdendo influenza nel nord del paese. Poi però l’ISIS aveva cominciato a dirigersi verso Erbil, la capitale del Kurdistan Iracheno, e Barzani era stato costretto a chiedere l’aiuto degli americani per difendere il territorio: in cambio gli Stati Uniti gli avevano chiesto di cancellare, o per lo meno rimandare, il referendum, cosa che lui fece. Oggi la posizione degli americani sull’indipendenza del Kurdistan non è cambiata, per almeno due ragioni: gli Stati Uniti temono che l’indipendenza del Kurdistan Iracheno possa far iniziare nuovi conflitti, per esempio tra arabi e curdi, creando quell’instabilità che lo Stato Islamico ha dimostrato di essere abilissimo a sfruttare; e poi perché il referendum è osteggiato dalla Turchia, membro NATO e importante alleato degli americani in Medio Oriente. La Turchia teme che l’indipendenza dei curdi iracheni possa alimentare la lotta dei curdi turchi, che da moltissimi anni si scontrano con le forze di sicurezza turche nel sud del paese.

L’impressione è che Barzani, il presidente del Kurdistan Iracheno, abbia convocato il referendum per sfruttare la posizione di forza ottenuta negli ultimi anni dai curdi grazie alle vittorie contro lo Stato Islamico nel nord dell’Iraq. Ora che lo Stato Islamico sta per essere sconfitto, quel vantaggio potrebbe ridursi rapidamente. Per questo il 15 settembre il Parlamento curdo iracheno ha approvato la proposta del referendum del 25 settembre scorso, anche se non c’è stato praticamente tempo per organizzare una votazione credibile e accettata in qualche forma dal governo di Baghdad.

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