Dopo la chiusura delle scuole e delle università, migliaia di ragazze afghane continuano a studiare in segreto. Radio Begum trasmette lezioni e assistenza psicologica a milioni di donne, mentre organizzazioni internazionali hanno costruito una rete educativa parallela
di Francesco Matera
In Afghanistan anche una lezione di biologia può diventare un atto di resistenza. Una ragazza apre un computer nella propria casa, indossa gli auricolari e segue una professoressa collegata da un’altra città o addirittura da un altro Paese. Altre studiano in una stanza nascosta di un’abitazione, in una cantina, nell’angolo di un negozio. Le più fortunate riescono a frequentare una delle migliaia di scuole clandestine nate dopo che i talebani hanno chiuso alle ragazze le porte dell’istruzione secondaria e superiore.
È questa la realtà raccontata da Annick Cojean su Le Monde, nel reportage dedicato alle donne afghane che cercano di mantenere aperto uno spazio di libertà attraverso l’istruzione.
Dal ritorno dei talebani al potere, nell’agosto 2021, la condizione femminile è stata progressivamente ridotta da una serie di divieti che riguardano scuola, università, lavoro, sport, spostamenti, luoghi pubblici e accesso alla vita sociale. L’Onu ha censito 18 decreti emanati dalla leadership talebana che, sommati alle altre disposizioni nazionali e locali, costruiscono quello che le Nazioni Unite definiscono un sistema di oppressione nei confronti di donne e ragazze.
La misura più pesante è stata quella sull’istruzione che vede le ragazze escluse dalla scuola dopo la sesta classe e dall’università. Secondo l’Unicef, sono circa 2,2 milioni quelle colpite dal divieto.
È una generazione che aveva conosciuto un Afghanistan diverso tra il 2001 e il 2021 quando la frequenza scolastica era aumentata enormemente e l’alfabetizzazione femminile era cresciuta. Nel 2021 le studentesse universitarie erano più di 100 mila, contro circa 5 mila all’inizio del secolo.
La chiusura delle scuole ha quindi interrotto percorsi che sembravano ormai acquisiti. «Avevamo dei sogni, tutti i mestieri ci sembravano possibili. Ora è finita», raccontano le giovani donne intervistate da Cojean.
Uno dei simboli di questa resistenza è Radio Begum, emittente nata l’8 marzo 2021 per iniziativa di Hamida Aman, afghana cresciuta in Europa e tornata nel Paese dopo la caduta del primo regime talebano.
Dopo il ritorno dei talebani, la radio ha dovuto cambiare completamente il proprio modo di lavorare. Niente politica, niente musica, niente uomini ospiti in studio, niente programmi considerati incompatibili con le regole imposte dal regime.
La radio ha scelto di continuare a trasmettere utilizzando l’educazione come spazio possibile di sopravvivenza.
Ogni giorno propone sei ore di programmi educativi, tre in dari e tre in pashtu. Lezioni scolastiche, salute, igiene, economia, imprenditoria e sostegno psicologico entrano così nelle case di donne che spesso non possono più uscire liberamente.
Radio Begum ha inoltre creato uno spazio per le consulenze psicologiche dove le donne telefonano da diverse province dell’Afghanistan raccontando depressione, paura, violenze e isolamento. Sarebbero circa 2,3 milioni le ascoltatrici raggiunte dalla radio, secondo i dati riportati nel reportage.
Gli agenti della Promozione della virtù e prevenzione del vizio, insieme agli apparati di sicurezza e ai ministeri, controllano l’emittente: nel 2025 la radio è stata chiusa per 35 giorni e due dipendenti uomini sono stati arrestati.
Poi Radio Begum ha riaperto. «Siamo costrette a essere talebani compatibili», spiega la direttrice Rohina. Ma questo significa anche trovare continuamente gli spazi attraverso cui poter aiutare le donne senza provocare una nuova chiusura.
La stessa strategia viene utilizzata dalle insegnanti, dopo la chiusura delle scuole dove madri, professoresse e studentesse hanno cominciato a organizzare lezioni clandestine con poche ragazze alla volta, in appartamenti privati o locali nascosti.
Però il pericolo è quello delle denunce e dei controlli della polizia morale e per questo le insegnanti usano pseudonimi e comunicazioni protette. Se gli agenti arrivano, esistono persino strategie per nascondere la vera funzione della scuola. Le studentesse possono improvvisamente trovarsi con il Corano tra le mani: «siamo una scuola religiosa». Oppure davanti a una macchina da cucire: «stiamo insegnando un mestiere».
Alcune organizzazioni straniere finanziano gli affitti, pagano gli insegnanti e forniscono libri, computer, chiavette USB e schede di memoria con materiale didattico utilizzabile anche senza connessione. Tra queste, racconta Cojean, ci sono le associazioni francesi Nayestane e Femaid, che coinvolgono oltre 117 insegnanti e circa 2.300 studentesse.
La vera rivoluzione è arrivata però con internet anche se la connessione in Afghanistan rimane costosa, lenta e tutt’altro che garantita. I talebani possono inoltre interromperla, come accaduto nel settembre 2025, quando il blackout provocò pesanti conseguenze anche per banche, commercio, ospedali e trasporti.
Ma quando Internet funziona, una ragazza chiusa in casa può accedere a un sistema educativo che il regime non riesce completamente a controllare. Sono ormai più di 200 le organizzazioni internazionali che offrono alle afghane corsi online e programmi di formazione.
Right to Learn, organizzazione con sede in Canada, ha ricevuto più di 5 mila candidature per appena 100 posti e la sua biblioteca digitale, con circa 9.300 libri e video, registra quasi 70 mila visite al mese dall’Afghanistan.
Charmaghz, organizzazione britannica che gestisce biblioteche mobili, ha ricevuto oltre 950 candidature per 45 posti in un corso online.
L’Institute for English Literacy, con sede in California, dichiara circa 3 mila studentesse distribuite in 28 province.
E poi c’è la Begum Academy, collegata a Radio Begum, che offre gratuitamente attraverso video l’intero programma scolastico afghano delle scuole medie e superiori, in dari e pashtu. Le lezioni possono essere seguite da smartphone, tablet o computer e sono disponibili strumenti pensati anche per chi ha una connessione limitata.
La piattaforma organizza esami e rilascia certificati che possono aiutare le migliori studentesse ad accedere alle università straniere.
A giugno, a Ginevra, si sono riunite circa cento realtà impegnate nell’educazione delle afghane e la Alliance for the Education of Women in Afghanistan, racconta Cojean, punta a costruire una sorta di «ministero dell’Educazione parallelo».
La stima dell’Alleanza è impressionante: circa 400 mila afghane ricevono oggi lezioni attraverso questa rete alternativa. È una scuola senza edifici, senza registri pubblici e senza autorizzazioni del governo, una scuola fatta di smartphone, computer, schede di memoria, insegnanti collegati a distanza e piccole classi nascoste.
Per ora studiano nascoste, ma continuano a studiare: questa è la vera rivoluzione che il regime talebano non riesce a controllare.








